Alessandra Greco | Praticare un territorio in erranza

Alessandra, le diverse forme della tua ricerca poetica ti hanno portato a sondare più linguaggi, dalla parola scritta alla performance, dalla spoken word all’installazione video e fotografica. Cosa avviene nella trasformazione della parola, quando passa attraverso la scelta del linguaggio con cui vuoi esprimerla? Nasce prima il desiderio del linguaggio, o è l’espressione di un tema che ti genera la necessità di attuarlo in una specifica via?

Desiderio del linguaggio ed espressione di un tema sono interdipendenti, col tempo ho chiarito le aree tematiche che desidero praticare, allora resta solo il desiderio di esprimere (linguaggio). Tutto è linguaggio, non solo la parola. Muoversi in diverse aree espressive è naturale, mi consento di esplorare e di approfondire un’esperienza estetica, che per me è una forma di conoscenza. Non si tratta di rappresentare qualcosa, ma di osservare, secondo un tipo di ascolto che diventa pratica. Si tratta letteralmente di praticare un territorio in erranza, e che a ragione di questo implica in sé la complessità, ma che è anche una forma di libertà. Complessità non è sempre sinonimo di complicato. Siamo esseri complessi, pensa solo a un haiku, che con poche parole ci porta ad immaginare una serie notevole di significati che abbracciano la sfera mentale, fisica, emotiva della nostra persona. L’esperienza estetica è fondamentalmente un’esperienza ontologica, di conoscenza degli esseri e delle loro relazioni.

Nulla si mostra per quello che è, occorre trovare o recuperare quello che apparentemente non si vede, ma insiste ‘a lato’, praticare una forma, Infrasottile, di duchampiana memoria, di rilevamento. Penso di aver fatto di questo, per quanto io possa, la ricerca di tutta una vita, seguendo un tipo di conoscenza intuitiva che prevede per forza un approccio espressivo diversificato, perché stimola esperienze nuove.

Sono stata sempre interessata, per esempio, alla categoria dei passaggi di stato, categoria che rientra tra le definizioni che Duchamp ha dato di “Infrasottile”. Ho una formazione come artista visiva, anche se in seguito mi sono dedicata principalmente alla scrittura. Le emozioni sono passaggi di stato e le esprimiamo attraverso diversificati linguaggi.
Si tratta di capire e scegliere, in base alla fruibilità, alla comunicazione di un discorso, il mezzo che più si avvicina alla trasmissione di quel tipo di esperienza.
Per preparare una lettura da Del venire avanti nel giorno, Libro Azzurro (Bologna in Lettere, Disseminazioni, 2019), per dare un’idea del messaggio profondo contenuto nel libro, ho rimontato i suoi punti essenziali in un testo adattato alla durata della lettura. Il progetto prevedeva la presenza di Gisele Alberto, voce mezzosoprano e di Roberto Cagnoli, sperimentazione elettronica. Seguendo itinerari diversificati, questi linguaggi si sono riorganizzati attorno al tema.   
Mi piace il jazz, l’improvvisazione, e un lavoro non sarà mai uguale ad un altro. In un’idea musicale la variazione sul tema è simile all’improvvisazione biologica nella dinamica creativa. Anche la natura improvvisa e si riconfigura evolvendo. La variazione si fa su un tema preesistente, ma a volte i rapporti tra tema e variazione possono invertirsi: una serie di variazioni possono precedere il tema e cristallizzarsi nel tema, che si riconfigura auto-organizzandosi. Il tema è fenomeno di formazione: in cui il comportamento, infrastruttura tra somatico e psichico, mette in forma l’esperienza stessa. È l’idea filogenetica del preadattamento, quel processo per cui la specie utilizza una propria dotazione con tutt’altra funzione rispetto a quella per cui essa sembra essersi generata. Lo sviluppo dell’organismo e l’evoluzione della specie sono messi in atto attraverso inciampi e derive – il senso dell’ordine è un processo costruttivo, che procede per fluidità e salti, prove ed errori. Ed è un ordine sempre influenzato dal disordine, sempre aperto al cambiamento. Si sta come funamboli, in un certo senso.
Reperire riferimenti, su questa linea di corda che diversificandosi compie il medesimo ufficio e dischiude nuove traiettorie (riferimenti, così come li intendeva Fernand Deligny, repères: punti di riferimento, linee vaganti che si intersecano in un punto preciso, indicando che è stato stabilito un punto di riferimento o qualcosa di comune) significa portare insieme cose che apparentemente non hanno una diretta relazione. In scrittura lavorando con il metodo del cut-up, mi trovo sempre a che fare con qualcosa che è sempre sul punto di manifestarsi, e questo apre a molte direzioni fertili, e che nello studio indica: un’interrogazione, un sintomo. È come aprire una mappa con molte vie e dire: c’è qualcosa lì.
In ogni caso, a partire da quel momento, la forma, la scelta del linguaggio espressivo si definiscono da sé, anche se non chiaramente sin da subito il loro destino, ed è un dono il fatto di poter realizzare un’opera.

Tra le forme da te scelte c’è anche quella del reading, nella sua forma più diretta di passaggio tra un testo concepito scritto e la sua espressione orale. Nel tuo modo di leggere, un ruolo forte lo ha il respiro tra una parola e l’altra, lo scavo dell’ambiente nel suono della voce. Come lavori, con la tua voce, per localizzare in quel silenzio i versi e portarli alle orecchie?

I due riferimenti principali sono per me la spazialità e le modulazioni. All’origine di tutto c’è il suono. La nostra voce la ascoltiamo dall’interno. I sensi dell’udito e del tatto principalmente, oltre alla vista, ci consentono una formalizzazione dello spazio. Quello che sento o ricerco è un senso, legato allo spazio, che sta come una traccia di modulazioni sotto la parola o in consistente coesione, come un ‘intorno’, in intuitiva vicinanza.
In tutte le sue sfumature, la voce si fa portatrice di senso, nel suo rapporto con la spazialità. È una disposizione alla pronuncia e all’ascolto diversa dal ‘pensato’, dal ‘parlato’, diversa da una ‘voce interiore’. Porta insieme immagini e sensazioni corporee, da lì nasce il movimento sentito che ogni singola parola contiene.
La pausa di respiro è uno ‘snodo’, fondamentale tel-quel la pausa in scrittura: è uno ‘snodo’ dove si contestualizzano e riorganizzano sensi (ciò che concerne le sensazioni) ‘afferenti’, afferenti perché lì incontrandosi, concentrandosi, raggiungono il nucleo di quello che si enuncia, che si pronuncia.

La pausa è un respiro, un soffio, un innesto, un peso, uno spazio di tensione dove tutto si riorganizza, una postura anche fisica che sta prima del/e nell’impulso-voce.

La parola è effrazione, la parola parlata erompe. Il suono modula le emozioni. Sempre è presente la voce come un gesto di presenza del corpo, nelle letture più semplici e piane, come nel caso della lettura di alcuni testi di Giorgia Romagnoli, come in quelle più complesse, penso a (BALEEN) lupo_struttura dell’abitare in superficie, da NT (nessun tempo)[1]. O forse il mio sentire travisa a causa della mia passione, forse si tratta solo di un’attenzione particolare, sono in tutto autodidatta. Mi affido al testo, a quello che sento e che emerge. In me, e per quello che posso, semplicemente, accade che io senta e tenti di raggiungere, almeno un poco, questi intendimenti.

In Couplets sono presenti due elementi specifici che, drammaturgicamente, aprono altre linee di analisi nel tuo lavoro. Il primo è il codice Morse, usato in più componimenti e che, in dialogo sia con la sonorizzazione che con la parola, genera una pulsazione interna alle composizioni. Come hai lavorato con questa pulsazione, ed in che modo questo movimento ha influenzato la parola ed il suono?

Couplet, Relazioni tra i recinti e l’ebollizione, è un progetto del 2016 (soundcloud.com), in collaborazione con Luca Rizzatello che ha creato ed elaborato le sonorizzazioni per i file audio dei miei testi in cui faccio dialogare voce e lettore automatico. È un progetto che, a partire da quei file audio, abbiamo studiato e ampliato, il suo apporto è stato determinante.
Couplet è cominciato da un gioco. Avevo creato un piccolo archivio di immagini reperite dalla rete: mappe, migrazioni, fotografie satellitari, etc. Salvavo insieme con le immagini i link di riferimento, queste mi davano delle suggestioni ed erano abbinate a piccoli testi, era un lavoro in gestazione: piccoli spunti. Per avere un’idea, insolita, quasi ‘meccanica’ del ritmo, ho utilizzato il lettore automatico per ascoltare i testi. L’anomalia si è verificata quando un link di riferimento a una di queste immagini, rimasto nel file di testo, è incappato nella lettura automatica.
Il mio desiderio di utilizzare il morse code sta nel fatto che è un impulso molto preciso, intermittente, e che fu uno dei primi metodi di comunicazione a distanza, presuppone una dislocazione nello spazio. In qualche modo il lettore automatico ha un ritmo di esecuzione vicino alla sequenzialità del morse code. Questo codice ritorna in seguito anche in NT (nessun tempo), Arcipelago itaca 2020, utilizzato nel settore-nodo VI., nella parte che prende il titolo di “zona ignota – aree non mappate” dedicata al faro. Ed è poi anche presente in forma di traccia solo visiva, in Del venire avanti nel giorno, Libro Azzurro (Lamantica Edizioni, 2019), dove appaiono sequenze di trattini liberi, la cui funzione è quella di suggerire un andamento ritmico.

Alessandra Greco, Del venire avanti nel giorno, Libro Azzurro, pag. 33.

Il morse code nella sua ricezione è un ritmo, un codice che si traduce in significato linguistico. Chi non conosce il codice non ha accesso al significato, solo avverte una sequenzialità di impulsi a sollecito, un ritmo intermittente porta un’informazione altra, un messaggio nascosto che ci raggiunge da una distanza, attraverso una serie di impulsi, come dei salti. Associavo per astrazione l’impulso del morse code alla modalità che ha l’informazione di viaggiare lungo il sistema nervoso. In questo percorso l’informazione deve rallentare per poi fare un salto, che lungo il percorso del nervo si verifica nel punto dove non è presente mielina (nei cosiddetti “nodi di Ranvier”), dunque deve acquisire questa lentezza, ed è grazie a questa propagazione per mezzo di un meccanismo a salti (il quale rallenta l’informazione), che essa acquista una grande velocità di trasmissione. Nel loro andamento complessivo, parole e pause sono contromovimenti e forze contrastanti, l’esecuzione verbale di un testo di volta in volta è rimodulata da contrazioni e rilasci. Ancora torno alle scienze naturali, torno al corpo, alla spazialità, qui si possono citare gli studi di Mikel Dufrenne, filosofo francese, che si è occupato di fenomenologia della percezione e di estetica, sull’evoluzione degli organismi vegetali e animali, per cui l’origine dei sensi della vista e dell’udito è tattile. Le unità unicellulari situate all’interno del protoplasma attuando la prima differenziazione della sensibilità generale causano il cosiddetto tropismo; fenomeno per cui una cellula di un organismo animale o vegetale reagisce, tende a muoversi, in risposta ad uno stimolo esterno. [2]
Si può pensare, di conseguenza, in modo astratto, alle unità linguistiche e alle sonorità sillabiche, così come ai brevi impulsi acustici del morse code, come a reazioni primarie, mattoni di base della localizzazione in uno spazio che si fa-con l’organismo che lo percepisce. Si può pensare anche che dopo il sussurro e le foglie fruscianti le più basse frequenze udibili sono un suono che diventa tatto, sensazioni tattili, scrivevo in Rabdomanti.

L’altro elemento è quello della parola affidata alla recitazione automatica di un sintetizzatore vocale, presenza “altra” di parola, spesso carica di inflessioni innaturali e altri giochi, soprattutto quando lavora sopra ad altre lingue da quella per cui è stata programmata – nella tua stessa scrittura talvolta si alternano più lingue, in questo lavoro. Come è arrivata l’esigenza di questa voce altra, parola a cui non affidare il tuo suono?

Ho giocato a portare il sintetizzatore vocale sul filo dell’errore, un errore estremamente preciso, diciamo, ma pur sempre un’errore: in Couplets 03 la macchina a un certo punto si scusa per non poter trovare il termine cercato, dice: Sorry, no information was found for ριξορδο [ricordo] try searching with the current definition ‘déjà vu’ …” nondimeno storpia la pronuncia delle parole in lingua. Era commovente ed ironico al tempo stesso. Nel 2016, anno in cui ho scritto i testi di Couplets, i lettori automatici non erano ancora molto evoluti, li si poteva far deragliare facilmente, io l’ho fatto letteralmente cantare, aggiungendo una serie lunga di vocali/consonanti, comporre suoni gutturali, attraverso la lettura di frammenti di link. Era un modo per interrogarmi sull’errore, umano e dell’intelligenza artificiale, le implicazioni, le interazioni, le imperfezioni, i limiti, nostri e delle macchine.  

Il tuo ultimo lavoro pubblicato, NT, (nessun tempo), si sofferma sul tema della temporalità. In un rapporto che viaggia tra memoria e risonanza degli atti, cancellazione, riscrittura e flusso, con una impressione immaginifica che raccoglie anche le tue esperienze in campo fotografico, il tempo viene osservato da diverse prospettive. In uno spazio come quello performativo, dove il tempo è contestualizzato e condiviso, e ancora più nel rapporto con la musica e col suo specifico significato di tempo, che significato assume, che forma dà al tuo performare?

NT (nessun tempo) è un lavoro in cui guardavo soprattutto alla spazialità, uno spazio in cui intervengono i sensi, uno spazio aptico. Ha usato questo termine Benjamin, ma i miei riferimenti andavano soprattutto agli studi di Giuliana Bruno, professore ordinario di Visual and Environmental Studies presso la Harvard University, che esplora le intersezioni tra cinema, arti visive e architettura e che ha largamente influenzato il mio pensiero. Lo spazio aptico è spazio qualitativo. Il senso aptico è una procedura di esplorazione tattile strettamente legata al movimento e profondamente radicata nell’attività mentale, permette ai nostri corpi di percepire il movimento nello spazio. La mente è cinematografica, il testo così montato permette di formare un ambiente in cui, come nel campo di un’inquadratura cinematografica, una serie di immagini in movimento divengono, se si entra in quel tipo di ascolto, trasporti e connessioni all’interno di un flusso, tableaux mouvants (è infatti anche il titolo di un lavoro realizzato per Eredità delle Donne, Festival 2019, a Firenze, con le sonorizzazioni e i video di Davide Valecchi).
Non sarà necessaria la ricezione di tutte le parole portate, arriveranno per trasporto. Il tempo diviene in questo modo una cascata di istanti.

In copertina, frame da Béance Istantanee, serie dell’autrice

[1] Critica Impura, letteratura, filosofia, arte e critica globale, blog a cura di Sonia Caporossi, accoglie questo lavoro di Alessandra Greco, dove oltre al testo integrale è possibile ascoltare la lettura live di (BALEEN) lupo_struttura dell’abitare in superficie da NT (nessun tempo), realizzata durante la prima edizione della Rassegna Partes Extra Partes, Firenze 2018, con le sonorizzazioni avant jazz dei NOW! Marco Cencetti alla tromba e Roberto Cagnoli, live electronics.

[2] CultFrame arti visive, Tra presenza e rappresentazione, di Pietro D’Agostino:  https://www.cultframe.com/2013/02/discorsi-sulla-fotografia-tra-presenza-e-rappresentazione/

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