Il terzogenito

Ci siamo solo io e papà. Mamma non viene più. Giulia e Marco forse verrebbero, ma il rischio d’incontrarci è troppo alto. Chissà se Giulia continua a odiare le gonne. Chissà se Marco fa ancora karate.
Papà mi avvolge la mano con le sue dita da serpente costrittore. È un uomo imponente, ma i neon lo riducono a un nano: sono luci per camici e mascherine, per chi dorme e non sa svegliarsi. Illuminano male chi viene da fuori.
Oltrepassiamo una porta, poi un’altra. Nella prima una donna parla con un alluce sfuggito al lenzuolo, nella seconda un vecchio, pochi capelli e braccia conserte, contempla la finestra. Porta numero tre, siamo arrivati. Oltre la soglia, Jason ci aspetta e non lo sa.

Oltre la soglia, Jason ci aspetta e non lo sa.

Della mattina in cui mio fratello volò dalla bici ricordo le sue gambe larghe sui pedali, il copertone che scoppia – penso a un petardo –, la ruota posteriore che si alza. Poi il casco che rotola, lasciando scie di polistirolo sull’asfalto. So che c’è stato il sangue. Sulla linea tratteggiata, tra i suoi capelli. So che c’è stato un corpo. Ma non lo ricordo, così come non ricordo l’istante in cui rimase sospeso in aria. Manca un fotogramma.
Seguono, in un montaggio schizofrenico, soggettive di una sala d’attesa e campi lunghi di cene mute. Gli eventi tornano lineari a partire da questa inquadratura: io, Giulia e Marco sul parquet di camera nostra, ai piedi un tappeto di carte dei Pokemon. Giulia è grande per il gioco, ma sente la responsabilità di avercelo insegnato, e comunque non vuole uscire. Dall’altro lato del corridoio, papà sussurra una cantilena simile a quella con cui evocava le fusa di Max, il nostro soriano, mentre mamma fissa il soffitto dal letto. Da lei emana un’aria di palude, tanto che a muoversi per casa manca il fiato.
Giulia mi posa una mano sulla spalla e ripete per la terza volta: dopo gioco anch’io. Marco cerca di concentrarsi sulle carte, ma il suo sguardo continua a trovare l’angolo sotto il lucernario, il letto di Jason. Mi alzo, e se interrompo la partita non importa. Jason è alto per la sua età, io sotto la media: sulla sua coperta di Batman potrei dormirci comodo. Una custodia rossa sul comodino attira la mia attenzione. Passo i polpastrelli sulla plastica zigrinata, tiro fuori un paio occhiali e li indosso. Attraverso le lenti, Giulia e Marco hanno perso un po’ di definizione, ma ancora si riconoscono: la primogenita che ha suggellato con un fiocco rosa il matrimonio dei miei, il secondogenito che ha fatto tirare a papà un respiro di sollievo: sì, avrebbe avuto un maschio. Vedo anche qualcos’altro, un alone sul vetro graduato. È Jason. Jason che ha preso il nome dallo zio americano. Jason che ha ridato la giovinezza a mamma. Jason che cadendo l’ha invecchiata.
– Togliteli. Ti viene male agli occhi.
L’ordine di Giulia è appena un soffio.
Ci penso un attimo.
– Così assomiglio a Jason.
Anche senza specchio non ho dubbi. Stessi capelli biondi, stesse spalle strette. Mancava giusto un ultimo tocco.
Un balzo e sono nel corridoio. Giulia e Marco si aggrappano allo stipite come se mi vedessero camminare nel vuoto. Avanzo verso la cantilena di papà, che ad ogni passo aumenta di volume ma non si fa più chiara, e quando la maniglia è a portata, la impugno.
Nella penombra, papà sembra un orso smagrito dal letargo. Mi guarda e ammutolisce, troppo debole per scacciarmi.
– Mamma…
Sfioro il sudario di lenzuola che la avvolge. Poi, dolcemente, glielo allontano dal volto.
– Mamma, guardami.
Papà mi afferra e subito lascia la presa. Mamma ha due occhi estatici che addolciscono le rughe.
– Jason.
La voce è stridula. Non la usa da un po’.
– Jason.

Dove c’era mia madre, io ero Jason. Nelle gite al centro commerciale, al parco, davanti alla Tv con in mano una focaccia.

Dove c’era mia madre, io ero Jason. Nelle gite al centro commerciale, al parco, davanti alla Tv con in mano una focaccia. Papà mi dava delle pacche virili, come se avessi scelto di fare il soldato. Giulia e Marco non facevano domande, ma il nostro giocare diventò legnoso. Una volta, mentre ci davamo i turni alla Playstation, Giulia mi indicò e disse: tocca a Jason.
All’inizio andavamo a trovarlo tutti insieme. Papà fermava mamma in un abbraccio e davanti al corpicino di tubi diceva: parlagli, gli farà bene. Lei resisteva per tre bip dell’ECG, poi mi piantava gli occhi addosso e in quel momento vedevo che capiva e non voleva capire. Si metteva a scalciare e a urlare, e dovevano sedarla. Dopo la quarta scenata, papà non la portò più.
A tavola sedevano due famiglie, ed era difficile riconoscere quella vera. C’era autenticità nella prontezza con cui mamma mi aveva cancellato per riavere Jason, mentre le occhiate di papà, Giulia e Marco erano da attori incapaci d’improvvisare. Quando fu chiaro che la recita avrebbe replicato all’infinito, papà non avvertì che un lieve sobbalzo. Si era adattato. Ma Giulia e Marco crebbero in quella follia uniti, facendo della loro sanità un patto segreto. Si ricordavano a vicenda cosa fosse reale, e quando uno spegneva le candeline, l’altro contava quante ne mancavano al giorno della fuga.

A tavola sedevano due famiglie, ed era difficile riconoscere quella vera.

Papà alza le tapparelle, si siede accanto al letto.
– Jason.
Mi volto per abitudine, ma non sta parlando con me.
Prima di partire, Giulia e Marco hanno esitato più del necessario. In questo voglio leggere un addio: lasciarti indietro fa male, e anche se ora fatichiamo a guardarti, un tempo siamo stati fratelli.
Non li condanno. Sulla finestra è riflessa la prova a loro discolpa.
C’è un uomo con i gomiti appoggiati alle ginocchia, il mento tra le mani. Ha basette di sale, braccia forti che lasciano spazio a una pancia da anziano.
C’è un ragazzo-pianta con radici di plastica. Sulle guance ha ciuffi biondi che un’infermiera poterà. Ha finito di crescere, ora attende d’invecchiare.
E c’è un bambino. Camicia a quadri e occhiali di un altro. Quanti film ha visto, negli ultimi dieci anni! Vorrebbe girarne uno, ma l’ambizione s’infrange sui denti da latte mai caduti, sul metro e trenta che limita le opzioni di ripresa. No, non ci sarà un film. Ma se mai ci fosse, questa sarebbe la prima scena:
Panoramica di una strada assolata, due bambini – fratelli – pedalano in fila indiana. Si fermano subito prima di una discesa.
Inquadratura di mezzobusto: il bimbo davanti si toglie il casco.
Dettaglio della fronte: un’aureola rossa.
– È troppo stretto. Vado senza.
Controcampo. Il fratello maggiore scuote la testa.
– No. Mamma mi ammazza.
– Ma è stretto e fa caldo!
– No.
– Allora lo tengo slacciato.
Primo piano del maggiore. Ci sta pensando.
– Ti prego!
Il minore attende speranzoso.
Voce off del fratello:
– Va bene. Slacciato.
Jason sorride all’obbiettivo.

lllustrazione di aquacrown

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