Diario di passaggio (Arancione VIII)

C’è chi ha a che fare
col contrario di se stesso
all’interno.

Cresciuta dagli occhi una sposa
e una croce a punta,
una fredda conchiglia disvela Saturno.
In esofago intoppo celeste e bruno,
cianotico sintetico tessuto
squagliato come plastica.
Aquila tu sai e conduci
la voce sul pizzo
e vento solo sa quali echi
nell’eco suo ondeggiano.

La poesia è servita, tra le altre cose,
a dar luce al processo
che porta ogni mago a diventare
eremita
seduto davanti alla grande ruota
tra muri di scaglie
dando taciturno assenso
al gufo notturno
nel suo soggiacere assoluto
morte nonostante.
Morte nonostante è 壁[1],
criterio, sbarra
sotto la quale
non passa opinione
oppure circo reso più definito
dall’esistenzialista post-moderno.
A quel muro davanti
è la mano monca di un pedaggio di dita
a riconoscere la ginestra
tra le prime a ricrescere dopo una colata
e il senso eterno del nulla è scorto
e non compreso
in una lacrima contrariamente.

Un sangue che nonostante tutto
rimane pulito
giunge al tessuto nervoso
da ipocondriaco,
non accetta di aver fatto
in effetti
il meglio che poteva
nel suo scorrere.

L’organismo esteso che lo contiene
è un uomo
nella fattispecie
una finestra notturna
attraversata da branchi di veli,
respiri di rinascimento,
ghirigori, gocce.

O anche “Una finestra che non c’era”,

un tema su cui insistettero golosi
sin dall’adolescenza.

Si sentiranno trainati sotto le maniche di seta
delle dame arancioni
ed allora avranno conferma
di aver rivisto in un canto
un frammento di associazione
tra memoria e materia
sedicente unica e solo da sé
circoscritta.

Così dal pallone aerostatico
è piacevole osare
sino al precipizio
prima di ritrovare il dio equilibrio,
dio farsa dio falsato
caro equilibrio che è spedita sicurezza
di non cedere mai all’energia enorme
non falsificabile
restando togati fermi
in giuria.

La compagnia del proprio sangue
come un parente o una zita,
la cima sferica della mongolfiera
nasconde
un immenso mostro meccanico
che s’alza in volo e sale
tra pirotecnie viola blu e rosa
sparse come squame di sauro
al tramonto.

Illustrazione di Patryk Hardziej

[1] Kabe, Muro in giapponese

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