Passaggio di stato

I

Gustave scende la passerella con le ginocchia rigide e la sinistra sul corrimano. Un passo, due passi. Indossa un camice blu, lo stesso che mi cade largo sulle spalle, ed è piccolo, Gustave visto dal parapetto: un uomo di trent’anni che sta in un pollice. Un passo, due, tre. Si ferma. Alle sue spalle c’è la nave ospedale, ci sono gli altri malati, i medici e le infermiere, ci sono io; davanti a lui c’è il porto, e oltre il porto le case, e un campanile alto e un po’ curvo, e un’alba di maggio.
Riabbasso lo sguardo, mi concentro su Gustave. È questo il mio modo di dirgli addio: lo spio da una certa distanza, al riparo.

È questo il mio modo di dirgli addio: lo spio da una certa distanza, al riparo.

Gustave stringe la ringhiera con entrambe le mani e solleva una gamba oltre la passerella. Fa lo stesso con la destra. Sotto di lui, il mare è di china.             
Aspetto il tuffo nell’abisso che se lo porterà via, ma Gustave resta immobile. Nell’aria c’è un silenzio che rispettano anche i gabbiani.          
Poi entrambe le gambe tornano al di qua della ringhiera e per un’istante m’illudo che risalirà a bordo. Che si volterà e mi farà un cenno. Che pranzeremo insieme, e guardando il porto mi rivelerà com’è stare al confine, scrutarlo per un lungo momento e scegliere di restare.           
Ma non si volta. Un passo, due passi, un terzo e un quarto, Gustave scende la passerella fino alla banchina. Nutro ancora una speranza: proseguirà verso il paese, dove lo accoglieranno le saracinesche che si alzano, e ci sarà un cane che, mentre fiuta gli angoli e i pali, fiuterà anche lui, distrattamente. Un sole giovane gli farà stringere gli occhi, sentirà le ginocchia elastiche e allora sparirà tra le calli con nomi di pesci, e non lo vedrò più. Ma saprò ancora come immaginargli una vita. 
Gustave si sfila il camice, lo abbandona sulla banchina. Si gira nudo verso la nave, ma ormai non la vede più. Ha le braccia chiazzate di viola per le troppe punture, ha le spalle larghe ma è magro. Le costole sembrano branchie. 
Resta fermo un attimo ancora. Poi fa un passo e io chiudo gli occhi. Quando li riapro, è sparito. 
C’è un’increspatura, sul mare di china.         
È un’apocalisse dolce.

Tornato nella mia stanza, scruto i profili familiari delle cose: il tavolino con i fazzoletti e i libri; l’asta della flebo; le due bottiglie d’acqua che tengo accanto al letto. Ne apro una e bevo un lungo sorso.
Vorrei fare due passi, mi diceva fumando sul ponte di poppa. Lo diceva ogni volta in cui avvistavamo la costa. La cenere svaniva nella scia della nave e Gustave ripeteva:            
Solo due passi. 
Gradualmente, gli oggetti riaffiorano dalla penombra alla luce. Il mondo, con calma, si sveglia.
Parlava poco, ma aveva dei bei baffi anni Venti, che me lo faranno ricordare in bianco e nero. Baffi da uomo tranquillo, forte solo quando serve.     
Dopo colazione mi affaccio sul parapetto, ma il camice di Gustave non c’è più. L’hanno portato via.
Nessuno, qui, è obbligato a restare. Ma lo sanno tutti che, se ti ammali, dalla nave non scendi più.

Nessuno, qui, è obbligato a restare. Ma lo sanno tutti che, se ti ammali, dalla nave non scendi più.

II

All’inizio, l’apocalisse erano i video amatoriali trasmessi dai Tg della sera.            
Ne ricordo tre.           
Berlino: un uomo lascia cadere la valigetta, poi gli occhiali, si allenta la cravatta mentre continua a camminare. La gente che attraversa il ponte per il Bode Museum si volta, incredula, e sul lastricato già sono sparse le prove di un corpo nudo: camicia bianca, pantaloni blu taglia 50, giacca elegante convenzionale. L’uomo, minuscolo e pallido davanti alla cupola maestosa del museo, sale sulla balaustra e si butta nella Sprea.       
Auckland: l’immagine è mossa. Chi filma ride, testimone divertito di una prova di forza tra una ragazza e un labrador; oggetto del contendere: un frisbee. Più in là, un uomo in canotta corre sulla spiaggia, e il sole lo fa sembrare un’ombra cinese sul telo del mare. Ma c’è qualcun altro, ancora più in là. Chi filma ne sembra attratto, così l’immagine zooma sulla destra: un padre, un bambino e una madre si tengono per mano. Avanzano nell’acqua salata, le onde si arrampicano sulle gambe, poi sulle anche del padre, ne lambiscono il ventre. Quando la testa del bambino scompare sott’acqua, l’immagine si fa più stabile, poi prende a tremare. Chi filma non ride più. La ragazza ha lasciato il frisbee al labrador, che trotta via soddisfatto, e ora guarda dove guarda chi filma. L’immagine si avvicina, si fa confusa. Urla dalla spiaggia in direzione del mare. Scompare anche il padre, scompare la madre.    
Desenzano sul Garda: giornata di sole e di cigni. Di un pranzo aziendale in un ristorante stellato. La gente parla di segni più e di segni meno, qualcuno passa davanti alla telecamera e imbarazzato fa una smorfia e si scusa.  C’è una gara di vela, ma le barche non partecipano. Oscillano piano, toccate dal vento. Sono tante piccole vele fantasma. 

Sono tante piccole vele fantasma. 

III

Tra i pazienti non si parla d’altro. La Voce sfreccia per le stanze e i corridoi della nave, emerge sul ponte di prua, torna sottocoperta e poi esce di nuovo: babordo, tribordo; si propaga da Elio l’avvocato a Mara la nonna senza nipoti, entra nella partita a carte – Cirulla – di Davide Federico Carlo Edward, fa un giro su sé stessa e giunge a poppa, dove s’incarna in Guido, che in genere mi ignora ma che oggi ha vinto il suo disprezzo per me – o chissà, la sua timidezza – e mi sta parlando. Hanno scoperto una cura, dice la Voce incarnata in Guido, Il primario sta per sbarcare, e il primario non sbarca mai. In effetti, ecco il Dottor Scarpa che marcia accompagnato da Medico Zoppo e due infermiere; una è Maddalena, dell’altra non so il nome ma la chiamo: Guantanamo, perché a non saper fare le iniezioni, secondo me, ricava un certo gusto. 
Sfilano sulla passerella in fila indiana, primario infermiera medico infermiera, e per un attimo penso alla cenere che si perde nel ribollire di una scia. Oltre il porto c’è il paese, ci sono le case e il campanile curvo; c’è l’ora assolata di un pranzo di maggio. Oltre il paese c’è una strada provinciale che diventa autostrada. L’autostrada porta al Centro di Ricerca dell’Adriatico Settentrionale.    
Mi congedo con una scusa – Guido continuerà a disprezzarmi – e prendo a vagare senza meta. I corridoi e le stanze mi attraversano come ologrammi, non so dove sto andando ma sono sicuro di una cosa: non la trasmetterò a nessuno. La voce muore con me.      
Seduto nella caffetteria mezza vuota, mi ritrovo a mordere la cannuccia di un the freddo che non ho ancora assaggiato. È inutile illudermi: la voce vivrà. Tuttalpiù le avrò mozzato una testa, ma altre otto strisciano per la nave, inoculando ai pazienti dosi di speranza.          
Chissà, forse una cura l’hanno trovata davvero. Anche se non si è mai capito come faccia il morbo a diffondersi. Anche se gli esami non rivelano anomalie: non nel sangue, né nella saliva, né nelle mappe interiori vergate con il liquido di contrasto. Anche se molti dicono che non c’è alcuna malattia, e che ciò di cui siamo vittime ha un nome diverso: cambiamento.

Il the è buono. Sa dell’idea di pesca che hanno i bambini, sa di zucchero e colorante.

Il the è buono. Sa dell’idea di pesca che hanno i bambini, sa di zucchero e colorante. Ho sete, e anche se ne ordinerò un altro la sete non svanirà. Mi viene da grattarmi. Sulle braccia non ho nulla di strano, a parte qualche livido e il cerotto per la flebo. Ma sento la pelle spaccarsi in trame di crepe che si ramificano su di me, dentro di me. Sono i sintomi del morbo.           
Se c’è una cura, io non la voglio.

IV

Quando il mio paese svanì, me n’ero andato da tempo. Lavoravo in una città circondata dai monti, una metropoli su cui pesava un cielo plumbeo di smog e antiche glorie.        
Le case ci sono ancora, disse zia Ambra per telefono, ma la gente è sparita. Venerdì era tutto normale. Venerdì ho pranzato con Clara e tuo padre.             
A quel tempo, l’apocalisse era una manciata di aneddoti disseminati per il mondo, e non la chiamavamo ancora apocalisse. Era qualcosa di inspiegato, inspiegabile. Lontano e senza nome. Eppure, quando pensai a casa e me la immaginai vuota, vidi le barche abbandonate sul Garda, e la famiglia inghiottita dalle onde, e il tedesco che si tuffa e non riemerge. In qualche modo, avevo capito.       
Aspettai un giorno, poi presi un permesso da lavoro e un treno verso nord.    

Fatta eccezione per il silenzio, il paese era come me lo ricordavo: case di pietra in pendenza, parabole satellitari, il bar di Gianni a tema nativo americano. Setacciai le vie metodicamente, bussando a ogni porta senza ricevere risposta, finché non ritrovai il sentiero tra i boschi, dove più volte ero fuggito da ragazzo: prima dalle aspettative di mio padre, poi dall’amore indesiderato di Sara, infine dalla voglia di fuggire. Ma non ne varcai il confine. Il silenzio amplificava il mio respiro e in alto, nel blu, una cordigliera di nuvole era pronta a crollarmi addosso. Ebbi paura e tornai indietro. Camminai a lungo sul ciglio della strada. Passai la notte in un hotel dall’insegna gialla.    
Nel buio, pensai a dove conduceva il sentiero. Attraverso ciottoli e tronchi divelti, il fiume s’inerpicava sulla montagna per interrompersi in una diga di cemento. Sopra la diga, tra due versanti boscosi, il lago verde delle mie estati. 

Sopra la diga, tra due versanti boscosi, il lago verde delle mie estati. 

V

La mattina dopo, zia Ambra mi teneva sottobraccio tastandosi l’anca con la mano libera. Era la stessa donna di sempre, con la permanente rosso caramella e le unghie smaltate di fresco, ma i suoi gesti erano vecchi: ogni passo sul sentiero, su nel silenzio fino alla diga e poi al lago, le aveva aggiunto un’ora, un mese, un anno di fatica. Per sua fortuna, non ci sarebbe stato bisogno di spingerci oltre. Sotto di noi, l’acqua era attraversata dalle carpe che da piccolo chiamavo semplicemente: Pesci! e che non avevo mai voluto prendere all’amo. La trasparenza rendeva chiaro ogni dettaglio, solo un po’ più verde.        
Spostai lo sguardo a riva, rapido. Cercai di concentrarmi sulla ghiaia, sulle rocce e gli arbusti.    
Ma zia Ambra mi strinse il braccio, nervosamente, e smise di tastarsi l’anca, e indicò il lago.      
Li aveva notati anche lei.       
Sentii un cavo issarmi la fronte e fui costretto a guardare. 
Camminavano sul fondo, da soli o in gruppo, mentre le carpe li sorpassavano senza troppo interesse. Alcuni nuotavano verso la superficie inarcando la schiena, ma non riemergevano mai. Altri erano piegati e, forse, raccoglievano alghe dal fondale.      
Erano Sara, mai partita per la città. Erano il bar di Gianni il mercoledì mattina. Erano mio padre. Vivevano lì, ora. Tutti. Vivevano sul fondo del lago.
Quando, un anno più tardi, zia Ambra manifestò i primi sintomi, pensai che avrebbe raggiunto il fratello e gli amici nell’acqua dolce. Invece mi disse: Voglio andare su una di quelle navi ospedale. Lì si prenderanno cura di me. E poi, una crociera non l’ho mai fatta.        
Si è buttata in mare tra il Veneto e la Croazia. Il punto preciso non lo conosco.    

VI

La nave ospedale non è un ospedale.          
Abbiamo sete, noi malati, perennemente; ma per quanto beviamo la sete non passa. Ci gonfiamo di liquidi per riequilibrare l’aridità che c’invade, e facciamo molte docce, e flebo quando ci stufiamo di bere. Ma non ci stiamo curando. I medici giocano d’azzardo con i nostri corpi, fiduciosi che un giorno la fortuna li premierà. Allora invertiranno il processo, e saranno eroi. E noi saremo salvi.       
La nave ospedale è una prova crudele ed è un atto di misericordia. Ci raccoglie malati da ogni porto, avvicinandoci alla fonte del nostro tormento. Noi dividiamo l’attenzione tra l’orizzonte e la costa, tra i ricordi e l’ignoto, e intuiamo quanto ancora ci resta da viaggiare. Per ognuno il viaggio ha una durata diversa. Quando capiamo di essere arrivati, ci basta scendere dalla passerella, o buttarci dal ponte. La nave ospedale non cura, non può dare speranza. Naviga inseguita da un’apocalisse dolce, rimandando il momento dell’addio.

La nave ospedale non cura, non può dare speranza. Naviga inseguita da un’apocalisse dolce, rimandando il momento dell’addio.

È trascorso un giorno da quando il primario è sbarcato. Ho paura del mare, la sete è insopportabile ma non voglio che smetta: avere sete significa che sono ancora qui, un malato sulla nave. 
Guido suona la chitarra e io ascolto, lo ascoltiamo in cinque battendo le mani per tenere il ritmo; qualcuno si azzarda a cantare: solo una strofa, quella che sa. Ci provo, a dimenticare l’attesa. Ma sulla costa c’è un mondo a cui non appartengo, e nell’acqua zia Ambra, mio padre, il bar di Gianni, Sara e il paese; il gruppo di velisti; la famiglia di Auckland; il tedesco. Gustave.    
Vado al bar e bevo un the freddo. Sa dell’idea di limone che hanno i bambini, sa di zucchero e colorante. Corro sul ponte di poppa, guardo il porto. Non sono ancora tornati. Cammino in cerchio mentre la brezza mi spettina. Guardo di nuovo.  
Il mare al tramonto diventa di un colore caldo. Nella notte senza luna sarà di china. Ne ho paura, ma non posso sbarcare. I miei ricordi sono là, sulla terraferma, insieme all’unico modo che ho di capire la vita. Ma la sento respingermi. Immagino di camminare per un paese con le saracinesche che si abbassano e un cane che mi fiuta distratto, e la gola torna a farsi arida. Mi pento di averci immaginato Gustave.          
Accendo una sigaretta. La cenere si perde nel vento e non nella scia della nave, ferma.  
Forse, se davvero c’è una cura, arriverà tardi. Farò in tempo a tuffarmi.   
Non è l’apocalisse, quella che ci ha colpiti: ora mi è chiaro.            
È un passaggio di stato.     

Illustrazione di Linda Aquaro   

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