L’orchestrina

Un abile direttore d’orchestra sa sempre come distinguere le voci dei singoli strumenti. Se una sola corda stride, se un tasto suona sghembo o un colpo arriva tardi, lui subito se ne accorge e riesce a intercettare, nel prodotto melodico della buca intera, l’esatta parte in errore. Ogni musicista lo sa e quando sbaglia, sbaglia sapendo di esser visto, perché sempre sente addosso l’attenzione del Maestro: l’infallibile giudizio del suo orecchio, che mai gli perdonerà una svista.
Così, non appena si accorse di aver cannato l’attacco, il Terzo si fermò e fece silenzio. Forse il fiato gli si era spento in gola, o forse la bocca aveva disegnato con le labbra un cerchio troppo stretto; fatto sta che la voce ne era uscita rotta, stonata e pure un po’ stridula, simile al gridolino di un bimbo più che all’ululato richiesto. Il Primo e il Secondo non si lasciarono scoraggiare e continuarono per un po’; ma le loro voci, da sole, non riuscivano a rendere tonda la gravità del suono, e per quanto i due si impegnassero, per quanto si guastassero la gola cercando di riempire il vuoto lasciato dal compagno, nient’altro ottenevano che un canto falso e fiacco, le cui note tradivano l’ideale profondità dell’ululato, ne snaturavano la terribilità e la risonanza. Il compito si era fatto insostenibile, e il Primo pensò che era inutile continuare così, se solo in tre potevano riuscire. Si fermò, e pochi secondi dopo anche il Secondo ammutolì. Tutti e tre rimasero zitti, fermi dov’erano nella radura, mentre attorno a loro la boscaglia ridonata al silenzio iniziava a riempiersi di nuove voci, intonate dal coro diverso e più ricco delle bestie: si riusciva a distinguere, sopra il cinguettio costante e eguale degli uccelli, l’improvviso ruggito di un lontano predatore, il bramito terrorizzato della preda in fuga, il grido folle e solo della scimmia; ma l’orchestrina, che sedeva per terra in mezzo all’erba, non ascoltava queste note, e attendeva impaurita un solo suono: quello sordo e secco dei passi di Pietro, che a breve avrebbero percorso la boscaglia, e l’avrebbero percorsa per punire.

Tutti e tre rimasero zitti, fermi dov’erano nella radura, mentre attorno a loro la boscaglia ridonata al silenzio iniziava a riempiersi di nuove voci, intonate dal coro diverso e più ricco delle bestie

Il Terzo non riusciva ad indovinare l’esatta natura del castigo che gli sarebbe stato riservato, giacché Pietro ne inventava ogni volta di nuovi, ma poteva intuirne la misura, le cui proporzioni sarebbero state equamente calcolate per confarsi alla gravità dell’errore. E l’errore era stato grosso, poco da fare. Sbagliare agli estremi di una lunga sessione era ancora accettabile, succedeva abbastanza spesso; ma tradirsi all’attacco, e così platealmente peraltro, rischiava di compromettere la prima e la più importante tra le qualità richieste dal Maestro: la credibilità. Un lupo può smettere di ululare, ma se il verso gli si mozza in gola appena nato tutti iniziano a dubitare. Forse quello non è un lupo, potrebbero dirsi: forse è uno di quei cagnetti menci e stanchi che un tempo si trascinavano per le strade cittadine, o forse ancora un lupo lo è ma piccolino, che ancora non ha imparato ad ululare, e allora non c’è da aver paura, o almeno se ne ha poca. Questo Pietro non lo avrebbe accettato di sicuro, perché la sua prima preoccupazione era che il suono, anche brutto, si distinguesse per realismo e vividezza. “Un’unica cosa mi importa” aveva detto, quando li aveva assunti. “Nessuno deve dubitare.”
Da allora era stato buono con loro. Certo, quando sbagliavano li puniva duramente, ma gli permetteva di vivere nella radura, ed ogni giorno portava da mangiare e da bere. L’acqua era torbida, la frutta spesso avariata e cattiva, ma di quei tempi aver di che nutrirsi non era cosa da poco. All’infuori del bosco, la città si era fatta inabitabile oramai, e i pochi superstiti rimasti non cercavano più di unirsi per sopravvivere: si braccavano l’un l’altro per le strade, affamati, ridotti a poco più che pozzi, buche da cui cavar la carne, giacché la carne era divenuta tra tutte le cibarie la più agognata e la più rara. Gli animali sembravano essere scomparsi dalla città e dai suoi dintorni. Di loro non era rimasta alcuna traccia, e i tre membri dell’orchestrina ne avevano quasi dimenticato le fattezze. Solo ora iniziavano a rammentarle, grazie ai versi che popolavano il bosco attorno a loro; ma le immagini delle bestie, rievocate dalle memorie d’infanzia, non arrivavano mai a ricomporsi pienamente, perché i tre non avevano altra traccia da seguire oltre ai suoni, e così avevano iniziato a desiderare di inoltrarsi nella boscaglia per dar la caccia a quegli animali e appurarne le sembianze. Pietro aveva castrato sul nascere questi loro propositi, e quando i tre gli avevano chiesto perché non portasse mai carne per pasto, lui aveva risposto che non vi era nessun animale nel bosco. Loro avevano dovuto accettare le sue proibizioni, ma non gli avevano creduto: segretamente, continuavano a sperare che un giorno sarebbero usciti dalla radura, e addentrandosi nel bosco si sarebbero finalmente imbattuti nelle bestie dimenticate. Talvolta, nel sonno, sentivano il loro fiato caldo in faccia, e vedevano le loro forme ricostruite emergere dal buio, pasciute e piene, ricche di prelibata, preziosissima carne. Quando si svegliavano, i tre dell’orchestrina avevano sempre una bavetta spumosa raggrumata al bordo della bocca, ed ogni volta cercavano di raccogliere, da quei loro desideri, il coraggio e la forza di disubbidire al Maestro; ma non si risolvevano mai a far niente, e rimanevano seduti nella radura ad aspettare che arrivasse il pasto, o che venisse il momento di ululare.

Segretamente, continuavano a sperare che un giorno sarebbero usciti dalla radura, e addentrandosi nel bosco si sarebbero finalmente imbattuti nelle bestie dimenticate.

Quando sentì i passi di Pietro, il Terzo iniziò a tremare. Gli altri si erano allontanati da lui, e affamati osservavano quel punto, al limitare della radura, dove la linea di uno stretto viottolo si infiltrava tra i fusti delle querce. Le bestie tacevano ora, e la luce pioveva di taglio dal sole calante, piegando sul sentiero le ombre degli alberi, rigando il ciottolato e dividendolo in brevi intervalli di luce ed ombra, che i tre dell’orchestrina vedevano alternarsi sull’affondo del percorso. In questo reticolo luminoso la figura sempre più vicina del Maestro si oscurava e riappariva ritmicamente, incedendo con passo cadenzato mentre lo svolazzo del suo giaccone strisciava al suolo. Il Primo e il Secondo si alzarono e protesero il petto in avanti, come soldatini, mentre il Terzo, ancora seduto, affannava il pensiero nell’inutile ricerca di una scusa.
Allo sbocco del sentiero, Pietro si fermò nell’ultimo lembo d’ombra, dove la sua alta sagoma si stagliava contro le luci dello spazio antistante, e si portò una mano alla bocca. Un fischio acutissimo ferì le orecchie dei tre, e dal fondo del sentiero accorse la figura straniera di un uomo magrissimo, malamente vestito con pochi stracci strappati, le cui sfrangiate nappe vibravano al vento nella corsa. Pietro uscì dalla zona d’ombra in cui si era fermato, offrendo al sole la membruta, pesante verità del corpo, e un riverbero luminoso gli si riflesse nelle pupille, accendendo l’immobile mestizia del suo sguardo. Attorno, i tratti del volto sembravano raccolti in un’espressione contegnosa e attorta, come di preghiera, mentre le labbra polpute risaltavano rossissime sul biancore della pelle, inumidite forse da un bacio, forse dalla frescura di un’acqua che ora il Primo e il Secondo aspettavano di ricevere. Ma le mani di Pietro non reggevano nessuna cesta quest’oggi, e l’unico bagaglio che l’uomo aveva portato con sé sembrava essere quel disgraziato, scheletrico figuro, che ora stanziava tremebondo alle sue spalle, guardando verso i tre dell’orchestrina con occhi timidi e impauriti.
Il Terzo aprì la bocca per parlare, ma Pietro lo zittì subito venendo innanzi. “Questo ragazzone rimarrà con voi per un bel pezzo” disse mentre incedeva verso il Primo e il Secondo, seguito dal nuovo arrivato. Il Terzo sentì freddo dietro il collo, e un pulsante impaccio gli crebbe nella vescica quando si accorse che le parole e lo sguardo del Maestro non lo tenevano di conto, che quel “voi” era stato rivolto unicamente ai suoi compagni. “Cercate di farvelo amico”, continuò Pietro, ponendosi di fronte alle figure impettite del Primo e del Secondo. “È un basso-baritono formidabile, perfetto per il ruolo” disse, rivolgendo al soggetto delle sue lusinghe uno sguardo gentile, come a incoraggiarlo. Ma queste attenzioni non sembrarono rincuorare il basso-baritono; quando parlò, la voce profonda e bellissima gli tremò in gola: “Ma lei è proprio sicuro?” chiese a Pietro. “Con l’elefante mi trovavo bene, e poi m’ero affezionato agli altri.” Pietro rispose senza guardarlo: “Lo so, caro mio, eravate in tanti laggiù, di certo riuscivate a divertirvi. Ma vedi, un singolo barrito richiede almeno venti voci. L’ululato è più semplice, di sicuro più economico: in tre bastate.” Rassegnato, il basso-baritono si affiancò al Primo e al Secondo, mettendosi in posa alla loro maniera. Pietro iniziò ad alzare lentamente le braccia; reclinò il capo verso lo sterno, come inchinandolo in orazione, e chiuse gli occhi. Gli avambracci, assieme alle mani, pendevano laschi ai lati dei gomiti, quasi morti, costretti all’inerzia dall’orientamento dei moncherini alzati: per pochi secondi, sembrarono molli membra di cadavere, innestate sul corpo teso e sano di un uomo. Poi, improvvisamente, si irrigidirono, si flessero, si mossero.
Con un gesto continuato e lentissimo, Pietro iniziò a far volteggiare le mani: le affiancò all’altezza del petto, dapprima, giungendo i palmi del pollice e dell’indice; poi iniziò ad alzarle in direzione opposta, disegnando nell’aria un arco ribaltato, allungandone i piedritti fin sopra il capo. Davanti a lui, i tre iniziarono ad ululare all’unisono. Dalle loro labbra socchiuse a cerchio uscì inizialmente un guaito scomposto, in cui le tre voci spesso si scollavano; poi, mentre il disegno dell’arco andava compiendosi nell’aria, i guaiti iniziarono ad incontrarsi e sovrapporsi, fin quando si trovarono radunati nella superiore unità dell’ululato. Pietro compose una ricca sequenza di archi, tra loro distinti per forma e dimensioni. Dalle misure di ognuno i tre ricavavano una differente idea di profondità sonora, che riassumevano nel verso, il cui crescendo seguiva la struttura suggerita, partendo dove le mani si riunivano a principiare una forma per poi salire assieme a loro ed infine esaurirsi nel punto in cui il Maestro si fermava. Al termine delle prove il compatto ululare dei tre aveva raggiunto un livello di attendibilità e verosimiglianza che la precedente formazione dell’orchestrina non era mai riuscita a sfiorare.
Il sole bassissimo ora cadeva quasi rasente il terreno, e le code della sua fiamma si slungavano tra le radici delle querce, indorando il fertile paciugo del sottobosco. Attraverso gli intrichi del frondame arrivava alla radura l’inquieto coro delle bestie notturne, edulcorato dalle roboanti note dei grandi animali, cui ora subentravano le meschine timidezze dei piccoli roditori e dei serpenti, accompagnate dal gracidare delle rane, dal meccanico, pervasivo ronzio degli insetti, sul quale ritmicamente si staccavano le nuove insistenze degli uccelli, le ossessive ripetizioni del gufo e dell’allocco. L’orchestrina riformata aveva smesso di ululare ed attendeva il responso del Maestro, che ancora taceva di fronte a loro. Il Terzo si era seduto per terra ed aveva chinato il capo, poggiandolo contro le braccia, che teneva incrociate sulle ginocchia. Tutto quel che riusciva a vedere, affacciato com’era sul suo basso ventre, era il cavallo dei pantaloni macchiato d’orina, e così non si accorse che il Maestro stava silenziosamente esprimendo il suo giudizio sull’esecuzione, regalando ai musicanti un largo sorriso. “Bene, ora debbo lasciarvi” disse d’un tratto, scuotendo il Terzo dal suo inquieto torpore. “Mi dispiace di non aver portato da mangiare, ma il vostro errore mi ha tenuto impegnato per tutto il giorno. Ho dovuto fare un bel giro per trovare un sostituto adatto” continuò, mentre i tre lo guardavano smarriti. “Se farete i bravi, domani avrete carne per pranzo.” Il Primo e il Secondo si guardarono eccitati; ma il basso-baritono, per qualche motivo, non sembrò gioire di quella promessa, ed abbassò al suolo uno sguardo contrito e colpevole. Pietro si voltò, e per la prima volta dal suo arrivo rivolse lo sguardo al Terzo, che per poco non si pisciò di nuovo addosso; ma non vi era rabbia nel volto del Maestro, che anzi sorrise, facendogli cenno di alzarsi.
Sotto gli sguardi impassibili del Primo e del Secondo, i due attraversarono la radura ed imboccarono il sentiero. Addentrandosi nel bosco, il Terzo sentì distintamente, nel corpo, che qualcosa stava per cambiare. Prima che i compagni si facessero troppo lontani, si voltò a guardarli: li vide stendersi sull’erba assieme al basso-baritono, prima distinguibili, poi sempre più confusi, sin quando le loro sagome stilizzate divennero punti neri appena, quasi formichine all’orizzonte. Allora il Terzo sentì una strana soddisfazione invaderlo, giacché l’ambiente della radura lo aveva da tempo stancato, ed in cuor suo era certo che il Maestro, al netto di una giusta punizione, avesse in serbo per lui nuovi piani. Mentre incedeva attraverso il bosco, trovò il coraggio di parlare e chiese: “Maestro, che ne sarà di me?” Pietro, che camminava davanti a lui, dandogli le spalle, rispose che l’errore era di certo stato suo, che la voce del Terzo avrebbe trovato migliore collocazione altrove. I due continuarono a procedere lungo il percorso, mentre attorno a loro la luce digradava in penombra, e sopra i colori del tramonto pian piano stingevano. Il Terzo ricordava quel sentiero, perché l’aveva percorso già una volta, quando Pietro lo aveva assunto. Qualcosa tuttavia era cambiato, da allora, o forse allora gli era stato nascosto: talvolta la linea del sentiero si biforcava, e dalla via principale, che correva sempre dritta, si staccavano lateralmente stradine secondarie, ancora più strette, che affondando tra le querce sboccavano ciascuna in una diversa radura. Tra questi spazi, che il Terzo riusciva soltanto a intravedere, alcuni sembravano vuoti e muti; ma in altri, curiosamente vicini tra loro, risuonavano i versi degli animali notturni, e al Terzo talvolta sembrava, aguzzando lo sguardo, di scorgere in quelle radure le formazioni di diverse orchestrine.
I due continuarono a procedere lungo il sentiero per molto tempo ancora, in silenzio, fin quando il percorso s’interruppe di fronte a loro, aprendosi su un largo spiazzo dove una baracchetta di legno stanziava ai bordi di un dirupo, affacciandosi sulla profondità di una grande valle nelle cui lontananze sorgeva la città con le sue torri d’acciaio, spente ma ancora intuibili al diffuso lucore della luna. Pietro si avvicinò alla porta della baracca e la aprì, invitando il Terzo ad entrare.
“Devo svolgere alcune commissioni ancora. Tu aspettami qui, a breve tornerò e discuteremo della tua nuova collocazione” disse il Maestro quando furono dentro. Il Terzo sedeva su un divano strappato, ricavando un gran piacere dalla riscoperta comodità dell’imbottitura. Attorno a lui, l’interno della baracca risultava indecifrabile nel buio, che spargendosi ovunque inghiottiva anche la figura del Maestro. Il Terzo la suppose ancora immobile di fronte all’entrata, e si arrischiò a porgli una domanda, orientando inutilmente lo sguardo verso le coordinate della porta. “Credo di aver capito come funzionano le cose quaggiù” disse, pensando di far bella figura. “Che animale dovrò interpretare ora?” L’invisibile presenza del Maestro aspettò a pronunciarsi, come prendendo tempo per cercare una risposta. “Il liocorno” si risolse a dire infine, e al Terzo sembrò di avvertire, nella sua voce, una qualche perfida ironia. “Non ricordo quest’animale. Che verso fa?” Pietro rispose di non preoccuparsi, disse che avrebbe avuto modo di imparare dai nuovi compagni. “In quanti saremo?” chiese ancora il Terzo, ansioso. “Oh, tantissimi caro mio. Un liocorno richiede molte voci, anche femminili.” Tutto contento, il Terzo si stese sul divano, preparandosi ad attendere, e udì aprirsi la porta. Un’ultima domanda gli sovvenne in quel momento, ma non la pose subito, temendo che risultasse inopportuna. Davanti a lui, ora, la nera sagoma del Maestro, ergendosi tra gli stipiti della porta, si impastava con la scurità della notte. Una delle sue mani, tendendosi, afferrava la maniglia della porta, che iniziò a chiudersi alle sue spalle. Allora il Terzo trovò il coraggio di parlare: “So che non è affar mio” disse, costringendo il Maestro a bloccare la porta. “So che il suo generoso premio non mi spetta, perché ho sbagliato. Giusto così. Ma, se mi è consentito sapere, vorrei chiedere dove l’abbia trovata, questa carne che i miei compari avranno in dono.” Il Maestro sospirò, portò una mano al capo e si massaggiò gli occhi sotto le palpebre chiuse. “Ho trovato una bestia, oggi, nel bosco. Mi sembrava giusto condividere.” Il Terzo si drizzò di nuovo a sedere sul divano, entusiasta: “Quale bestia, signore?” Il Maestro rimase in silenzio per alcuni secondi, poi riafferrò la maniglia della porta. “Un lupo” disse, prima che la serratura si chiudesse e la sua figura svanisse del tutto nel buio. Rimasto solo nella baracca, il Terzo si stese sul divano e chiuse gli occhi. Donandosi al sonno vide comporsi, sempre più vicine, le antiche forme del lupo, e sorrise.

Prima di imboccare la strada di casa, Pietro si fermò alle pendici del dirupo, dove il suo sguardo riusciva ad accogliere l’intera ampiezza della valle. Correndo lungo i campi inariditi, le fiumare intrecciavano i loro letti prosciugati, dividendo il terreno in piccoli isolotti dove a volte si riuscivano a scorgere le macerie di una casa, le fiamme di un bivacco, le tracce dissestate di una strada. In questo rassegnato disegno baluginavano distanti e minuscole le figure di alcuni uomini, animate da un movimento costante, quasi impercettibile nella lontananza, che sembrava guidarle via dalla città, verso la boscaglia che s’inerpicava sulle alture, addentrandosi nelle forre, nelle gole nere dei monti, dove la grande orchestra alzava ogni giorno le sue note. Pietro rivolse gli occhi all’orizzonte: la luce della luna si rifrangeva sulle cime frastagliate e rotte dei grattacieli; colando giù, picchiava sulle strade e sulle piazze della città: sulla loro desolazione, che nessuno avrebbe dovuto vedere, e sul loro silenzio che nessuno avrebbe dovuto ascoltare.
Pietro si voltò, e aggirando la baracca rientrò nel bosco. Era sveglio sin dal primo mattino, e lo aspettava qualche ora di lavoro ancora, perché doveva passare di casa a prendere secchio e falcetto, tornare alla baracca e darsi da fare col lupo, ma non si sentiva stanco. Percorrendo il sentiero di casa, sentì vicinissimi gli uccelli notturni: riconobbe il vecchio gufo, e l’usignolo. Riconobbe l’assiuolo e la civetta, che aveva appena sei anni. Dietro di sé, sentì il frinire dei grilli, lo zufolare delle zanzare, ed oltre ancora le orchestrine dei rettili, che suonavano piano. Solo al fondo, attutiti, si udivano acquattarsi i pericoli dell’ululato e del grugnito, del ruglio dell’orso, che si faceva sempre più lontano mentre Pietro procedeva verso quel punto, al centro del bosco, dove sorgeva la platea dell’intera orchestra. Ogni cosa era al suo posto, ogni strumento suonava ad adeguata distanza, e riscoprendolo Pietro provò ancora una volta una gran gioia, in piedi dov’era, di fronte alla porta di casa. Si voltò a guardare il bosco e chiuse gli occhi. Ascoltando il grande coro delle bestie, individuò le incidenze delle varie voci ed iniziò a scinderle, valutandole una ad una, accertandosi che tutte suonassero vere. Una nota gli parve fiacca, nel mucchio, e si chiese come avrebbe potuto risolvere. Promettendosi di occuparsene all’indomani, salì i gradini di casa ed entrò. Chiudendo la porta alle sue spalle, sentì i passi di Clara corrergli incontro, e si voltò. La vide di fronte a sé, alla luce dei candelabri, e sorrise come sorrideva sempre quando la guardava. Accarezzandole il viso, sentì contro le mani la forma delle sue labbra sottili, degli occhi grandi. Poi la baciò vicino alla bocca, e chiese come le fosse andata la giornata. “Tutto è così vivo” rispose lei, con la sua voce fidente e gentile. “Gli uccelli hanno cantato per tutto il giorno. Ho sentito l’upupa, proprio qua fuori, e i pettirossi. Ho sentito il cervo e anche il lupo. Oggi ha tardato a farsi sentire, dev’essersi svegliato da poco” disse. “Suona più triste e feroce di prima, ma sembra sia lontano, non mi fa molta paura. Sono preoccupata per l’elefante invece, credo stia male. Oggi sembrava diverso, più debole.” Pietro si voltò “Prometto che domani andrò a vedere” disse, incamminandosi nel corridoio, diretto verso il ripostiglio degli attrezzi. “Voglio venire anch’io” lo pregò Clara seguendolo. “Voglio vedere anch’io l’elefante.” Cercando i suoi occhi, Pietro si chinò e le prese il viso tra le mani. “Bambina mia ricordalo sempre, ci sono i lupi là fuori.”

Illustrazione di Shout

 

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Nicola Dardano

Nato a Pisa il 23 Febbraio 1995, mi sono diplomato al liceo classico Niccolini Palli di Livorno e ho studiato alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Oltre ai racconti, scrivo cortometraggi, riservandomi la possibilità di dirigere i miei testi più personali. Attualmente risiedo a Torino

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