La carcassa

Stand by me 

La notizia è stata pubblicata in tre colonne sulla pagina della nera di un quotidiano e riportata da un altro nell’edizione del pomeriggio. Entro sera è rimbalzata dalle radio cittadine a quelle nazionali, insinuandosi in tutte le cene del paese. Sia pure per pochi secondi. In città se ne è parlato per qualche giorno, un evento da surgelare e scongelare in qualche trasmissione d’approfondimento, condito con spezie e salsa Worcester, pronto da servire come leggenda popolare, una di quelle che s’adattano con geometrica perfezione al profilo di tutte le città con fogne abbastanza grandi e confortevoli da ospitare colonie di coccodrilli marini e ratti giganti di Tenerife sopravvissuti all’estinzione del 1000 a.C. 
Una favola metropolitana per tutti i conglomerati urbani con più di cinque milioni di abitanti.

Ma questa è una storia sin troppo vera, del tutto vera. Le leggende sgorgano sempre dalla realtà. Un tale scrive sullo specchio “Benvenuta nel mondo dell’AIDS” con un rossetto prelevato dalla borsetta di una ragazza addormentata, prima d’andarsene in punta di piedi. Non importa che sia vero: è successo.
Nessuno è più solo di chi vive come parte di una massa informe di milioni di individui. Milioni di specifiche diversità inglobate e assorbite dallo stesso molliccio, informe blob. 


La mia storia, che solo mia non è, inizia e finisce con una corsa in metropolitana. Un’asfittica corsa della tarda mattinata sulla Linea E in una giornata particolarmente satura di polveri sottili e fumi di scarico. 

Un trio doo-woop si esibisce in una versione a cappella di A White Sport Coat (and a Pink Carnation). Traccia scritta da un cowboy con grandi baffi biondi, cantata da un gruppo di neri delle Antille. Armonizzazioni dal sapore caraibico. 

A white sports coat and a pink carnation, I’m all dressed up for the dance, A white sports coat and a pink carnation, I’m all alone in romance

Si esibiscono da qualche anno, tutti i giorni, cambiando linea a seconda della generosità dei passeggeri. Decisamente più apprezzati degli armonicisti senza braccia. Mancano dieci fermate alla mia quando mi accorgo di lui. Sanguina dal naso e ha la sclera solcata da crepe vermiglie, i capillari squarciati da conati violentissimi, o qualcosa del genere. Indossa un abito gessato di un intenso color zaffiro macchiato dall’epistassi, con finissime cuciture ramate longitudinali. Nonostante l’aspetto, mi pare uno per niente abituato agli spostamenti su rotaia. Tiene una ventiquattrore in equilibrio tra i polpacci. Un sole stranamente clemente spennella il vagone di una tinta color zucca. Una ragazza dai lunghi capelli ricci, il viso affilato verso il mento e lo sguardo rabbuiato, siede sul sedile accanto; lui fa per parlarle. Non riesco a leggere le labbra, lei non risponde, s’alza e scende a Soutine St. 

L’uomo annaspa: la testa gli pesa troppo per tenere il collo in posizione, il naso ancora sanguina, gli occhi virati su un viola innaturale. Sembra fatichi a respirare. Lo vedo cadere addormentato, un sonno profondissimo. La testa dondola, le spalle s’incurvano. Chissà da quanto non dorme.

Solo la vita può ridurre una persona in quello stato. La tonnara su rotaie sbarca il carico ad Helgoland Park e prosegue ad un terzo della capienza per il restante settanta percento della rotta. 
Solo una solida professione fornisce linfa e significato ai giorni. Come i vagoni della metro finiscono i loro giorni sullo stesso binario sul quale li hanno cominciati, così pure la carne che trasportano. Un uomo e una donna non più molto giovani discutono di matrimonio, lei tergiversa e lui non riesce più a fingere che vada tutto bene; uno studente getta il capo all’indietro, due lacrime scivolano lungo le guance. Un campionario di risvegli sciagurati. 
Non riesco a staccargli gli occhi di dosso finché le porte non si richiudono alle mie spalle sulla banchina di Moon Station. Compro l’ultimo numero di Blue Beetle e torno a casa. I miei non tornano mai prima delle nove. Il telefono di casa squilla a vuoto finché non arrivo a staccarlo. La scuola tenta di contattare i mie da oltre un anno, e credo continuerà.  

Appena entrato, adagio sul piatto un trentatré giri grattato al Rocket Loud. Quel tale mi ha instillato una sorta di tarlo, il germe del dubbio, qualunque cosa significhi, come se la sua ombra si fosse staccata per appiccicarsi alla mia pelle. La sensazione che si prova quando si avverte uno piantato addosso senza poterne individuare l’origine. Come sentire quello sguardo anche dopo essersi chiusi da soli in una stanza. 
Come può un lontano sconosciuto disturbare il mio liturgico ascolto della monotraccia del lato A di Bitches Brewdi Miles Davis? In televisione sfilano le sequenze mute di un episodio di M*A*S*H*. 
Che lavoro svolge? A quale razza di nottata è sopravvissuto? Il completo è davvero fatto su misura? Apro il paginone sociale di Doc. Mid-Nitedove tengo l’erba già tritata. Sono convinto che se ritornassi sulla metro adesso, lo ritroverei sul treno, ancora esanime, e può essere che ce lo lascino tutta la notte anche dopo la chiusura. È la prima volta che sento il mio cervello trasformare un fotogramma in un rompicapo. 

Non posso finire il disco. 
Impiego pochi minuti a raggiungere la fermata sopraelevata della E. L’ultima di superficie prima dell’immissione nell’ipogeo sotterraneo. Non ricordo quale vagone. Inciampo subito nel diverbio in spagnolo tra due signore stracolme di borse. Una deve aver colto il nipote a fare cose oscene con la nipote dell’altra. È verso il fondo, credo di ricordare. Faccio un po’ d’avanti e indietro finché non m’accorgo d’esserci già passato davanti. La testa ancora dondolante, deve aver toccato almeno un capolinea. Una signora accanto a lui sembra parlare da sola. No, parla con lui. Impossibile non sia accorta della sua incoscienza. Recita un decalogo dei delitti irrimediabili che portano le buone famiglie alla rovina. È convinta di parlare a qualcuno che faccia di tutto per non ascoltarla, ma non sembra risentirne. Una mamma verniciata di rassegnazione tiene gli occhi incollati su una rivista di arredamento d’interni, assorta nelle fantasticherie di una casa che non comprerà mai. La bimba le siede accanto, seduta sul piccolo tallone della gamba destra; sorride, decisamente più appagata di sua madre. La gamba sinistra divaricata, palpebre a mezz’asta e volto avvampato, risucchia nel ventre le vibrazioni del treno, affascinata dal potere di quei sublimi sobbalzi, ridistribuiti come gentili carezze al suo inguine. Al nucleo caldo di un piacere appena scoperto. Forse è lei a supplicare sua madre di andare da qualche parte, per sperimentare quel nuovo e insondabile piacere del trasporto pubblico. 

Il convoglio si riempie di nuovo alla convergenza con la B. Perdo subito il contatto visivo con la dolce scopritrice di vita che stavo spiando. Un bambino calcia con soddisfazione lo stinco inerte del tizio in coma. Tocchiamo il capolinea. Siamo soli. Insieme, per la prima volta. 
Potrei sedermici accanto, ma guadagno solo qualche posizione. Ha lacrimato sangue. La scarpa sinistra è al centro in una chiazza giallognola cristallizzata. Persino alla mia età e con tutti i limiti della mia intelligenza non è difficile comprendere. 
La carcassa sembra non inficiare il naturale puzzo di sudore e scarti di respirazione di cui s’impregnano i treni al momento del battesimo. Non ho più molte ragioni per non avvicinarmi, cerco di farlo prima che il vagone riparta. Ruoto leggermente il suo polso sinistro per leggere l’ora. Sono le due e cinquantatré, cerco d’ipotizzare un calcolo sull’ora del decesso, ma temo d’aver perduto qualcuna delle nozioni mediche indispensabili, fornitemi da quindici anni di serie televisive. Le luci della metro si spengono per un cinque minuti. Un quarto d’ora dopo il treno riparte. La metro tira il fiato prima dell’esodo generale delle cinque e mezza. La curiosità d’aspettare è troppo forte per reprimerla, le alternative per la giornata troppo scarse. Mi sposto di nuovo. Non voglio mi vedano accanto a un morto.
Sento qualcuno lamentarsi per la puzza, come farebbe in qualsiasi altro giorno. Un tizio corpulento propone di chiamare l’ambulanza, ma non ottiene più di un’occhiata infastidita.

Chi lo vede restare immobile per quindici fermate ha la premura di non disturbarlo. Un uomo ha di sicuro più di una buona ragione per dormire sulla metro. E anche di più per morirci. 

Sono le nove passate quando raggiungiamo nuovamente il capolinea. Ormai sono in ritardo per la cena, e ho la gola secca come il Gobi. Scendo a Moebius East e imbocco le scale mobili verso il chiosco vietnamita al binario sotterraneo. Compro una birra di riso e una bottiglietta d’acqua frizzante che tracanno in una sorsata. Ho tutto il tempo di riprendere il treno nel senso opposto, un’oretta d’attesa e tutto il tempo d’aspettare. Conosco il numero del convoglio. 
È sempre al terzultimo vagone.  Aspetto una manciata di fermate il propizio momento di solitudine. È rimasto solo un clochard che sciabola l’aria con una bottiglia semivuota di Tìc-Tàck, incapace di distinguere le figure dallo sfondo. Mi ignora, e io immergo il braccio all’interno della giacca. Ha perso ogni calore, anche i vestiti paiono irrigiditi. Qualcuno ha già pensato di raccogliere la valigetta. Non devo essere l’unico ad aver intuito che non se ne sarebbe venuto a male. Nel portafoglio qualche banconota e niente documenti. Tasto i pantaloni infradiciati di piscio e merda. Il portadocumenti è nella tasca destra. Nel portadocumenti un pacchetto di svedesi di un night a Little Macao. Sotto i fiammiferi, la polaroid di un seno nudo e una decina di biglietti da visita di un agente immobiliare: V****** P******. 

Aspetto con lui l’ultima corsa, glielo devo. 
Il treno s’arresta e realizzo con fatale ritardo di trovarmi a dieci e rotti chilometri da casa. Come ho potuto dimenticare che tutte le corse finiscono al capolinea? Scelgo a sensazione verso quale punto cardinale procedere, quale fila di lampioni seguire, quale sia la strada più trafficata e meno pericolosa, senza mai smettere di figurarmi il momento in cui un metronotte avrebbe tentato di svegliarlo. L’avrebbe colpito prima col fascio di luce della torcia, poi col manico e qualche insulto. Per contratto, è tenuto a preoccuparsi solo di coloro in grado di muoversi e respirare. 
Sui giornali, per radio, è stato sempre e soltanto “Il cadavere della linea B”. Carcassa non reclamata. Salma ignota. 
L’autopsia ha indicato avvelenamento da metalli pesanti, arsenico e mercurio, ma non è stata ritenuta risolutiva.
Comunque sia, è morto. Nessuno ha mai saputo il suo nome, né si sono mai preoccupato molto per scoprirlo. E io, non l’ho mai detto a nessuno.   

ILLUSTRAZIONE DI CARLOS RODRIGUEZ CASADO

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