Soma TA | Aminata Sow

Il manifesto di Soma TA le aveva fatto scrollare le spalle, all’inizio. Come se stampare una foto del proprio corpo potesse rivendicarne l’appartenenza, o stabilirne lo status.
– È l’ennesimo tentativo di fare l’artista concettuale del cazzo – si era sfogata con Simone la sera stessa, – quella che arriva in una stanza coi capelli rasati e i vestiti strani e ti parla di Judith Butler.
Simone, come al solito, l’aveva squadrata con occhi curiosi e un fare remissivo, poi aveva annuito con poca convinzione: – Non so, a me piace quello che dice –  aveva biascicato in risposta.
Avere una discussione con Simone era come giocare a tennis contro un muro: sì, dopo la battuta la palla rimbalzava e tornava indietro, ma non c’era spazio per l’imprevedibilità della partita a due. Anna era la sola a controllare la direzione della traiettoria e l’intensità delle schiacciate,  la velocità del gioco e la tattica da seguire; Simone reagiva solo in risposta ai suoi stimoli.
Quella sera lei aveva sbuffato, dichiarando la fine della partita, e si era rigirata nel letto per dargli le spalle. Lui aveva spento la luce.

Anna stava ripensando a quel momento mentre scorreva la timeline di Instagram, piena di #SomaTADay e punti interrogativi, a riprova di quanto si fosse sbagliata quel giorno di tre anni prima. Le costava ammetterlo, ma il suo era stato un errore di valutazione considerevole. Ora era la prima a voler ricevere la foto di Soma di quest’anno, avrebbe pagato per poter essere la persona ad aprire la busta e avere l’onore di riferirne il contenuto al grande pubblico. Eileen Smith, la PerSoma numero uno (nickname infelice, coniato dall’ennesimo giornalista “al passo con i tempi”, purtroppo ormai radicato nella parlata comune), ora viveva al cinquantaseiesimo piano di un grattacielo a Manhattan e si faceva selfie per lavoro. Anna spesso si era chiesta come si fosse sentita quando, una mattina di novembre, il postino le aveva infilato nella buca delle lettere una busta contenente la foto di una vulva. Aveva forse pensato a uno scherzo di cattivo gusto? Un errore delle poste? Un messaggio minatorio? Una molestia? Neanche dopo aver chiarito di cose si trattasse – un’opera d’arte – ne aveva capito il valore, tanto che l’aveva venduta ad una galleria per soli 10,000 dollari, né tantomeno l’aveva individuata come il punto di svolta della sua esistenza. Perché sì, da quel momento, la vita di Eileen aveva subito un drastico cambio di rotta: da studentessa brillante ma non atipica, si era trovata a essere il fulcro dell’attenzione mediatica internazionale. Stampa, critici e pubblico avevano preso a interpellarla su Soma come se lei ne fosse la massima esperta. In effetti, in un certo senso lo era: l’unica persona a possedere un’immagine tangibile di un’artista altrimenti priva di corpo e identità. O meglio, con un corpo e un’identità non noti al pubblico. A parte il suo nome, e la volontà di «esercitare un totale controllo sulla propria immagine e sulla propria narrazione», come dichiarava il manifesto che aveva fatto storcere il naso ad Anna, Soma non rilasciava interviste, non aveva una presenza digitale e nemmeno fisica, per quanto ne sapessero.

Nessuno l’aveva mai vista per intero – di conseguenza quelle tre sillabe, so-ma-ta, pur così asciutte e elementari, evocavano una torma di teorie improbabili e opinioni a cascata. In molti si erano espressi sulla sua nazionalità, età, orientamento politico, professione, colore di capelli, grandezza del seno, scopabilità. Il profilo più convincente era quello di una donna sulla trentina, statunitense, benestante. Probabilmente bruna.

Quando l’anno seguente Celine Bernard, una donna matura di Cannes, aveva ricevuto la fotografia di un’ascella pelosa, il grado di scopabilità di Soma aveva subito una caduta in picchiata. In compenso, si era chiarita la sua identità politica: nazifemmicomunista. «La peggior specie», aveva scritto giova_88 sotto un articolo sul fenomeno Soma.
Se da una parte Eileen aveva abbracciato la fama che ricevere la foto di Soma le aveva dato, dall’altra Celine non si era mai esposta troppo. Nelle poche interviste rilasciate risultava sempre schiva, centellinava le confessioni e dava solo risposte a metà. Dopo qualche tempo sotto i riflettori, iniziò a girare voce che non fosse più in grado di sostenere la pressione mediatica e fosse impazzita. Si diceva anche che fosse stata vittima di violenza, da giovane. Anna era del parere che la maggior parte di queste voci fossero infondate. Il corpo di Celine era stato ritrovato dal figlio, tre giorni dopo la morte della donna. Causa del decesso: intossicazione da barbiturici.

C’era chi invece sminuiva l’importanza delle destinatarie cui erano state recapitate le foto, preferendo concentrarsi su Soma TA in quanto personalità artistica e fenomeno mediatico. Si trattava di un gruppo di critici piuttosto ristretto, votato ad analizzarne la poetica. All’interno della cerchia si erano formati due schieramenti: formalisti e sostanzialisti, che dibattevano animatamente a suon di articoli su enigmatiche riviste di nicchia. I formalisti si rifacevano al nome, Soma TA, per rivendicare l’incidenza dell’aspetto stilistico. La sigla TA spiegava l’artista nel suo manifesto, proveniva dal linguaggio fotografico e stava per “Tutta Apertura”. Nonostante Soma non avesse mai giustificato la propria scelta stilistica, i formalisti davano una spiegazione univoca:

L’impiego del diaframma completamente aperto si rifà a un genere preciso: la fotografia naturalistica e, nello specifico, faunistica. Questo tipo di scatto permette di ottenere immagini nitide anche immortalando animali dai movimenti veloci e imprevedibili. L’artista in questione, attraverso tale vezzo stilistico, costruisce un parallelo tra l’istinto ferino e gli impulsi sessuali femminili. È inoltre una chiara denuncia della condizione della donna, oggettivata e deumanizzata da un sistema di valori patriarcale.

I sostanzialisti percorrevano un’altra strada per raggiungere la medesima destinazione, come spesso succede nella critica:

Soma TA esaspera il tema contemporaneo dell’autorappresentazione, facendo di essa la sua unica forma di rappresentazione. La pubblicazione di fotografie rappresentanti parti del suo corpo riflette la frammentazione dell’immagine autodeterminata, oltre a essere uno strumento di ricatto sociale. In un mondo funestato dall’ossessione per i corpi femminili, Soma TA è il baluardo di una nuova ondata di liberazione sessuale, sociale e politica delle donne.

Anna chiuse l’app non appena si accorse di aver passato venti minuti a leggere la stessa selezione di parole e immagini in tutte le combinazioni possibili. Simone, accanto a lei, stava ancora dormendo beato: con un misto di affetto, invidia e risentimento che le si agitava nel petto, Anna gli posò un bacio sulla fronte e scivolò fuori dal letto. Posando i piedi nudi sul pavimento, sentì un brivido di freddo che le percorse tutto il corpo.
– Vai al lavoro? – le chiese Simone, che a quanto pare si era svegliato, con la voce impastata dal sonno. Domanda retorica, pensò Anna infilandosi una calza: – Sì –  rispose invece. Simone le augurò il solito “Buona giornata, amore”, prima di richiudere gli occhi e posticipare ancora un po’ l’inizio della giornata.
– Grazie – sibilò Anna.
Da quando avevano iniziato a fare terapia di coppia le cose si erano incrinate ancora di più. «A volte devi solo far finta di niente e tirare avanti», le aveva detto Giulia sorseggiando uno spritz. Anna si era trovata a dover assentire, proprio lei che aveva studiato psicologia e aveva fatto del parliamone il suo marchio di fabbrica. Eppure, quando in nome del parliamone aveva confessato a Simone cosa le era successo, non si era liberata di nessun peso come le era stato promesso. Non si era sentita sollevata né più serena, anzi. Il suo ragazzo l’aveva guardata con terrore, non compassione; da solida presenza familiare si era sentita diventare corpo estraneo, più fluido e sfuggente. Come se, liquefacendosi, fosse uscita dai bordi di uno stampo fatto a sua immagine e somiglianza. Era chiaro che Simone non sapeva come gestire l’informazione ricevuta. La pallina che gli aveva lanciato questa volta, invece di rimbalzare, era scivolata lungo il muro, aveva rotolato sul pavimento e poi si era fermata.  
Mentre imboccava la porta, Anna fu tentata da urlare un “ti amo” spontaneo, ma si trattenne. La spontaneità non faceva per loro.

«Oggi 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne», lo speaker radiofonico aveva bruscamente cambiato tono. Anna non poteva vederlo, ma scommetteva che aveva anche assunto un’espressione grave, consona alla circostanza. Aveva provato a distrarsi con la storia di Soma; preferiva così. Odiava tutto di quella giornata: l’indignazione, la compassione, le spillette, gli -ismi e i crismi. La cosa che detestava – e temeva – più di tutte era ricordarsi senza via di scampo che lui, quel giorno di sette anni prima, aveva visto il nome di sua madre tatuato sullo sterno, tra i seni. Poi le aveva detto: anche mia mamma si chiama così.

Una volta Anna aveva addirittura provato a saltarlo, il 25 novembre. Durante la settimana si era oberata di lavoro e la notte precedente non aveva chiuso occhio; il 25 era andata a letto alle otto di mattina e aveva dormito per dodici ore di fila. Quando la sera si era svegliata, però, aveva trovato la casella mail intasata di newsletter straordinarie, arrivate proprio per l’occasione – a ricordarle che la violenza sulle donne era una roba brutta. “Se non lo so io”, aveva pensato. Da quel momento aveva capito che le giornate di merda non si possono eludere, si possono solo attraversare di corsa, col naso tappato, cercando di pestarne il meno possibile.

Anna cambiò stazione radio e le prime note di una canzone neomelodica si diffusero in auto. “Ma vaffanculo”, pensò prima di spegnere.

***

Non appena ebbe infilato le chiavi nella toppa, Anna capì che Simone era ancora in casa dai suoni ovattati di una pistola che sparava un colpo dopo l’altro. Ogni giorno, tornando dal lavoro, sperava di trovare la casa tutta per sé; lui invece era quasi sempre appollaiato sul divano, in tuta, a giocare a GTA. Anna non ebbe bisogno di annunciare il suo arrivo ad alta voce: solerte, non appena avvertì la sua presenza, Simone si girò nella sua direzione e le sorrise gentile: – C’è posta per te – disse ridacchiando. Anna gli sorrise e posò lo sguardo sulla mensola dell’ingresso. Sul finto marmo era posata una sottile busta bianca. Anna la saggiò con le mani: era leggera, doveva esserci un foglio o poco più al suo interno. Fu solo dopo qualche secondo che si rese conto di cosa fosse: Simone, ignaro, la osservò impallidire sempre di più per poi sentirla mormorare, incredula: – È Soma.
Passarono una ventina di minuti prima che Anna tornasse a essere una persona funzionante. Una volta ripresasi, prese il tagliacarte di sua nonna e lo adagiò sul tavolo della cucina, insieme alla busta. Recuperò dal frigo la bottiglia di vino che aveva aperto il giorno prima e se ne versò un calice generoso: – Vuoi? – chiese a Simone, muovendo la bottiglia in modo da intercettare la traiettoria del suo sguardo.
– No, grazie. Meglio di no.
– Hai ragione, scusa.
Simone le posò una mano sulla spalla e poi si sedette accanto a lei. La busta bianca quasi si perdeva sulla tovaglia color crema, non fosse stato per l’indirizzo scritto a caratteri cubitali e l’impronta digitale impressa in inchiostro rosso nell’angolo in basso a destra. Di lì a poco, qualcuno avrebbe condotto un’analisi dattiloscopica per verificarne la corrispondenza con le impronte che apparivano sul manifesto e sulle due foto precedenti. Anna inspirò e si accorse che le tremavano le mani: – Non tutti i giorni ricevo posta da un’artista di fama internazionale – scherzò. Entrambi sorrisero, nessuno dei due rise. Anna bevve un sorso di vino e iniziò a tagliare la carta, poi infilò la mano destra, esitante ma impaziente, dentro la busta. Afferrò un lembo del foglio all’interno, la superficie liscia e appiccicaticcia della carta fotografica. Fu solo quando posò la foto sul tavolo, dopo averla mostrata a Simone, che capì che la sua non era un’espressione turbata, ma sconcertata.

Mentre squadrava l’immagine, un prepotente ricordo si fece spazio nella sua mente. Si trattava di un indovinello che l’aveva confusa, ai tempi delle elementari: – Pesa più un quintale di ferro o un quintale di piume? – le aveva chiesto Chiara, la sua amica del cuore.

– Ferro – aveva risposto Anna senza pensarci due volte.
– Sbagliato! – aveva esultato Chiara, con una punta di soddisfazione che ad Anna non era sfuggita.
Da quando le era successo quello che le era successo, aveva vissuto con cento chili di piume attorno a lei; ora si sentiva come se qualcuno le avesse depositato cento chili di ferro su tutta la superficie del corpo. E, a dispetto della fisica, della razionalità e della sua amica Chiara no, non era affatto lo stesso. I macigni sul cuore non sono solo pesanti; sono densi, scuri, opprimenti: uno le era appena precipitato addosso.
La terza immagine di Soma, quella che avrebbe dovuto rivelare un altro aspetto delle sembianze dell’artista, rappresentava un paio di tette. Al centro, si scorgeva nitida una parola: Carla.
“Anche mia mamma si chiama così.

Fotografia di Andrea Robescu

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