Controllo: una storia d’amore

Abbiamo telecamere in ogni angolo di città. Bolle di vetro silenziose che, dai loro trespoli d’acciaio alti 4-5-6 metri, occhieggiano le strade. Non abbiamo badato al loro aumento in numero, la diffusione ha avuto focolai molteplici: caserme, prefetture, palazzi civici, banche, ospedali, stazioni ferroviarie, aeroporti e molti altri. Questa crescita esponenziale ha richiesto qualche anno, ma poi, dalle viscere degli edifici, le telecamere hanno raggiunto le zone pedonali, le piazze, le rughe, le aree periferiche e via via i luoghi inurbati. Basterà una generazione ancora, dopodiché nessuno potrà sottrarsi a questa colonizzazione: il contagio è inevitabile. Hanno contaminato i nostri futuri, le storie che potremo scrivere come quelle che vivono dentro di noi, in una forma, ineludibile, di realismo (Fisher).

Via Flickr

I recenti ritrovati tecnici hanno fornito ulteriore forza al fenomeno: la vigilanza dalla terra – e dallo spazio – conosce nuovi vettori che si muovono nelle atmosfere che circondano i plattenbau e gli edifici di residenza popolare. Sono i droni della forza pubblica e hanno un uso oggi comune, che coinvolge ogni territorio amministrativo. Partono dalla metropoli, le unità teleguidate, ronzanti, che pattugliano le zone suburbane, i ruderi delle fabbriche e gli incolti dove, tra macchie di piante pioniere scorgono, di tanto in tanto, getti di marijuana o le tenui macchie di colore dei papaveri da oppio.
I centri più piccoli, comuni con poche decine di migliaia di abitanti, non sono esclusi dall’epidemia che questi uccelli meccanici spargono, con generosità, in qualsiasi punto, su qualsiasi persona, su qualsiasi scenario.

Da sorvegliati a sorveglianti. Ogni società del controllo ha una sovrapposizione di questi due ruoli.

Per esercitare il controllo sulla persona è necessario riformularne i processi mentali, quelli che governano il regime delle nostre abitudini e le modalità con le quali ci rapportiamo agli altri. Per fare questo è necessaria un’esposizione costante, un’occorrenza frequente dei suoi simboli e una presenza reciproca tra questi e il soggetto che si intende influenzare: il controllo non può esistere – ça va sans dire – se non come tecnica di persuasione.
L’ acquisizione di questi nuovi atteggiamenti è già riscontrabile nel nostro modo di reagire di fronte agli obiettivi capaci di trasmettere la nostra immagine in un luogo a noi distante, come la fotocamera degli smartphone o la webcam installata nei computer, che molti utenti decidono di coprire con una striscia di nastro adesivo. Perfino Mark Zuckerberg è stato ritratto in alcune fotografie vicino al suo portatile soggetto a questo tipo di mascheramenti.

Il controllo non può esistere se non come tecnica di persuasione.

Via Google immagini

I satelliti non hanno la stessa efficacia perché il loro operato è invisibile. Essi scrutano i caseggiati ma non ci è possibile ricambiarli. Così, per molti di noi, è del tutto irrilevante la loro presenza, per nessuno è percepibile. Anzi, i loro frutti corroborano in noi il piacere che deriva dall’esercizio del potere, dove le mappe digitali ottenute con questi strumenti ci persuadono dell’utilità del loro esercizio, proponendo, dei due volti del dominio, quello seducente: lo spettacolo. Si mitiga, così, l’idea oppressiva di avere ogni nostra attività perennemente registrata – il significato del processo è così distorto, sviato, nel consentire, a ognuno di noi, l’opportunità dell’immedesimazione: da sorvegliati a sorveglianti e viceversa. Ogni società del controllo ha una sovrapposizione di questi due ruoli. La presenza di telecamere è non solo accettata, ma accolta con favore e così lo spazio urbano si trasforma in un panottico[1] che sottrae al cittadino ogni interesse ad agire.

Via Google Maps

Sono queste le modalità con cui si diffonde ogni malattia: le malattie sono, innanzitutto, degli stati mentali, processi che riscrivono il regime delle nostre abitudini e le modalità con le quali ci rapportiamo agli altri.
L’addestramento richiede una alfabetizzazione passiva. Le telecamere assolvono egregiamente a tale scopo, in modo discreto: con stimoli intensamente bassi, ci ricordano – sempre – la struttura della nostra società, il suo culto della sicurezza.

Le malattie sono, innanzitutto, degli stati mentali, processi che riscrivono il regime delle nostre abitudini e le modalità con le quali ci rapportiamo agli altri.

 «In effetti anche il potere esterno può alleggerirsi delle sue pesantezze fisiche, tendere all’incorporeo», scrive Foucault, «e più si avvicina a questo limite, più i suoi effetti sono costanti, profondi, acquisiti una volta per tutte, incessantemente ricondotti: perpetua vittoria che evita ogni scontro fisico e che è sempre giocata in anticipo». Questo meccanismo di potere sfrutta la brama di conformismo e il desiderio implicito di rinunciare alla libertà, e alle incognite che ne derivano, a una morbida impressione di sicurezza, a un culto e ai suoi simboli: telecamere. Ed è in una narrazione di questo tipo che un’intera comunità è disposta a una detenzione domiciliare volontaria, con un numero contenuto – se non nullo – di poliziotti e militari.

Copertina di Van Santen & Bolleurs


[1] Questo carcere ideale progettato alla fine del ‘700 da Jeremy Bentham è, per Michel Foucault, la figura del potere della società contemporanea (Sorvegliare e punire).

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