Le parole

L’ufficio della signora Ramona Rinaldis era l’ultimo residuo di storia rimasto in città. I mobili all’interno erano ancora fatti di vero legno – mogano, per essere precisi e una sottile fumaglia di incenso si diffondeva in maniera autonoma, nascondendo l’odore di muffa di alcuni vecchi volumi, stipati senza troppa cura sugli scaffali. Cianfrusaglie sparse con sana casualità raccoglievano la polvere e portavano il ritmo degli anni, e poi i fogli; c’erano fogli di tutti i tipi, a righe, a quadretti, fogli protocollo, fogli bianchi o in carta riciclata, ma soprattutto c’erano fogli scritti.
Wolfgang Amadeus Mozart stava suonando il suo “Rondò alla turca” mentre, sotto gli occhialetti da attenta lettrice qual era, Ramona stava meditando sul da farsi, indecisa sul come e sul quando far suicidare il suo personaggio principale.

La suspense stava toccando i massimi livelli, quando il campanello suonò. Lei andò ad aprire, spalancando le porte di Taldeitali Edizioni a un uomo paonazzo e alquanto sudato.
L’uomo si apprestò a recuperare il fiato per il saluto di apertura – si era preparato un discorsetto di presentazione – ma i nove piani di scale fatti gli impedivano di esplicitarlo.
Dapprima la signora Rinaldis rimase ferma a squadrarlo. Soffermò lo sguardo sulla camicia di lui dalla fantasia pittoresca, poi, tolti gli occhiali, spinse appena la sedia all’indietro con le punte dei piedi e si alzò, portando avanti la mano e dicendo il suo nome. Scambiati i convenevoli dettati dal buon costume e messo a tacere Mozart, il dunque si fece vicino.
Ramona offrì una delle sue sigarette lunghe e sottili all’uomo accomodato dall’altro lato della scrivania, il quale rifiutò l’offerta e continuò a gestire l’ansia con un tremolio incessante delle gambe, lasciando che lei si gustasse una Vogue slim e che ignorasse del tutto la sua presenza.
«Complimenti per l’ufficio, sa, il vintage va di moda, poi sa, tempi di crisi come questo e sa, il vintage ritorna, l’ha arredato facendo affari al mercatino del sabato? Sa, io ho sempre invidiato chi riesce a trovare qualcosa al mercatino del sabato, io non ci capisco di vintage, ma mi piace, mi piace davvero, la invidio sa».
Ramona rispose che quell’ufficio era semplicemente appartenuto a suo nonno e prima ancora al suo bisnonno e tagliando corto chiese all’uomo cosa volesse da lei.
«Ho scritto un libro, sa».
E subito mise le mani nella borsa a tracolla per tirare fuori l’opera e porgerla all’attenzione dell’anziana fumatrice, la quale, spegnendo la cicca, lo bloccò:
«Prima di tirar fuori oggetti da cui facendo due conti non raccoglierò nulla, mi dica, signor Alfonso – dico bene? – di cosa parla il suo libro?».
Alfonso intravide un barlume di speranza e sfregandosi le mani sulle ginocchia, quasi urlando, disse:
«Di me, ovviamente!».
Ramona sbuffò: «E, sentiamo, ha forse, per caso, letto qualcosa di Henry Miller?».
L’uomo tentennò, poi mosse la testa negando.
«D’accordo, quindi abbiamo appurato che non è Miller ad averla persuasa a osare una biografia di cui con molta probabilità non fotterà un cazzo a nessuno, perché lei non è Henry Miller e non ha l’aria – senza offesa, eh – di uno che se ne va a scopazzare in giro come se non ci fosse un domani e rende quelle scopate al gusto di sifilide e scolo degne di diventare un’opera d’arte».
L’aria era rarefatta, pregna di tabacco e incenso e imbarazzo.
«Mi dica, quali letture l’hanno formata? Quali autori sono stati d’esempio per lei?».
Alfonso si sentiva sempre più confuso e qualcosa nella sua testa gli suggeriva che forse sarebbe stato meglio non mettere quella camicia così sgargiante,  magari era colpa del contrasto eccessivo tra il giallo e il viola dei triangoli sulle maniche, se stava sempre più perdendo dignità e convinzione.
Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Gli ingegneri erano diventati semplicemente degli impiegati d’ufficio e il loro ruolo consisteva nel mettere una firma sotto gli schizzi degli architetti. L’importante non era più la funzionalità, ma la bellezza del prodotto e ancora più della bellezza del prodotto, era importante la presentazione. Per questo motivo i grafici detenevano la maggior parte delle risorse capitali e giorno e notte nuovi manifesti pubblicitari sostituivano quelli appesi il giorno prima.
Le scuole utilizzavano le immagini e i giochi come strumento didattico e per lo più vi si svolgevano attività a scopo pratico, perché uno scienziato aveva dimostrato che i metodi utilizzati fino a quel momento non avevano fatto altro che annoiare gli studenti allontanandoli dalle gioie della vita.
Le librerie erano tutte anche dei piccoli locali di ritrovo e ivi si riuniva la casta artistica per bere e giudicare i libri dalla copertina. Gli scaffali erano divisi in base al colore e al materiale di quest’ultima, e da questi due elementi si riusciva a risalire anche all’anno di pubblicazione e dunque alla moda del periodo. Erano praticamente dei pezzi di storia.

Alfonso non capiva, non gli era neppure stato dato modo di far vedere come il suo libro si sarebbe presentato con la copertina in fibra di carbonio progettata da suo cugino. Sarebbe stato ultraleggero e perfetto per arredare un loft cittadino con i muri in cemento. Se lo immaginava su una mensola nera, al centro della mensola nera, da solo. Il punto focale di tutta la stanza.
«Ho un sacco di libri a casa, sa. Ne ho persino alcuni con la copertina in plexiglass».
Ramona decise di prendersi una pausa di qualche minuto e si voltò a guardare il panorama dalla finestra alle sue spalle. Osservò il traffico sul nuovo cavalcavia e un aereo che stava atterrando lì vicino, poi tornò a rivolgersi all’aspirante scrittore:
«Le ho chiesto se ha mai letto qualcosa».
«Le ho detto che ho molti libri a casa».
«Ha mai letto qualcosa o no?».
«Signora, mi permetta, ma cosa intende?».
«Signore mio, cosa vuole che intenda se non quello che ho detto?».
«Signora, francamente non mi è chiara la domanda».

Erano passati molti anni dalla crisi dei lettori. Ramona si ricordava perfettamente i momenti di panico in piena rivoluzione tecnologica, la quale pian piano succhiava l’attenzione e l’anima alla gente e rendeva le cose che erano eterne, come fino a quell’istante erano state i libri, a scadenza.
La casa editrice dei Rinaldis era una delle poche a non aver rinunciato alla letteratura per riuscire a uscirne viva; di fatto somigliava ad una donna d’altri tempi, ma in coma.
Le altre avevano puntato su operazioni di marketing avventate e prive di sentimento e man mano le vendite avevano ripreso a salire e con loro pareva crescere anche il numero degli scrittori: i libri erano tornato in auge. Tutti volevano pubblicarne uno proprio, ricevere l’appellativo di vate o poter dire ai propri familiari di esser diventato uno scrittore. Inevitabilmente le caselle di posta delle case editrici cominciarono a intasarsi e fuori dagli uffici crescevano le code di gente che pretendeva una revisione, tanto che gli editori spesso leggevano soltanto il titolo dell’opera e in base a quello poi orientavano il loro giudizio. Il lavoro grosso l’avrebbe fatto l’ufficio artistico, quello che la Taldeitali Edizioni non aveva, per cui non si vendeva un libro da decenni e si tirava a campare di rendita.

«Signor Alfonso, giusto?».
«Sì, sono io».
«Voglio essere sincera con lei».
«Non frega un cazzo a nessuno della sua vita, davvero, a nessuno».
L’uomo ingoiò il rospo e chinò il capo perdendosi tra le geometrie delle mattonelle di cotto.
«Non è che io ci provi gusto a dirle queste cose, sia chiaro, è che non mi piace quello che succede lì fuori e neppure la sua camicia è originale, glielo volevo dire prima».
Lo sapeva che era colpa di quella maledetta camicia, lo sapeva.
«A me tutti questi ghirigori non piacciono, queste finzioni… E mi guardi negli occhi quando parlo!».
Alfonso stava per mettersi a frignare come quando da bambino era in punizione e sua madre gli impediva di uscire dalla stanza, si sentiva intrappolato.
Ramona lo fissò a lungo fino quasi a commuoversi. Si alzò e andò verso la libreria e lì davanti indugiò ancora.
«Voglio darle un’opportunità».
Alfonso non riusciva ad uscire da quel senso di inadeguatezza e da inetto se ne stava immobile sulla sedia, aggrappato ai bracci.
L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli. Solo dopo averli letti e compresi, sarebbe potuto tornare da lei e lei sarebbe stata contenta di osservare il frutto del suo lavoro.

L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli.


Quando uscì dal palazzo con in mano i tre libri, il sole stava calando, macchiando di luce le vetrine dei negozi. Fu una lunga passeggiata quella, percorse pensieroso quasi ogni porticato del centro, i passi attenti a non pestare le righe tra i mattoni della pavimentazione: era il suo personale esercizio di concentrazione.
Tornato a casa, scoprì sua moglie appisolata sul divano. Sullo schermo di fronte, a basso volume, scorreva un film sottotitolato in spagnolo. Si avvicinò piano e si mise a sedere vicino al corpo di lei che si sollevava e si abbassava impercettibilmente, seguendo il respiro. Le accarezzò il viso e le diede un bacio sulla fronte, poi fece per alzarsi, ma una mano sbucò dalla coperta e lo trattenne lì:
«Ehi».
«Ehi».
«Allora? Come è andata, cosa ha detto?».
Alfonso andò a prendere la borsa che aveva abbandonato all’ingresso e ne tirò fuori i volumi. Lanciò per aria prima di tutto “L’isola di Arturo”, poi gli scivolò tra le dita un’edizione del settanta di “Tropico del Cancro” e per finire lasciò cadere sul divano un volume di “Cent’anni di solitudine”.
Tutto si frantumò in un lungo, instancabile, inspiegabile silenzio.
La moglie raccolse ciò che lui aveva seminato e lo impilò sul tavolo, in ordine.
«Mi ha detto che devo leggerli».
«Ti ha detto solo questo?».
«No, mi ha detto anche che della mia vita non importa un cazzo a nessuno».

Il giorno dopo andò a lavorare e non fece nient’altro, come se nulla fosse successo, e così per molti giorni a seguire, cercando di dimenticarsi dell’incontro con Ramona. Non riusciva a cancellare l’immagine del volto annoiato di quella vecchia acida e bizzarra, come lo aveva squadrato da capo a piedi fino a considerarlo indegno.
I mesi si succedettero con le solite scadenze, poi giunse agosto e con agosto le ferie. Alfonso non aveva più distrazioni. La città pareva un fantasma travestito da vento caldo e seguitava a oscillare e ululare nell’afa, mettendo in fuga gli abitanti. Decise di arrendersi e aprì il primo volume.
Nel suo ufficio affacciato sulla piazza centrale, la signora Rinaldis sorrise, finalmente quello che aspettava da anni stava per accadere.
La moglie cominciò a temere che suo marito stesse ammattendo, avevano programmato di partire per il mare, ma lui adesso non faceva altro che zittirla, che dirle di non fiatare.
Ramona intanto contava le ore, accarezzando il quadrante scheggiato del suo orologio da polso.
Alfonso era preso da una febbre tremenda, grondava sudore gelido e spesso aveva come dei fremiti che lo facevano scattare su in piedi e correre in balcone a prendere aria.
Stava ormai per girare l’ultima pagina del terzo volume.
Sua moglie se ne stava in un angolo della casa, tenendo  le braccia conserte come per farsi forza.
«Le vedi anche tu?», disse infine l’uomo, chiudendo il libro con delicatezza.
«Cosa?», chiese la donna nell’angolo con un filo di voce.
«Le parole».
Le parole che aveva letto si erano staccate dalle pagine una ad una e adesso erano tutte lì, sospese nello spazio attorno alla sua anima, come uno sciame di moschine nere. Poteva afferrarle e sentirne la durezza, o anche, in taluni casi, la morbidezza. Lo avvolgevano per intero ed erano per lui uno scudo, un riparo.
«Quali parole Alfonso? Quali parole?».
«Le mie, quelle che ho conquistato».
Le parole ora si muovevano assieme a lui, ovunque andasse, lo guidavano e lo seguivano al contempo, suddite e padrone.

Ramona lo stava attendendo standosene con lo sguardo fisso verso la porta d’ingresso, con la pazienza dei suoi cent’anni o quasi. Anche le piante ai davanzali volgevano le foglie verso quel punto focale unico e quando finalmente la porta si aprì furono pronte a sbocciare.
«Le parole».
«Le vedo, Alfonso».
Un sorriso tremendo tagliò il viso alla vecchia.
«Allora non sono pazzo».
«Forse sì, forse no, forse la pazzia sta nell’averle cercate».
Alfonso strizzò la fronte, tremò.
«E se poi se ne vanno?».
«Benvenuto all’inferno».

Illustrazione di Little Points
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Published by

Chiara De Cillis

Sono nata a Ostuni, in Puglia, e lì sono rimasta fino al diploma presso il Liceo Classico A. Calamo dove ho sviluppato il mio amore insaziabile per la letteratura e le arti in senso generale. Attualmente vivo a Torino, dove studio presso la Facoltà di Agraria e dove passeggio alla ricerca di parole.

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