Dedalo e Icaro

Di nuovo,
nell’aria d’ardesia,
lampi e niente tuoni (spiriti
invano ne senti i giochi),
lampi; invano ne attendi
il rimbombo.

Respiri. La testa
una sonda (nero di gromma
nero su nero che pare di brace),
il piede che sbanda,
sgronda, traballa,
guadagna
la strada d’uscita
(tra poco, ora si arriva) –
un’ombra più scura,
che pare gigante,
alta, dura, fatta di roccia;
il piede si blocca, ansante:
ancora la cinta di mura.

Ancora.
Con l’aria che sbrana
una mano si stende, si spande,
poi frana
ritrova il suo posto tastando
baciando quell’aria
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Dedalo dimmi la strada d’uscita)
nera di gromma,
il piede che sgronda,
affonda,
ritorna e non torna
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Icaro non c’è la strada d’uscita).

Icaro mio,
un varco, un difetto
tra le maglie dei ceppi
(memoria a pezzetti,
la sorte dei vecchi)
io proprio non ricordo;
eppure tra vane morali,
segni, riti, idoli vari,
c’è ancora una freccia che scocca
e forse ancora,
forse,
un paio di ali.

Lampi e niente tuoni
suoni di chimere
(ma ora il tempo rintocca
ancora una volta
in quest’ultima notte).

Opera di Moreno Bondi
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