L’ombra di Ghazipur

Nell’ultimo secolo l’India ha vissuto un mutamento profondo nel proprio sistema economico e sociale. Il paese asiatico si è trasformato in breve tempo da colonia inglese a quinta potenza mondiale, e questo cambiamento rapido e feroce trova forse un simbolo nell’ostentazione delle megalopoli – che si espandono a ritmi spaventosi, fagocitando i piccoli villaggi e i relativi abitanti con le loro tradizioni e costumi – e nelle conseguenti e sempre più crescenti disparità sociali. Il sistema gerarchico delle caste, alla base della storia religiosa ed economica dell’India, è stato ufficialmente abolito negli anni ’50 del novecento, ma ancora oggi la sua influenza è marcata e stenta a voler sparire. Per le caste inferiori è tuttora estremamente difficile avere accesso a una vita dignitosa, a un buon lavoro, o anche solo parlare di diritto allo studio. Le azioni del governo a favore dei ceti inferiori sono del resto inconsistenti e vengono ostacolate e derise dalle caste superiori.

Per raccontare l’India, noi occidentali cadiamo spesso nella trappola del ritrarre il paese con gli occhi della compassione, fermandoci a descrivere con sguardo privilegiato sprazzi di miseria. Dimentichiamo il passo successivo: l’indagine politica e l’individuazione delle cause. Smriti Singh ci offre un punto d’osservazione interno e ci racconta un anfratto mostruoso della sua città, Nuova Delhi, dove una montagna di rifiuti si innalza accanto ai nuovi grattacieli e rende l’aria irrespirabile:  l’immensa Ghazipur. Non è solo una discarica satura, è anche casa, ombra mesta che si stende su migliaia di persone come una mano invisibile tesa a bloccarne le vite.

Per quanto agli hindu liberali piacerebbe crederlo, il sistema delle caste rimane fondamenta del paese. Resta nei nomi, inciso sul lavoro e trasmesso da genitore a figlio. Determina la vita.

«Essendo intrinsecamente svantaggiate e alienate, non di rado le caste inferiori subiscono la brutalità della polizia, mentre le caste superiori deridono e biasimano l’esistenza di posti riservati alle classi inferiori nelle università, giudicandole dall’alto del privilegio di casta di cui hanno sempre beneficiato loro e i loro antenati. Non avevo mai visto come la religione e la casta incidessero nel determinare una sistematica povertà, finché non ho lavorato con una ONG in una discarica alta 213 metri. Nel mese più caldo di giugno, ho camminato oltre l’autostrada per entrare nel villaggio di Ghazipur. Una montagna incombeva dietro di me, a Nuova Delhi: un mucchio di spazzatura alto quasi quanto il Taj Mahal, di cui ignoravo l’esistenza, nonostante io abbia vissuto in questa città per tutta la vita. Stavo girando un film sull’inquinamento urbano e volevo parlare con le persone addette allo smistamento dei rifiuti, le quali erano certamente le più colpite dal problema. Gli incendi spontanei erano comuni sulla montagna, ma più comuni erano le pietre della polizia che colpivano i bambini e le donne.»

Non avevo mai visto come la religione e la casta incidessero nel determinare una sistematica povertà, finché non ho lavorato con una ONG in una discarica alta 213 metri.

«Rimasi delusa quando incontrai una ragazza che non aveva nulla da dire sulla qualità dell’aria. Come poteva non sapere che quella zone della città avevano l’aria più malsana? Ma la mia ostinazione ad ottenere testimonianze a riguardo limitava la mia capacità di giudizio. Ho guardato più attentamente, dopotutto non era neppure una donna; aveva un bambino in grembo, ma il suo viso era giovane e sempre sorridente. Aveva diciassette o forse sedici anni, non lo ricordava di preciso. Era stata sposata ben due volte e in entrambe le occasioni si era trovata a dover fuggire in preda al timore per la sua stessa vita, fino a giungere qui, a Delhi, quella che in India tutti considerano la città dei propri sogni. Nonostante la sua casa e la sua vita fossero oscurate dall’evidenza di quanto poco a Delhi importasse della sua esistenza, era felice. Riconobbi il nome del villaggio da cui proveniva, perché era lo stesso da cui proveniva mio padre. Sembrava però che nel tempo e nello spazio noi fossimo su due piani opposti della realtà. Sapevo perché, ovviamente. Lei era musulmana.»

«Ho parlato con molti bambini nel villaggio, i nuovi volti li eccitavano. Ho dimenticato presto i motivi per i quali ero lì, a cosa serviva chiedere cosa ne pensassero dell’inquinamento atmosferico quando non avevano termini di paragone rispetto alla drammatica realtà in cui avevano sempre vissuto? Le case erano fatte di teloni e mattoni, con un letto solo per famiglie composte da cinque o più persone. I bambini sono cresciuti in questi spazi angusti e hanno smistato la spazzatura della grande città, trovando di tanto in tanto qualche metallo di valore.»

Le mie foto sono i volti delle persone che camminano, vivono e respirano immerse nella spazzatura del paese. Il governo parla di dignità del lavoro e di rispetto da rivolgere loro, ma quando un’intera parte della popolazione non ha mai avuto dignità nella vita, non può che essere una dichiarazione vuota.

«L’India è un paese povero. Il mondo e i media non hanno del resto evitato di etichettarlo come tale anno dopo anno. Le più grandi riviste e le Nazioni Unite amano le foto ritraenti i bassifondi e i bambini poveri che utilizzano per mostrare “l’altro lato” del mondo. Dimenticano però di porre l’attenzione sulle forze, appartenenti alla stessa India, che operano in modo che la situazione resti com’è. L’India è un paese povero, ma è anche molto orgoglioso. La povertà sistemica è un prodotto dato dal mantenimento delle caste inferiori nella posizione in cui sono sempre state, costrette quindi a rimanere ai margini della società, mentre l’India costruisce grattacieli e va sulla luna. Se qualcuno si avvicina, la polizia è lì per preservare la divisione.»

«Il patriottismo è per i privilegiati, non potrei mai amare un paese che ha attivamente discriminato e celebrato la sofferenza della sua gente sin dall’inizio, quindi me ne separo. Ho una visione molto diversa dell’India e non è una visione carina, ma è sicuramente più vera.
Le mie foto sono i volti delle persone che camminano, vivono e respirano immerse nella spazzatura del paese. Il governo parla di dignità del lavoro e di rispetto da rivolgere loro, ma quando un’intera parte della popolazione non ha mai avuto dignità nella vita, non può che essere una dichiarazione vuota.»

“Il patriottismo è per i privilegiati”, scrive Smriti, nel suo prendere le distanze, sul finale, dalla sua terra d’origine. Ammettere di non amare la propria patria, che sia l’India o qualsiasi altra nazione, riconoscerne i crimini e i contorni più oscuri, è un profondo atto di coraggio, oltre che un doloroso taglio al cordone ombelicale, e oggi più che mai è necessario. Non possono che emergere, come una nenia in sottofondo, le strofe della canzone di Gaber, Io non mi sento italiano, assolutamente contemporanee e universali.

Dovessimo stilare una lista onesta di meraviglie del mondo futuro, di monumenti che resteranno in eredità a questa terra, probabilmente Ghazipur andrebbe a sostituire le candide cupole del mausoleo indiano del Taj Mahal, superandolo in altezza e splendore: una nuova Torre di Babele simbolo della corsa all’oro e al potere dell’uomo su l’uomo. Siamo del resto i figli dell’era della plastica e quale simbolo migliore, per descrivere il nostro sistema economico e sociale, delle grandi discariche con i loro fuochi fatui? Ghazipur, Ciketing Udik, Jiangcungou, Korogocho e così a seguire.
Oppure ci si toglie i paraocchi, si cerca un’alternativa concreta, si cambia sistema, si allarga la patria al pianeta: si pensa comune.

 

Fotografie e reportage di Smriti Singh

Traduzione e commento di Chiara De Cillis

 

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