La forma del tempo

Quando Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano perso la metà dei pezzi a testa, attaccò a suonare un sax. La calca degli scommettitori aumentò, anche se in pochi azzardavano pronostici sull’esito della partita.

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– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

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Contro ogni sintesi

Per una poetica della decostruzione,
un’estetica della riappropriazione

La tua lingua è una lingua biforcuta e noi
la faremo a striscioline la tua e il linguaggio
di tutti
ricorda che li punto cozzerà, tremerà a contatto
del punto che si chiama altro […]
e sarà il nostro moto quello
d’un atomo, universale.

Patrizia Vicinelli, È ora di spezzare questa combustione

Sotto cieli costellati di satelliti, capitali, radiofrequenze, l’isteria di massa avanza dalle terre di un pianeta che oramai frigge alle stesse temperature di una cotoletta di pollo. Chi vaneggia da decenni l’imminente fine di ogni ideologia, chi l’avvenuta fine della Storia, chi rifugge l’incedere barbaro dei moti sociali, chi ritorna al corpo, chi auto-narra le proprie vanaglorie artistiche tramite un post su qualche social, chi soccombe, chi si strangola attorno a fragili certezze categoriali, le poche intraviste in una squallida epoca spettacolare e pornografica. “Après nous, le déluge” soleva proferire Madame de Pompadour al proprio amante borbonico intuendo la prossimità del caos che sarebbe seguito alla caduta della monarchia. Ciò che tuttavia costituisce il fil rouge di questi stati percettivi intimamente contemporanei – siano essi manifestati in un testo poetico ad alta voce, sia nello spot pubblicitario di un dentifricio – è la violenza, simbolica o fisica, come veicolo dell’affermazione del proprio orizzonte artistico ed esistenziale. Continue reading “Contro ogni sintesi”

Perché i fiori non hanno governo

Non li vedremo, quali regni mortali,
subire la luce al tributo dei petali;
né mai porteranno le membra
del mondo, tra gli steli e la terra.

Perché i fiori non hanno governo,
mai alle trame del sole obbediranno.
Non li vedremo, quali regni mortali,
subire la luce al tributo dei petali;
né mai porteranno le membra
del mondo, tra gli steli e la terra.
Ignoriamo che la fine del giorno
è perduta nei campi, rivelo.

Perché i fiori non hanno governo,
obbediranno alla pietà della luna:
soli chineranno il capo alla notte
dell’erba, e non avranno dominio.
Che si uniscano il suolo e la pace
alla corte dei gigli! che rendano
allo sterminio petroso una lesa
maestà dall’antico splendore.

Perché i fiori non hanno governo,
offrirò loro il mio canto;
o muto, all’altare dei campi,
li passirò nei precordi del cuore.
Perché non offrono che un colore compiuto
alla tribuna del bello; alla gioia
dell’uomo, né al verso permettono
racchiuderli in pronunce mortali.

Perché i fiori non hanno governo,
periranno gli atlanti dei mondi:
le radici estirperanno miseria
a miseria, e la terra
innalzerà gli obelischi chiamati
coi nomi dei semi, e al principio
sarà un templio di luce
ignara, segreta nell’iride.

Collage di Blick

De corpore

(Poemetto)

Su questo sperduto – sperdutissimo – pianeta
acqua in gola,
su questo pianeta spaesato (inculato)
pianifica algoritmi e giustifica l’in

giustificabile.

                                                             Su questo fottuto

sperduto pianeta dove sarà
pure la storia apparenza benché
apparentemente esista e non parli la
realtà delle idee ma viceversa
come fluisce e fluisce meglio
a chi piaccia fluida la parola
o scarno il verso non parli
la realtà delle idee ma viceversa.

Pare – ma non sembra –  se
sembrare è difficile al tatto o all’udito o
alla vista (che ci dice Aristotele essere
sublime e maggiormente capace di di
scernimento) pare che il flusso fatato i
ricordi and chips a tre euro l’uno o +
a tre euro l’ora: degli spazi svuotati (ov
vero senza vuoto) ben
eplacito e spazio-tempo

rinnegato

ovvero del filo del rasoio essendo
rasoio roulette dei ricordi o
profumi mistici e incensi per strada
di una donna profumo essenza transgenica
di più donne temporalmente sovrapposte. La
roulette dei ricordi: pare e sembra che
si sia venduto al migliore offerente
(per un prezzo di comodo) a ricordo
tre euro vuoti nello spazio-tempo con
o senza il beneplacito o danza cardinale/

SCARDINA E AMAMI NEL FUOCO CHE PROVO
NEL VUOTO CHE INFUOCO SCARDINAMI E
AMAMI E NEL FUOCO di
una liberazione comune di un’azione
di liberazione comune liberandoci
la dicono lunga i muri de la Sorbonne
sull’inscindibile e dialettico
dinamico e frattale e consustanziale
francofortese amorerivoluzione
rivoluzioneamore.

Sentir impellenza et inestricabile
necessità innesco contro-movimento IRREVERSIBILE:
politica capitalistica contro la danza
essendo sempre la danza macabre quoi qu’elle soit
puisque la danse rappelle toujours le plaisir corporel
puisque la danse est mort dans
la mésure où elle est CONCUPISCENCE:
grida
vendetta tua madre
un
grido verso l’alto senza troppa fiducia in sé
(pour le mal qu’on m’a fait)
grida vendetta avendo appreso che
vendetta essendo una saggia parola dai
tragici eventi dell’inverno russo diciannove

zerocinque: essendo vendetta saggia

parola nonostante l’apparenza // speranza per
tutte le volte per
ogni (s)
fortunata (s) dannata Fortuna ho
saldato gli ultimi da saldare i
saldi ultimi dell’autunno
soldato benché non tenga (non tengano)
le saldature/ saldato ho
saltato: per
ogni alba e colamento per
ogni alba prima del
nascimento in sé per sé per me per te:
tuo padre un sergente ironico so
rridente lo sguardo e il pus falcidia
i cactus nei deserti; per
ogni alba violentata dai nembi:
un monaco/un monarca/ la Chrystler, già FCA
[questo mi disse un santone nei boschi nei
boschi un santone beat dei boschi (del cazzo)]; per
ogni fiala iniettata e non disinfettata per
ogni insetto disinfestato: oppio clericale,
concepimento anzitempo, fungo affamato
di tra le granaglie, nascendo il peccato del
tutto e affatto immerso in sperma:

           |OBBIETTA ‘STA FREGNA|

(ai posteri l’ardua

sentenza), nono
stante l’apparenza molto si parla
più spesso e si canta essendo
parola per canto e forgia e si canta
e si parla e si parla e si parla.

Abbi fede, amic* mi*, nel futuro

tuo prossimo e remoto

fidati ed abbi fiato e non fermarti a
pprendere fiato, amic* e prossimo:
lo stantuffo e il pistone, la valvola
di sfiatamento:

compagn*, nonostante le apparenze,

i

battiti al minuto il polso alle
pulsazioni al minuto: CORRERE!
Non tutto è perso per quanto
tutto sia perso per quanti impiccati e
scheletri/altari, streghe abbruciate,
altari e bimbi carbonizzati – se c’è
ancora da considerare l’im
patto ambientale (il patto col lettore)
l’efficienza energetica e gli sca
rti umani.

SOPRA LA CASA LA BANCA CAMPA
SOTTO LA BANCA LA CASA CREPA
[1]

Ci proponiamo pertanto di ri
stabilire contro ogni stabilizzazione e forma
di ristabilizzazione elettromagnetica
contro ogni castrazione biochimica
quotidianamente – fermento
batterico e batterie mitraglianti fo
mento e strabuzzo di occhiaie
non-in-de-bo-li-men-to,
rafforzamento oltre misura
(contro misura) oltre oceano e
nel blu sempre più blu, sempre
più oltre mare, nonostante le occhiaie, e
ogni forma di trascendimento
e make-up, ogni
ricostruzione.                                    Rivendica il tuo sguardo

di quarzo
la vita e
le tentazioni

di tre o quattro

vite tran-sessualmente etero

geneizzate vissute e riuniformate e
vita di carne di ossa, vita di carne e ossa
vita di tendini e di forza
ture, vita e morte e vita
vita di trincea di sca
ppottamento di
appostamento e imbo
scamento: muera! muera! muera!

Se questo è un uomo, io

sono una donna, se qu

esto è un vecchio: lasciate che muoia, se

questo sono io en

tra in me e ri

pulisci le

vie

le

arterie.

                                            Se questo sei questo vali questo chiedi e così via.
Noi nel domandare intuiamo una qualche
cosa di più grande (ovvero immensa) ri
nveniamo il fermo in movimento il
senso di qualunque risposta (che no
n è poco, non crediate) nella domanda
ciò che era sperso senza ritenzione
rispetto all’impatto ambientale et
energetico, all’umore et a
gli ormoni, l’emersione del
lo spirito, the emergency door,
l’affioramento del segnale (Voelker, hoert
die Signale!
) infiorescenza rivoluzionaria/
capezzolo oltremodo acquis et assumé
principe superieur du plaisir cor
porel du corps DE TERRITORIALI

SÉ  et    RE

TERRITORIALISÉ.


[1] Slogan rinvenuto su un cartellone ad un corteo per la casa a Torino (marzo 2017)

In copertina, collage di Wisława Szymborska

Tre poesie sulla parola

E io stono, guardando da lontano,
l’oscenità della parola e il suo principio.

Guardando da lontano

E io stono, guardando da lontano,
l’oscenità della parola e il suo principio.

 

Tacere alla pronuncia

Custodire il verso ricercando
la soglia del parlare e poi tacere
la parola alla pronuncia e al suo principio.

Che silenzio il mio giardino quando è sera
e i suoi germogli inseguono la luce
nella notte persa, e tra le erbe
i semi a custodire gli astri e il suono.

 

La parola originaria

Struggendomi, nei fuochi che magie
d’animo smesso e non parlabile posseggono,
l’incedere m’incanta e mi richiama, sillabando,
al mio dovere da profeta e da bambino:

ma tu lo sai che sulle rive del parlato
potrai trovarmi, ancora e nonostante,
a frammentare la parola originaria

e lo dirai, a quest’azzurro insormontabile,
che morirò con la vergogna di guardarlo,
perché la lingua non raccoglie le distanze
e tutto rende vano all’impronuncio.

Commiato

Ricordi Parigi, la neve, la notte in cui credesti d’amarmi?

Vivevamo prose celeri senza chiuder capitoli
accontentandoci degli indici sporchi di fumo.
I miei versi sono più liberi di me. Libertà è volere
[quel che si fa.
Siamo fragili e irresponsabili costretti da barriere
[architettoniche
di cuori affaticati impenetrabili
[i suoi occhi quella notte d’ottobre.
La pazienza dei semafori i marciapiedi butterati
[interrotti da strisce
discontinue come noi. Passeggiate calpestate
[lungo la Martesana
sana come la morte – le prime e le ultime volte
[conservano eguale
intercedere d’incertezze – le frasi a effetto si pensano
[sempre dopo.
Districarci dal tempo. Tutto il resto lo aggiusteremo
[poco per volta.
Una pena e un canto. Il mistero di quando bambino
[pensavi la morte.
Succede solo agli onesti di perdere il treno
[mentre pagano il biglietto.
Il mondo impuro e la purezza d’immaginar la gioia
ripensandoci siamo palloncini dalla base di piombo.
Ricordi Parigi, la neve, la notte in cui credesti d’amarmi?
Il cielo è lo stesso, il tempo una somma di respiri.
Non ricordo la voce di mia nonna – ma le mani sì.
Cosa volere quando si ha tutto – come evitare il niente?
Le città crescevano -noi no- giocavamo a farci la guerra.
La vita passa e non diciamo davvero
[quanto amiamo o meno.
Ci contavamo le costole – quanto costa amare?
[Conta fino a zero.
Un pogo al mese a rateizzare rabbia – centellinare morte
[fumando 100’s
avvelenarsi di vino – amnesie antimuse – musiche dei
[muscoli
più tonici del gin – attonito nei tropici tristi e rivisti
sogni palle al piede – scannerizza i pensieri
comprimili e lasciali alle nuvole.
Che ci piovano in testa.

Foto di Brassaï.

Sulla questione del poetry slam

In che modo la performance sta modificando il modo di far poesia?

L’avvicinamento al mondo del poetry slam rappresenta una piccola, traumatica sconfitta personale. Spesso mi capita di rivedere, nelle facce stranite e un po’ deluse sparse per il pubblico allenato alle serate di poesia, la stessa faccia che avevo io quando, appena uscito dal tropico dell’aula studio per una meritata birra, mi trovavo per le prime volte di fronte all’orgiastica ed esplosiva miscela di due tra le cose da cui mi sento più umanamente ed esteticamente distante dell’universo tutto: la rap battle e il talent show. Tutto questo applicato alla cosa che è stata la più tenace e coriacea tra tutte le mie testarde passioni e ricerche: nemmeno a dirlo, la poesia.
Più che un agone, un gran magone. Un minestrone riscaldato e indigeribile. Dopo la fine del piacere del testo e la ricerca del fastidio letterario, il vettore torna indietro raggiante, si fa scherzoso, trendy, gradevolissimo sottofondo di chiacchiera da votare in decimale.
Crolla tutto. Anche qui. Eppure la Storia, per quanto sbriciolata nella modernità e amalgamata ed emulsionata dalla manona capitalistica, qualche sostegno ce lo dà, oh noi delusi.

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Una serata di poetry slam

In particolar modo la Storia della Letteratura, che nella sua fervente culla critica, in senso letterario e letterale, ha spesso portato la fortuna nella borsa di quelle persone e di quei movimenti che tanto la facevano inorridire.
Non sempre si è trattato di propulsioni d’avanguardia, disprezzabili in quanto incomprensibili, elitarie; spesso, piuttosto, ci si è trovati di fronte ad un rifiuto di gusto, pur veicolato dalla Critica istituzionale – conservativa perché espressione di uno stato di cose – generato dal fastidio nell’occhio e nell’orecchio che si fossero posati controvoglia su qualcosa di desueto, quando andava bene. Altrimenti di stupido.
È stata una sorte comune a molti dei personaggi che di quella inusualità e di quegli attriti hanno saputo fare virtù, finendo poi per essere rivolgimenti storico-estetici opinabili quanto influenti o almeno riconoscibili.
No, non faccio neanche un esempio.

Io vorrei dire, di adesso, una cosa probabilmente abbastanza banale ma molto ambigua: gli eventi che fanno parlare di sé, nel bene e nel male, che agitano le coscienze dei puristi e avvicinano i mondi paralleli, sono positivi.
Perché non mi sto accingendo a dire che lo slam ha rivoluzionato il modo di fare poesia (non me lo sogno nemmeno). Nemmeno che ne abbia la potenzialità (non lo penso).  Anzi, credo che il ricongiungimento che normalmente si fa con l’ars oratoria, quella dinamica orale che è stata il primate delle forme di letteratura, sia funzionale e plausibile soprattutto per il bisogno, sacrosanto, di legittimarsi a partire da una tradizione. Una tradizione che per alcuni ha anche un significato produttivo, che viene percepita come un’eredità su cui radicare un percorso o, almeno, una sperimentazione; mentre altri attingono da campi artistici, generi, storie ed epoche differenti e dell’oralità fanno solo uno strumento (poco male: la coesistenza di processi creativi e di eredità culturali differenti fa parte dell’espressione artistica del nostro tempo).

Credo che il ricongiungimento con l’ars oratoria […] sia funzionale e plausibile soprattutto per il bisogno di legittimarsi a partire da una tradizione.

Questo per dire che l’indubitabile struggle di ogni operaio culturale (polemiche?) del XXI secolo inoltrato è predisporre i propri arnesi intellettuali, faticosamente acquisiti in percorsi di studi macchinosi e indiretti, al servizio della comprensione di un determinato fenomeno culturale in cui inserirsi, dico io circoscritto ad un ambito, e dico speriamo. Trovare la quadra per di quel fenomeno farsi espressione, carico, compromesso, per esserne promotore e divulgatore credibile. A tratti, purtroppo, venditore.
Con questo, però, non voglio intendere l’arte come business personale, pur fallimentare, il poeta imprenditore di sé stesso, la spasmodica ricerca di una gratificazione/riconoscimento popolare. Questa cosa esiste, viene praticata da molti, è forse anche piuttosto proficua, chissà.
A me pare molto più proficuo, invece, parlare di modo di fare, di come. Non di cosa, non di chi. È in questa ottica che il format del poetry slam, pieno di problematiche e punti critici, avrebbe un ruolo fondamentale. Intendo il come in modo davvero angolare, anti-machiavellico in punta di megalomania. E intendo modo, non medium. Il medium è l’elezione della voce rispetto alla carta, in quell’eterna sòla di contesa concentrica tra poesia performativa e «vera» poesia. Il modo è un insieme di forze di diversa natura, di contingenze sociali, di fattori storici, di condizioni ambientali, di circostanze culturali che modificano la creazione, la percezione, l’influenza e la diffusione della poesia nella nostra passante e adorabile contemporaneità.

Il medium è l’elezione della voce rispetto alla carta, in quell’eterna sòla di contesa concentrica tra poesia performativa e “vera” poesia.

Questi elementi modificano la struttura biologica della poesia, e la poesia viva li incorpora volentieri in quanto ben contenta di essere, tra le arti, quella più viscerale (travalicando le differenze di stile ed anzi, intendendo con Barthes lo stile come la parte più organica e fisica di chi scrive… – polemiche!).
Dunque il modo come luogo della ricerca espressiva, sfruttamento delle possibilità reali e ripensamento dei propri (pochi) mezzi, cioè la voce, in primo luogo, ed in secondo luogo quei limitati spazi fisici in cui è stato possibile portare un discorso poetico negli ultimi anni.

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Performance ZooPalco, Bologna

Ora, partiamo dall’opinabile presupposto che oggi la poesia orale e performativa non solo esista, ma che sia il luogo figurato dove più facilmente si può venire a contatto con le nuove forme dell’espressione poetica contemporanea. Partiamo da questo presupposto saldi di alcuni opinabili dati concreti: un’epoca incontrovertibilmente multimediale, in cui il contenuto audio/video è privilegiato in visibilità dagli algoritmi dei social network e delle SERP dei motori di ricerca; la crisi del mondo dell’editoria, che si riorganizza faticosamente in piccole realtà e autoproduzioni, perché no, multimediali; l’abissale differenza nei termini di offerta e di “sforzo”, intellettuale e sociale, che passa tra andare ad una serata di poesia performativa al circolo, sorseggiando vino in compagnia, e andare in libreria a cercare libri di poesia contemporanea (sì, comunque si possono fare entrambe le cose).
Pare un andamento incontrastabile, testimoniato dallo sviluppo del fenomeno in alcuni stati d’Europa e negli Stati Uniti. Il motivo cardine della sua diffusione è la sua accessibilità come modo o se vogliamo la semplicità di entrarvi in contatto e l’immediatezza del risultato, inteso come reazione del pubblico. L’accessibilità dei contenuti ed il meticciamento dei generi sono inevitabili conseguenze.

Il motivo cardine della diffusione del poetry slam è la sua accessibilità […] e l’immediatezza del risultato, la reazione del pubblico.

Lo slam ha molte limitazioni, perché ha delle regole da rispettare. Però fornisce anche uno spunto in più, ambiguamente efficace: la competizione, avvincente e magnetica per un pubblico (noi tutti?) istruito con il culto dell’agonismo.
Tuttavia si suole dire nell’ambiente che nel poetry slam vinca la Poesia, nel senso che vince la diffusione della poesia, vince la gente che finalmente si diverte a una serata di poesia, vince la partecipazione alla poesia. Certo detto con molta ironia, auto-ironia.
Ma fatteci le umili risatine e, lo dico con molta leggerezza, fuor d’ipocrisia, dovremmo prenderci un poco sul serio.
Il poetry slam non è l’open day della letteratura, è una competizione di poesia orale e performativa, un campionato nazionale. La poesia performativa non è la versione divulgativa o opportunista della poesia, è un genere, ha una storia e un futuro (anche se sul tema gli amici di Salinika hanno già avuto da ridire). E poi? È una potenziale rete di artisti e collettivi sparsi per tutta Italia, con i propri campioncini, i propri criticini, le proprie influenze, le proprie iniziative, le proprie poetiche, i propri stili. Le proprie ricerche, il proprio pubblico, i propri haters.

La poesia performativa non è la versione divulgativa o opportunista della poesia, è un genere, ha una storia e un futuro.

Questo discorso tende quasi a definire l’efficacia di qualcosa come proporzionale alla sua visibilità. Già, benvenuti. In un mondo tanto convesso l’autoreferenzialità lascia un po’ il tempo che trova. Efficace è qualcosa che accoglie, in sé, anime e inflessioni differenti, consensi e dissensi, banalità e stramberie. E lasciamo perdere che così facendo si dà il via al processo di putrescenza che porta tutti i buoni propositi, le cose interessanti, a diventare prodotti, a cambiare di forma, a dimenticare con il tempo fini e presupposti iniziali. Il male della poesia non è l’ibridazione e la “banalizzazione” del poetry slam, che è invece una forma viva e vitale nei suoi contrasti, ma la pochezza di pensare al poetry slam come un punto di arrivo e non come un’opportunità, un “apripista”.
Il poetry slam nel suo piccolo ha solo l’ingrato compito di facilitare (nel bene e nel male) la conoscenza e la fruizione della poesia orale e performativa, la quale ha il malavitoso compito di divincolare la poesia da alcune delle catene accademico/neuronali che l’hanno portata allo stato comatoso, o se vogliamo marginale. Quali sono le ragioni per cui la poesia si è allontanata dalle Università e dalle Istituzioni? Una è di sicuro la nostra mediocrità. Un’altra è la mefitica ostinazione nel criticare letterariamente soltanto ciò che si confà alle strutture critiche del passato recente. Non è che dopo gli anni della neo-avanguardia, delle sperimentazioni, abbiamo avuto il privilegio di toccare delle sponde tanto lontane e brillanti che ci hanno inebetito la creatività, azzerato lo stile? Ci sentiamo così piccoli?
Sì, siamo proprio piccoli così. Ma se probabilmente il gesto dello scrivere non è mai stato significativo, o a-scopi, sicuramente è una posizione eletta, una scelta deliberata, per quanto necessaria alcuni la raccontino.
Essendo lo specchio dell’esercizio della vita, l’esercizio della scrittura poetica non può disattendere le risposte del mondo, non può diventare un tornaconto personale, un mucchietto di notorietà da portare in giro al posto dei piano bar, per racimolare risatine e compiacenze. Non può nemmeno essere oggetto di una petizione di principio sulla base delle proprie convinzioni letterarie disattese. Non ora almeno, non ora che abbiamo più che mai gli strumenti per accomunare gli intenti, per costruire una rete credibile e dei contenuti, più che delle opere, di qualità, per aprire un confronto diretto con altri paesi sorpassando finalmente la moda dei lamentosi paragoni al ribasso. Tutto ciò sta già avvenendo ma dobbiamo capire come, nella prassi, come fare meglio, e di più.
Per riuscirci ci adoperiamo a tastare, conoscere e innaffiare la nascente scena poetica performativa italiana, per esserne parte, farcene carico ed evolverla soprattutto. Attraverso e oltre i poetry slam, con open mic, spettacoli, piccoli festival, webzine… Piano piano lo sforzo prende corpo e senso.

Poi, comunque, il tutto rimane, per ora, molto divertente.

Illustrazione di Giovanni Monti
Foto di Bice Iezzi