L’odore

Di che può parlare un uomo perbene con il maggior piacere?
Risposta: di sé.
F.  Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

Avete mai provato ad annusare l’aria mentre il sole sorge dopo una notte intera di veglia? Si sente qualcosa per cui sono sicuro esistano le parole, ma non so se riuscirò mai a trovarle. La bocca secca, le iridi offuscate dalla stanchezza, i muscoli dolenti vi chiamano al sonno, eppure c’è qualcosa nell’aria che vi tiene svegli.
Potrebbe essere il tanfo del vostro divertimento tequila-tabacco-cocaina che vi risale su dalle viscere come un senso di colpa oppure il profumo nervoso di chi conta gli ultimi minuti di riposo prima della sveglia, quello melanconico di chi dorme solo da troppe notti o quello aspro ma avvolgente di chi riposa in coppia oppure l’olezzo che fuoriesce dalle bocche digrignanti di chi torna da una festa, i cui pensieri combattono fra loro per farlo uscire da quel fremito che li ha tenuti in movimento per tutta la notte.
Forse avete avuto la mia stessa fortuna e su quel divano dove adesso siete rannicchiati una persona vi sta cingendo il braccio con entrambe le mani, aspettando che il sole sia alto. Io non so proprio descrivere quella sensazione, ma sono sicuro esistano le parole, perché le ho vissute.

Qualcuno una volta disse che quando senti l’offa di parole vuote è il momento di venire ai ferri corti con la vita. Si era scordato di dire, però, che ciò ti riduce il livello di umanità di un sacco di punti sulla scala etico-empatico-morale, rendendoti simile a Stalin mentre decideva di non scambiare il figlio tratto in ostaggio con i soldati tedeschi che il suo esercito aveva catturato. I ferri corti con l’esistente ti rendono tutto testa, quanto di più lontano potesse immaginare uno dei tuoi filosofi preferiti quando parlava di uber-mensch.

Qualcuno una volta disse che quando senti l’offa di parole vuote è il momento di venire ai ferri corti con la vita.

Bisogna ammettere, a onor del vero, che in questa situazione sono stato catapultato molto presto. Immaginate per un attimo d’essere stati un bravo bambino medio-borghese, con genitori laici e una bella famiglia alle spalle, una di quelle normali fatte di carriere avviate, regali costosi e amanti dentro l’armadio. Immaginate però di avere un lieve difetto, qualcosa che vi differenzia tanto da suscitare in egual misura attrazione e sdegno: potrebbe essere semplicemente avere la pelle scura oppure i capelli rossi o ancora avere un carattere tendenzialmente mite e docile o essere una persona normale nel fisico ma con una grave deformazione facciale che vi rende simile a Chtuluh.
Siete curiosi? Beh, io non vi dirò mai questa mia caratteristica, dichiaro solo che questo difetto, questa leggera oscenità, non mi ha reso più vessato della ragazza gobba che andava alle medie con me, ma semplicemente mi ha incasellato fin da subito in un ruolo, senza possibilità di costruirmi un’identità personale, senza riuscire a immaginare la vita come sembrava facessero tutti. Il mio psicanalista interiore dice che è quella la radice di tutti i miei problemi, e sono portato a credergli.

Questo difetto mi ha incasellato fin da subito in un ruolo, senza possibilità di costruirmi un’identità personale.

Qualche anno fa ho avuto per un po’ uno psicologo vero, un brav’uomo con lo stesso nome di uno zar russo trucidato assieme alla sua famiglia per giuste ragioni. Mio padre mi aveva costretto ad andarci, perché invece di andare a scuola trovavo più divertente andare nei parchetti a fumare oppure saccheggiare supermercati insieme ai miei compagni di sbronze o ancora scopare con giovani più interessate ai loghi in stencil sulla mia giacca in pelle che a me. Insomma, non mi parevano motivazioni sufficienti per pagare 75 euro all’ora ogni lunedì, e presto l’avevo lasciato.
Allora è venuto in mio soccorso dall’inconscio quest’uomo con la testa da passero, i cui stracci che porta come vesti coprono profonde bruciature, che a titolo completamente gratuito mi dispensa consigli e opinioni non richieste.

Allora è venuto in mio soccorso dall’inconscio quest’uomo con la testa da passero, i cui stracci che porta come vesti coprono profonde bruciature…

Ogni tanto gli rivolgo domande sul suo metodo analitico, se è uno junghiano o un seguace di Groddeck ad esempio, ma non mi risponde. Al contrario, si prodiga in consigli e critiche sulla mia forma mentis, a suo dire tutta impostata su “reazioni di autodifesa ai problemi della vita”, cosa che, parole sue, “mi ha portato a costruirmi un immaginario fatto di gloriosi perdenti”.
Effettivamente, alle elementari il mio idolo era Tito, il buon ladrone crocifisso insieme a Cristo – di cui avevo sentito parlare in una canzone – alle medie Renato Vallanzasca, al liceo Darby Crash e all’università quell’attimo in cui Verlaine spara a Rimbaud. Non Verlaine con il suo disgustoso attaccamento alle convenzioni borghesi, né Rimbaud con il suo destino di trafficante d’armi, ma il momento in cui l’uno tenta di uccidere l’altro in un raptus che è il culmine della loro opera poetica: mi figuravo Verlaine urlare con le vene che gli esplodevano dalle tempie “Piangiamo fino all’alba, mia piccola focosa!” e la traiettoria del proiettile giungere “in metro dispari, più vago e più lieve” al corpo del giovane Rimbaud, che franava con un piede contro quel cuore di buffone ormai defraudato prendendosi a carico il singhiozzo degli infami, l’odio dei forzati e il clamore dei maledetti, mentre nell’aria risuonavano le note di Death and the Maiden dei Verlaines.
In quell’atto c’era tutto quello che avrebbero voluto essere quei grandi poeti, quelle persone mediocri, e c’era tutto quello che avrei voluto essere io, e già immaginavo di venir colpito fatalmente dalla mia ragazza dell’epoca. Invece tutto quello che lei fece fu lasciarmi, a riprova che non c’è cosa più banale della vita.

§

Un sogno: sono in un locale all’interno di una metro e sono completamente alterato da droghe e alcool – vado a pisciare – un tizio gigantesco entra nel bagno e comincia a picchiarmi – scappo – una ragazza bionda dagli occhi azzurri mi sussurra parole di una dolcezza incredibile – mi accorgo che queste sono la chiave per cambiarmi la vita.
Quando mi sveglio, me ne sono completamente dimenticato.
In ogni caso, da tempo non provo più particolari emozioni. L’allegria mi piace, ma appena accenna a trasformarsi in gioia si abbassa una serranda nella mia mente che mi fa partecipare a tutto in maniera assai distaccata. Ne sono testimoni alcune ragazze con cui ho avuto il piacere di passare serate e giornate, più che qualche sorriso, un sacco di chiacchiere e se va bene una scopata insoddisfacente. Se fallisco qualcosa non cambia un cazzo, se vinco mi sale una tremenda insoddisfazione, poiché non ne traggo gioia, ma solo un leggero disprezzo da ciò che mi circonda, mascherato da un’attitudine bonaria e ridanciana.

Il mio psicanalista interiore mi interrompe, si alza dalla poltrona in pelle umana su cui era seduto a gambe incrociate e fa partire  da un giradischi ridacchiando Always Crashing In The Same Car.
“Che significa?”, gli chiedo, “i lettori dovrebbero sapere ancora qualcosa sul mio conto”.
“Continui, prego”, ghigna con il suo becco che si deforma in un’espressione troppo umana. “Ma riprenda da dove ha terminato prima”.
…Del resto continuo a coltivare quei miei interessi criminali per la brava gente, ma che offrono una boccata d’aria fresca a uno stato di cose assolutamente innaturale: ad esempio rubo qualsiasi cosa mi capiti a tiro, che ne abbia bisogno o meno. Quando succede, i battiti del cuore aumentano ed è una bella sensazione, mi sento almeno un poco diverso dal solito.
Parimenti, alimento la mia schizofrenia ontologica svolgendo l’onesta professione di commesso nei grandi magazzini di una famosa città del nord.
Un pensiero ricorrente a lavoro: nei centri commerciali è sempre notte. La luce artificiale, così forte da ferire gli occhi – e non un raggio di sole – illumina, mentre un gran numero di persone si muovono. Eppure, è come se restassero immobili.  Io parlo, ma non dico niente. Tutti ci guardiamo attorno, ma non vediamo niente. La notte e i suoi sogni confusi, questo è il centro commerciale: sedersi e bere un caffè senza sapore o farlo saltare e bruciarlo?
Mentre un giorno – o notte?, dalla luce artificiale non traspare – mi beavo in queste riflessioni, si avvicinò a me una donna di mezza età in compagnia di una bambina – la figlia? – affetta da evidenti problemi psichici, grassissima, gli occhi persi nel vuoto, la bocca storta e segnata da un orribile eczema da cui perdeva le bave.
Mentre rispondevo alla signora, in cerca di una cover per il suo Samsung Galaxy S3, cominciai a ragionare sul fatto che quella bambina era la presenza più onesta di tutto il centro commerciale. Lei dormiva davvero. Non fingeva nemmeno di essere pensante. Neanche per un attimo mi pentii del cinismo dei miei pensieri: nessuno si pente mai dei propri.
Mentre le vedevo allontanarsi, notai che la bimba guizzò in uno starnuto. Prima che la mamma potesse pulirle il naso, sgusciò goffamente dalle sue braccia e si gettò ballonzolando verso di me, pulendosi  sul mio braccio e lasciando sulla mia divisa da commesso un sottile strato di moccio biancastro. Mentre la madre la strattonava via con violenza, rimanevo fisso, in estasi, senza neanche pulirmi: trovavo tutto ciò fortemente simbolico.
Sono convinto che la mia professione sia una versione miniaturizzata della vita: servire sconosciuti, intrecciare rapporti fugaci e interessati, fregare gli altri, non farsi fregare e vivere in una stasi così simile al sonno. “La vita non è che questo, una scheggia di luce che finiva nella notte”, diceva Celine. Eppure, quel vecchio scrittore antisemita mi è sempre sembrato troppo ottimista.

“La vita non è che questo, una scheggia di luce che finiva nella notte”, diceva Celine.

La vita è la notte, altro che scheggia di luce: ridotti a essere merce, il cui gradimento individuale è riducibile a una tranquilla equazione di mercato, i cui desideri seguono la legge della domanda-offerta, in cui tutti sono così prevedibili, tanto se rompi loro il naso quanto se allunghi le mani sui loro organi riproduttivi.
Per questo mi dà noia la vita, la mia e la vostra. Eppure, ogni tanto…
“Non è ancora il momento di parlarne”, mi ordina qualcuno.
Non so se sia il mio psicanalista interiore o una delle migliaia delle mie altre personalità. Faccio come farebbe qualsiasi onesto e democratico cittadino: obbedisco.

§

Un altro sogno: sono a Praga, in un prato – il sole albeggia facendo risplendere la rugiada mattutina – una ragazza bionda dagli occhi azzurri mi si siede accanto.
“Mi perdoni…”, le chiedo, anche se non so chi sia. Lei mi guarda e mi sussurra parole di una dolcezza incredibile. Quando mi sveglio ricordo esattamente quello che ha detto:
“Quello che vedi o che pensi non è importante, e non deve esserlo più.  La vita c’è e basta. Ti perdono.”

Nella città in cui sono nato, ci sono dei luoghi che mi colmano di pace interiore: i tetti delle case. Ce ne sono un paio, compreso quello di casa di mia madre, facilmente raggiungibili, per nulla pericolosi.
Quando sei lassù, ti senti investito di pace e tranquillità: la vita quotidiana sta sotto di te, e sopra di te solo la luna che sgattaiola via per far posto al sole.
Un giorno mi ero spinto su un tetto della periferia. Sedendomi sul ciglio, assaporavo quella pace che il mondo ormai disconosce, quando un uomo gridò: “Che cazzo fai? Scendi subito o chiamo la polizia!”.
C’è sempre, durante una qualsiasi esperienza catartica, qualcuno pronto a rovinarti la poetica del momento, e in questo caso era la guardia giurata della banca che stava sotto di me. L’avevo già detto che la vita è banale?

Mi vanto di saper scrivere racconti: ne ho scritti pochi e in tutta sincerità non sono un granché. Almeno mi diverto.
A 13 anni, il mio primo racconto trattava di un nobile seicentesco che si divertiva ad ammazzare gli appestati al lazzaretto di Venezia. La storia culminava, dopo un crescendo di perversioni e atrocità, nell’orrore di scoprire di avere appena seviziato e ucciso il proprio primogenito.
In seguito scrissi un racconto su alcuni abitanti di un paese in guerra: un bambino credeva che il padre soldato morto fosse un supereroe, mentre la madre credeva che suo figlio fosse la causa della morte del padre. Allo stesso tempo, un signore guardava la suddetta donna dalla finestra fantasticando su un futuro amore. Era  un personaggio ispirato al musicista nazi Boyd Rice e amava l’idea della morte. Finiva con il bambino che saltava su una mina, la madre che si dilaniava gli occhi con uno stuzzicadenti, il signore che piangeva e Boyd Rice che si spaventava nel vedere la morte.
Ne avevo scritto poi uno su un tizio che faceva di una barbona la sua musa e la uccideva e uno su una nutria che credeva che le automobili fossero divinità e quando scopriva la loro vera natura veniva investita.
Ora ne sto scrivendo uno su di una persona insensibile e tormentata da uno psicanalista interiore con il corpo ustionato e la faccia da uccello, non è un granché come al solito, ma solleticare la mia vanità è più divertente che lavorare in un grande magazzino, quindi mi accontento.
“Io credo che in tutti i suoi racconti si avverta invece il problema dell’incomunicabilità. Ogni suo personaggio crede o vede cose inesistenti e, quando fa i conti con la realtà, ne viene annientato”, mi dice il mio psicanalista interiore.
“E secondo lei questa sua arguta critica letteraria come mi può aiutare?”, gli ringhio provocatoriamente.
Mi guarda minaccioso: “Lei, a causa del fatto che si è fatto soggiogare da letture quantomeno fuorvianti, crede che tutto sia reale solo nel momento in cui lo si pensa, però applica questa dialettica cartesiana in chiave negativa: se tutto ciò che è reale è quello che si pensa, e quello che si pensa non esiste, tutto ciò che è reale non esiste. Questo non è nemmeno Nietzsche, né tantomeno Heidegger, questi sono tutti i suoi meccanismi di auto-difesa per essere più attaccato alle sue fantasie che alla realtà.”
“Dottore”, gli rispondo, dopo averci pensato un po’ su, “lei ha mai provato ad annusare l’aria dopo una notte intera di veglia?”.

Non sempre la vita è come vorrei che fosse. Per potermi raccogliere nel mio spleen, a metà strada fra un Maldoror e un Suvarin, ci sono volte in cui le scosse sono troppo profonde e mi destano dal mio e, se posso permettermi, vostro torpore.
C’è stata una notte, ad esempio, e poi una mattina,  in cui è successo qualcosa che non vi dirò, e stavolta non lo farò perché non tutte le storie necessitano di essere raccontate, perché solo io ne conosco il senso e la voglio tenere per me, come una conchiglia particolarmente bella trovata su una spiaggia deserta.
Sappiate solo che dopo quella notte ho capito cosa intendeva dirmi la ragazza in sogno. La vita si sente, è dappertutto, bisogna solo smettere di immaginarsi un futuro, di pianificare l’esistenza.
Ora c’è una figura ricoperta di blu che si agita negli abissi e mi strappa la testa e lo psicanalista non riesce più a parlarmi. E ora ci sono, perché ancora le ricordo, parole nel buio che vanno avanti e indietro, senza titoli ufficiali, ma più importanti di mille altre dette. C’è qualcosa per cui so che esistono le parole, ma non so se riuscirò mai a trovarle.
Credo sia l’odore del mattino mentre mangia la notte.

Illustrazione di Max Ernst
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Luca Gringeri

Musicista non-musicista per Dirty Pulp Theatre, Kreativ In Den Boden, Brigade Bardot, 404 Error. Redattore su blog e fanzine autoprodotte. Opinionista in tutto, dottore in niente.

2 thoughts on “L’odore

  1. a parte la poesia del tuo bel racconto, se accetti il commento di uno che non ha letto interamente il tuo articolo e che di solito viene schifato dagli altri perché parla esplicitamente in maniera anche colorita… delle volte succede anche a me di svegliarmi di soppiatto al mattino (o anche la notte) per via di un qualche odore che delle volte neppure si sente, altre volte, si sente eccome. si tratta di sostanze cancerogene che sono nell’aria (per esempio perché qualcuno ha acceso un fuoco non troppo lontano da me). prendiamo coscienza che 1 su 6 muore per via dell’aria inquinata. e poi agiamo di conseguenza. bye!

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  2. Egregio Faccamerika,

    6 sesti delle persone muoiono per morte e nessuno ne parla mai. Non crede sia il momento di approfondire la questione? Cosa ci tengono nascosto?
    Ma ancora di più, ha saputo che 6 persone su 7 commentano i post su blog e social network senza avere letto l’articolo in questione? Se avrà l’accortezza di arrivare fino in fondo, potrà rendersi conto da sé che il sig. Gringeri non si riferiva – almeno non esplicitamente – all’inquinamento oppure siamo noi che non abbiamo capito niente.

    Si riguardi.

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