Defining Parody

Io ti chiedevo tutto col telefono scarico completamente.
E nell’attesa di mio padre per consumare la cena,
mia nonna nel suo serale riaccorgersi di noi
in quanto esigenti gastrointestinali,
nell’attesa leggevo Saramago, un feticcio di papà
nell’unico libro non letto, per ripeterlo
a voce alta con l’incedere lento su buche e curve
fino alla collina
ma è un incubo di animali meccanizzati
e droni ovunque, non una buona storia per i bambini
che crollano nei posti dietro, chi dice che stai bene non sa
di questa sorveglianza, continua indefessa perché continua
quell’occhio di cielo a fissarci cosa è stato
della tempesta vuota familiare dei litigi
senza ripercussioni, vecchi leitmotiv della convivenza

è tempo ormai che non vi chiedo più niente:
solo soldi e poco tempo al telefono se dio Vodafone vuole
col reciproco pensiero in background
dove è, cosa fa, starà bene oppure l’avvolge una fiammata
di gas e fumi tossici o la casa è allagata,
e anche cosa dovrei fare di questa lavastoviglie che è la vita
a vent’anni

il più grande di noi sono io, il romantico predecessore
pensato per distruggere cosa pensavamo
fosse il nucleo, la tela di ragno, il baco e anche
l’Australia che brucia si riallaccia a noi.

Ma non è nulla, si cresce ancora per fortuna
spuntano i dentoni del giudizio, si prende l’oki tutti insieme
in questa zona neutra del mondo che è la farmacia
e poi si rivede l’anatema il malditesta,
qualche ciglio fuori misura e la mezzaluna di occhi,
l’autoimmunità per fortuna che ci liberi dalle perfezioni.

Quanto romanticismo nelle disgrazie:
come ancora fuori dalla macchina indicandomi
la prima o la seconda ecografia, a Roma
mentre io me ne sbatto, per finta e invece
sguardando la strada in fronte a me interrotta
da un turista che vuole una foto dell’edicola,
costi quel che costi, dalla finestrella dei manga
mi ripeto che i ricordi sono vostri, lasciateveli io
sono lontano un migliaio d’anni luce da quella inconsistenza,

così e sempre: Roma di intrecci e sottoboschi urbani
mi rincresce vederti così piegata tra le mie sbracciate
ma non nuoto da una vita ormai e i miei ricordi non sono marinai
quell’aereo lì schiantato in Iran vedrai
l’hanno buttato via quei bastardi,
nella guerra in cui ti riconosci come uomo e non puoi.

Non c’è alcuna emergenza, finirò l’università, defining parody
e poi potremo ricominciare a rivederci
la mattina stanchi la mattina, e i litigi senza conseguenze
e continuare a riprovarvi in me, a prendermi tutti i peccati
i peli incarniti della vita, le facce stanche

Non si vivrà più assieme, immagino.
Solo che questi anni qui passati a non scusarmi
tra le vie che portano a Roma e a Reggio
purché mi diate i soldi – con quanti strati di ironia sto parlando?

 

 


Immagine di Massimo Nota
Sound engineering Elena Cappai Bonanni
Voce dell’autore

 

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