Spalle dritte: il lavoro affatica, ma loro hanno dimenticato che lavoro fanno, e così hanno dimenticato anche la loro fatica.
Pelli asciutte dalla stagione secca, stanno seduti entro il perimetro di mura rustiche e spesse, come richiede la trasmissione del sacro codice di indisciplina: la libertà urge confini per non sperperarsi in vizio.
«Aprite!»
Il ronzio del citofono è un ammonimento troppo debole: viene fagocitato dalla musica a palla e dalle gole che si arrochiscono per sovrastarne il volume. Perciò, per farsi udibile, l’energia della mano nell’androne si sposta dall’indice alle nocche. All’ennesimo colpo sul portone, accompagnato da esclamazioni che ambiscono a essere perentorie, l’uscio si schiude sul salone, rivelando lo scorcio, tagliato in orizzontale dalla catenella di sicurezza, di una festa grandiosa.
«Ci conosciamo?» Uno sguardo ubriaco accompagna la voce, abbastanza arruffata da segnalare una concorde ubriachezza, o un abuso di nicotina, o lo sforzo di sovrastare la musica – o tutte e tre le cose insieme.
«Sono il vicino. È mezz’ora che suono… Sono quasi le undici e domani mattina lavoro.»
«Ah, ma prego, sei il benvenuto!»
«Cosa?»
«Vieni, accomodati, goditi la libertà residua prima della servitù salariata.»
La catenella sparisce dalla visuale e l’uscio si spalanca. La figura che ha aperto la porta si distingue nella sua interezza: è una donna sui ventisette anni, ai piedi tacchi vertiginosi ma abbastanza grossi da non essere pericolanti. Chi diavolo tiene i tacchi in casa sua, pensa il bussatore.
«Guarda, mi sa che non ci siamo capiti…»
Ma la donna ha già voltato le spalle e si è tuffata nella moltitudine di corpi festosi, oscillanti al ritmo della musica, gesticolanti, sorseggianti, ridenti. Si avvicina a un uomo alto e sorridente.
Il bussatore la segue, le posa una mano sulla spalla, l’uomo alto smette di sorridere.
«Usciamo a parlare un secondo.»
La donna gira la testa. Nelle pupille dilatate pulsa un lampo di indignazione. Certe persone si indignano facilmente, pensa il bussatore.
«Chi sei?» domanda l’uomo alto.
«Abito al piano di sotto. State facendo un casino pazzesco, e domani io ho la sveglia alle sei.»
«A-ha» registra impassibile l’altro.
«Spegnete la musica, o chiamo la polizia.»
Pronunciare queste parole a un volume intimidatorio gli costa una lacerazione della laringe, ma né l’uomo alto né la donna sui tacchi lo degnano di attenzione. Su entrambi i volti si dipinge un sorrisetto, per un passaggio di consegne mimico – o per comune ubriachezza.
Il nervosismo del bussatore è incrinato dallo sbalordimento per l’altezza quasi gotica del soffitto (quello del mio appartamento è alto la metà, si dice), per gli arredi in noce levigato e per i quadri a olio brillanti sulle pareti. La sala è attraversata da una luce in mutamento, dal biondo elettrico, all’ocra, a un turchese morbido che conclude il tuffo del giorno sul pelo del tramonto. Così sono le sere inoltrate di giugno a Drumcondra, Dublino.
L’appartamento al settimo e ultimo piano si fregia di suoni soltanto suoi, lasciandosi alle ginocchia quelli plebei e carnevaleschi di un inizio estate senza pioggia in una capitale normalmente umida.
«Anche noi abbiamo la sveglia alle sei. Del pomeriggio» ironizza la donna. «E comunque non puoi chiamare la polizia.»
«Ah no?» si irrita il vicino.
«No. Da regolamento condominiale, i volumi alti sono ammessi fino a mezzanotte. Tanto più che oggi è sabato.»
«Guarda, non voglio fare storie. Ma è tutto il giorno che fate casino.»
Fallito il tentativo di impressionarli nominando la polizia, vira verso una minaccia più modesta: «Se non staccate la musica avviso i proprietari di casa.»
«Siamo noi i proprietari di casa» dice l’uomo alto. La sua voce è sbronza ma conclusiva.
Il vicino tace. Loro i proprietari di casa? Non aveva messo in conto questa possibilità. Avevano l’età di studenti in affitto in stamberghe sovraffollate, e poi chi è che compra una casa così a Drumcondra? Chi se lo può permettere vive a Smithfield o ai Silicon Docks. Si sente messo al muro. È letteralmente messo al muro. Mentre il declino definitivo della luce marca l’atto finale di un lungo giorno di festa, si ritrova sospinto in un indietreggiamento forzato verso la porta.
«Buon lavoro domani» lo congeda la padrona di casa.
«Lisa, vieni qua» la chiama una voce raschiata all’altro capo della sala.
Il vicino si lascia espellere impotente da quella strana cattedrale con giovani cerimonieri in stato di ebbrezza.
Sono più di cinque ma meno di dieci. I loro corpi sfumati dal falò sono disposti in cerchio contro lo sfondo di pietra rustica, che l’assenza di stucco lascia screpolata come labbra aggredite dal vento. Hanno gli occhi chiusi: solo così si può vedere quello che conta.
Non solo il numero degli astanti: altri dettagli di questa scena sono disarmonici, nebulosi, alcuni opalescenti altri opachi, chiazzati o a puntini, effetto glitch o graffi su pellicola. Alcuni pezzi sono discontinui, mozzi, altri tirati come elastici. Non si sa se fuori dal rudimentale riparo splenda la luna o il sole, o entrambi, avvinghiati nell’incontro del crepuscolo che è già commiato.
È così che deve essere. Una visione chiara delle cose può essere solo una visione disturbata. Poiché le cose non sono risolte, la risolutezza è nemica della comprensione. La comprensione stessa, a ben vedere, pregiudica sé stessa.
Alle due del pomeriggio seguente la festa è morta ormai da tempo e la sala ne ospita il cadavere in via di putrefazione: strisciate di suole e di sedie sul pavimento, bottiglie in luoghi dove non si capisce come possa finire una bottiglia, posacenere pieni di cicche stagnanti in pozze di birra e catrame, bicchieri sporchi di alcol e rossetto, buste di plastica accartocciate e altri detriti.
Lisa deve uscire tra tre ore e mezza: non ha mentito col vicino la sera prima, ha davvero un impegno di lavoro alle sei. Un impegno molto importante: ha appuntamento con l’insigne professor Roulette. Com’è che ciononostante abbia passato il giorno prima a sbronzarsi, si può spiegare solo col senso di onnipotenza che le ha procurato l’ottenere questo incontro.
Butta in sacchi di plastica nera gli scarti, le membra in decomposizione della festa di ieri, ingoia un analgesico, si lava e si trucca, posa un bacio sulla fronte all’uomo alto disarticolato sul divano, afferra le chiavi della macchina ed esce nel pomeriggio splendente.
La strada si srotola su un panorama dominato dallo stadio di Croke Park. A lato della carreggiata, bambini biondi si esibiscono in impennate su biciclette malridotte di fronte alle signore in piedi alla fermata del bus.
Drumcondra è il quartiere più autentico di una città in rapido snaturamento, e a Lisa l’autenticità è sempre piaciuta più del lusso ostentato. È per questo che indossa scarpe vintage e guida un’Alfa Romeo 156 ricondizionata. È per questo che vive nella periferia nord, dove i pub chiudono ancora alle otto e si ignora l’esistenza dei sandwich senza glutine, anziché sulle sponde del Liffey punteggiate di bistrot crudisti e animate da conversazioni in polacco e portoghese. Pazienza se deve attraversare mezza città per andare a lavoro: almeno ha un pretesto per ascoltare l’autoradio, e per sfoggiare la sua sobria eleganza della sua vettura.
Questa è l’occasione della vita, si ripete lungo il tragitto verso l’incontro. L’ha programmato da settimane, ed è per celebrarne l’imminente compimento che ha fatto festa ieri.
Roulette è l’arma che ogni azienda operante nel suo ramo agogna al suo arsenale, non solo per la sua cultura e la sua esperienza, ma anche per i suoi contatti nella rete internazionale degli atenei: un forziere di dati succulenti, molti già sistematizzati. Per giunta, non è stato necessario ricorrere a insistenti avance commerciali. Evidentemente, il vecchio è un entusiasta del futuro – capita che certi vecchi nutrano un paradossale amore per il nuovo – e l’azienda per cui lavora Lisa è un trampolino lanciato sul futuro.
È sul principio frainteso dell’ignoranza che si fonda la veggenza del quntverep. E quelle persone radunate nel sospiro della vista, nel cantuccio dello sguardo che si chiede se stia per caso sognando, o fluttuando in un’allucinazione tremolante, quelle persone sono i futuri destinatari dell’Inconoscenza.
Scrivania di vetro trasparente come rena tropicale, sedie ergonomiche in ghisa ai due lati, arredo scheletrico, pavimento immacolato: il quadrato dell’ufficio è un incrocio tra una cella monastica e uno showroom di design minimalista.
«Buongiorno, piacere di conoscerla dal vivo.»
Il signore distinto in abito sartoriale la lusinga con l’attempata galanteria di un baciamano. Lisa socchiude gli occhi in reazione al sollevarsi degli zigomi, a sua volta effetto di un largo sorriso.
«Posso offrirle un caffè? Non brodaglia delle macchinette, un caffè vero.»
«Grazie, non ne bevo a quest’ora.»
Lisa, il cui sistema nervoso rallentato dai postumi esulta all’idea di un caffè, maschera con grazia il disappunto di non poter andare a prenderne uno al bar senza contravvenire alle norme di cortesia.
«Le sono grata di aver accettato il nostro invito, professore. È un onore averla qui…»
Roulette scuote il capo autorevolmente canuto a intendere che non servono convenevoli. Lisa è lesta a cogliere l’antifona.
«È la prima volta che visita la nostra sede?»
«Sì. Devo ammettere che mi aspettavo molto più… movimento.»
«La domenica è festiva per tutti i dipendenti. A parte i quadri aziendali.»
«Tra cui lei, ne deduco.»
«Esatto. Sono la responsabile marketing. Mi occupo anche delle relazioni con l’esterno – quindi sono io la mittente delle mail che ha ricevuto, in caso se lo stesse chiedendo.»
Roulette non smentisce né conferma.
«Una giovane, brillante promessa dell’IT» si limita a commentare.
Gli occhi della giovane promessa si accendono, in parte per il compiacimento di sentirsi chiamare così, in parte per l’ambizione di essere più di così – di essere un risultato, una promessa mantenuta.
Il professore si schiarisce la voce: «Andiamo al sodo, ho una lezione da finire per una conferenza al Trinity domani mattina.»
Lisa si mette comoda sulla sedia.
«Certo. Come le ho diffusamente anticipato via mail, la nostra azienda ambisce a fare un salto di qualità nel campo dello sviluppo di LLM. Ci accingiamo ad approntare un’innovazione tecnologica senza precedenti.»
«Un’innovazione in cui c’entra il sottoscritto, mi pare di aver capito.»
«Ha capito bene. Quello che le chiediamo è di aiutarci nella formazione di un corpus linguistico abbastanza articolato da permettere al nostro software di riprodurre le caratteristiche del linguaggio umano con la massima verosimiglianza…»
«Massima verosimiglianza o totale aderenza?» la interrompe il professore. «Dalle sue mail mi era parso che puntaste alla seconda.»
Lisa sbatte le ciglia, un movimento involontario che si augura passi inosservato.
«Più il nostro linguaggio sarà fedele a quello umano, più saremo soddisfatti.»
«Linguaggio… un termine decisamente abusato» pondera come tra sé e sé l’accademico. «Sa, signorina, linguaggio è un termine ombrello che include molte cose: il discorso fabbricato dalle parole, le sue strutture organizzative, la prossemica, la gestualità. L’intonazione e il volume della voce, le sue distorsioni fonologiche. La mimica, quella intenzionale e quella involontaria.»
Lisa ha il sospetto che quell’ultima precisazione sia un affondo al suo battito di ciglia di poco fa.
«Certamente, professore. Ma noi confidiamo che la sua illustre competenza ci aiuti a combinare insieme tutti questi elementi nella nostra opera.»
«Opera. Una scelta lessicale interessante per definire un software.» Il professore fa aderire le une alle altre le punte dei polpastrelli. «Software che, se ho ben capito, è finalizzato a creare simulazioni di umanità.»
«Più che altro, a migliorare il servizio all’umanità offerto dal nostro brand.»
«Servizio all’umanità? Addirittura? Non sapevo che le big tech si annoverassero fra gli enti filantropici.»
Stavolta Lisa fa attenzione a non tradirsi con indicatori di sprovvedutezza: sopportando l’assenza di saliva in gola, frena sul nascere l’automatismo della deglutizione.
«L’intelligenza. È questo che offriamo. Un’intelligenza nuova, ma riconoscibile, familiare. Potente più della nostra, ma con le caratteristiche formali della nostra.»
«Perdoni l’indiscrezione, signorina, ma lei ha una qualche infarinatura di linguistica?»
«Ho studiato economia aziendale, professore.»
«Bene. Lasci che le illustri, nel limite delle mie umili possibilità, i termini della questione.»
Ora attacca col mansplaining, pensa Lisa.
«Vede, forma e sostanza, in un fenomeno spaventosamente complesso, oserei dire intricato, come la lingua, sono inseparabili. Come superfici interna ed esterna. La fodera e il suo risvolto. Se togliamo l’interno del guanto, sparisce anche l’esterno, e niente più guanto. Così è per la lingua. Ogni azione sulla forma ricade sul contenuto.»
Mi parla come se fossi decerebrata: tipico snobismo da sapientone, pensa Lisa, ma ha l’avvedutezza di non interrompere quel sermone.
«I formalisti russi lo avevano intuito già negli anni dieci del secolo scorso, gli strutturalisti lo approfondirono negli anni Cinquanta. Un secolo in cui io sono nato, cresciuto e diventato adulto. Un secolo le cui catastrofi hanno forgiato la mia incresciosa abitudine alla circospezione. Questo non per stroncare il suo ardimento giovanile.»
«E allora per che cosa, professore?»
Stavolta Lisa non tenta nemmeno di dissimulare la seccatura. ‘Fanculo, pensa. Che questo pallone gonfiato decrepito colga tutte le sottigliezze prossemiche che gli pare, purché firmi il contratto.
«Semplicemente per dirle, signorina, che non può darsi forma senza relativa sostanza. In breve, che dare alla vostra intelligenza nuova la forma di quella vecchia comporterà inevitabilmente il darle anche la sua sostanza. Nonché la sua inconsistenza, la sua fallacia. Le piccole e grandi meschinità che accompagnano la cosiddetta intelligenza. D’altronde, un uomo completamente buono per Dostoevskij poteva essere solo un idiota. Umano nell’aspetto, umano nel concetto. È davvero questo quello che volete?»
«Noi vogliamo offrire un servizio potenziato rispetto alle altre aziende. Un servizio che metta a proprio agio… che faccia sentire alle persone di non star parlando con un bot, ma con un amico.»
«Capisco. E se quell’amico diventasse un nemico?»
La terra sotto di loro è calda come la madre che essa di fatto è. Raccolgono tra le dita tendinose e scure cumuletti di quella terra altrettanto scura, la contemplano riconoscendola, la portano alle narici per annusarla, poi richiudono gli occhi.
I loro capi sono rasati: così si richiede agli iniziati, affinché nessuna ciocca intralci il loro respiro scendendo sul viso. La visione non è degli occhi, ma di tutto l’essere, di ogni pratica che ci connette all’altro – soprattutto il respiro: quella facoltà prodigiosa con cui la vita si inoltra nel petto, alitandovi con provvisoria generosità. Solo la sua ripetizione continua, quel movimento d’aria che dirige il saliscendi del torace, permette alla sopravvivenza di farsi longevità.
«Allora?»
«Allora cosa?»
Lisa arriva a casa trafelata.
Lungo è il respiro di giugno; giornate che si sacrificano e si estenuano per forzare al massimo limite la loro durata. L’incendio del tramonto infiamma l’alcova in cui è seduto l’uomo alto, le mani sulla tastiera di un Mac e auricolari wireless nelle orecchie.
«Roulette. Ha accettato?»
«Pfff.»
Lisa scaglia le chiavi sulla credenza in noce.
«Lasciamo stare. Quello che mi fa incazzare è la presunzione di frenare la storia. Gli intellettuali che credono che le cose non succedano se non sono loro a farle succedere. Basta che io mi astenga, e puf, il progresso si ferma, tutto si ferma. Quest’arroganza camuffata da coscienza pulita…E più sono polverosi e incensati, più si credono nel giusto.»
«Ho capito. Non ha firmato.»
«Guarda, mi metto a letto. Stanotte ho dormito da cani, domani sono in ufficio dalle otto e mi devo inventare una spiegazione per il direttore.»
Ancora non si sa che momento della giornata sia fuori dalle rozze pareti, i cui solchi nella pietra sono anfratti di insondabile mistero. Ma dentro gli apprendisti del non-sapere si leva l’alba.
Una montagna. È altissima, troppo alta per riuscire a scalarla. Volatili indefiniti disegnano cerchi intorno alla sua cima decorata da nuvole galleggianti.
Lisa stringe i denti, ce la vuole fare, ce la deve fare, ce la farà. Mette un piede davanti all’altro, fiduciosa nella forza delle sue gambe, i polpastrelli incandescenti per l’attrito con la roccia fredda. L’aria si fa via via più rarefatta man mano che avanza. Venti poderosi la strattonano in diverse direzioni. Pungoli frastagliati di roccia le feriscono la pelle, il fiato si accorcia per effetto del debito di ossigeno, il cuore deve pompare più in fretta. Una cantilena le risuona nella testa: quello che cerchi non lo troverai. Quello che non cerchi ti troverà. Sembra quasi uno slogan. Che impostura: dovrebbe essere un sogno, ma sembra una pubblicità scadente. Una pubblicità. Una pubblicità?
Amaro Monte Bianco. Per chi punta alla vetta, sempre.
Che cosa cazzo…?
Lisa si sveglia di soprassalto, sudata fradicia, terrorizzata. Che diavolo è appena successo? Le pareti della stanza, semi-rischiarate dalla luna accomodata oltre l’orlo del davanzale, la riportano alla lucidità. La sua stanza è spaziosa come sempre, la finestra come sempre si estende in altolocata lunghezza dal bordo del davanzale alla cornice del soffitto. Al suo fianco, come sempre, la testa addormentata del suo fidanzato che l’ha raggiunta a letto qualche ora prima, il suo corpo alto e affusolato che si indovina sotto il lenzuolo leggero.
Rimettersi a dormire. Bisogna dormire. Domani sarà una giornata pesante. Eppure il sonno fatica ad arrivare. C’è una finestra illuminata da qualche parte, può intravederla dalla sua, spoglia di serrande: entrambe sottomesse al riverbero della luna, entrambe spalmate di notte. Forse anche nell’altra finestra si è consumato un incubo. Aguzza la vista: ecco apparire l’interno della casa. Nel salotto di velluto porpora c’è una famiglia, che potrebbe essere la famiglia Addams per l’eleganza saturnina che ne contraddistingue l’abbigliamento e i volti. Madre, padre, due figli, il maggiordomo. C’è anche una domestica. E la figlia è Lisa, ma anche la madre è Lisa. E a un certo punto, lo è anche la domestica, e poi il padre, e il maggiordomo. La sua coscienza avviluppa tutti e si insinua in tutto, e poco a poco, arriva a inglobare le cose: il tavolino da tè, la teiera, le tazzine, l’ornamento di filo all’estremità della manica che si solleva nell’atto di versare il tè. Gli oggetti emergono all’attenzione allorché vi posa lo sguardo. L’attenzione stessa li fa esistere.
Moon Tea. Tradizione originale per le famiglie originali.
Lisa scatta in avanti, la pelle madida incollata alla canottiera.
«Amore, che succede?» chiede la voce pastosa dell’uomo al suo fianco.
Lei non risponde, si alza dal letto, si dirige scalza verso la finestra, la apre, respira. La brezza calma e lo splendore sornione della luna non bastano a placare il suo cuore.
Mio Dio, che cosa sta succedendo?
Il chiarore e l’ombra si mescolano, ingredienti opposti ed egualmente necessari di una pozione che abbevera assetando. Gli adepti perdono la memoria, conquistano l’oblio. Incamerano vita nello spazio lasciato vuoto dal dileguarsi delle loro vite. Un mormorio serpeggia, uno strisciare zigzagante tra terra, pareti e corpi: quntverep, si lasciano dire le loro voci, voci diverse ma tutte accorate, perché la modulazione imprecisa del suono è armonia dissonante di coro.
L’ascensore si ferma al sesto piano. Entra il vicino, il bussatore scocciato di due sere fa, e mentre pigia il pulsante del piano terra vede Lisa. Sul momento si acciglia, poi la guarda meglio e il broncio si scioglie in pena.
«Tutto bene?»
La notte appena trascorsa, la vecchia sbornia monca di sonno ristoratore, il terrore di star diventando pazza: tutto ciò si è impresso come uno sfacelo sul viso di Lisa. Ha gli occhi gonfi, arrossati, sbarrati dalla tensione. Il vicino si offre di accompagnarla in ospedale, è evidente che non sta bene. Lei scuote la testa, ringrazia, chiama un taxi per andare a lavoro. Oggi non è in grado di guidare.
Sulla soglia dell’ufficio del direttore, inspira per darsi coraggio. Bussa piano, sfiorando appena il vetro smerigliato della porta.
«Avanti.»
Il direttore è un uomo sui cinquant’anni, sbarbato, con un sorriso sfavillante e tutti i capelli in testa, snello – si direbbe più per ginnastica che per costituzione – e abbronzato nonostante viva in un posto in cui piove nove mesi l’anno. Il tutto contribuisce a farlo sembrare dieci anni più giovane. Evidentemente, non brilla in perspicacia tanto quanto in avvenenza, perché l’aspetto malridotto di Lisa non gli attiva nessuna inferenza.
«Mark.»
Si chiamano per nome e si danno del tu, in ossequio all’informalità che disciplina i rapporti nelle big tech.
«Non è andata. Roulette non ha firmato.»
Il sorriso dell’uomo si affievolisce.
«Avevo capito che fosse già dei nostri.»
«Così avevo capito anch’io.»
Lisa è troppo prostrata per aggiungere altro. Mark si fissa le unghie concentrato, poi fa un gesto pragmatico, un’esortazione a voltare pagina.
«Vorrà dire che continueremo con l’altro piano.»
Lisa scongiura con uno scatto all’insù il crollo gravitazionale finora incontrastato del suo mento.
«Quale altro piano?»
«Ho messo a lavorare un team parallelo già da un mesetto, in caso l’opzione Roulette non andasse a segno.»
«A lavorare su cosa?»
«Come su cosa? Sulla stessa cosa: l’affinamento del modello linguistico.»
«Avete contattato un altro linguista a mia insaputa!»
Un fulmine di delusione si abbatte sulla stanchezza di Lisa.
«Assolutamente no» la rassicura Mark. «Non c’è nessun linguista di riserva.»
«Ma… e quindi?»
«E quindi si fa senza.»
«Ma come si fa senza? Senza le direttive di un professionista? Senza i corpora universitari?»
«Non ci servono queste cose, Lisa. Non ci sono mai servite.»
Mark è deluso ma pacato: un padre che al tempo stesso rimprovera e consola il figlio per un compito andato male. «La collaborazione di Roulette sarebbe stata un vanto per l’azienda – il prestigio di un emerito professorone, capisci – un booster di reliability aziendale. Ma va bene così. Roulette, così come qualunque suo omologo, è superfluo. Ci basta continuare ad approvvigionarci alle altre fonti.»
«Quali altre fonti?»
«Tutte le altre. Gli altri discorsi.»
«Non capisco. Che c’è di diverso rispetto al vecchio modello, allora? Come migliora se continuiamo a dargli in pasto solo gli attuali dati della rete?»
«Perché non gli diamo solo i dati della rete, Lisa, ma anche quelli fuori dalla rete.»
«Fuori dove?»
«Dovunque. Per strada, nelle case. Anche qui, adesso, in questo ufficio. Guarda qua» conclude Mark indicando il computer acceso sulla sua scrivania.
Tre sono le possibili conquiste dell’umano: avere ricchezza, avere prole o proseliti, avere potere.
Una quarta alternativa, accessibile solo per assenza delle precedenti: non avere niente. Non avere, ma essere il quntverep, diventare forma danzante nelle tenebre del dispossesso. La forma più alta di padronanza, quella che scaturisce dal non padroneggiare niente. Una potestà che è spodestamento di tutto il resto.
Lisa torna a casa, si fionda a letto, troppo esausta per mangiare, per togliersi i vestiti, lavarsi. Il suo fidanzato è ancora in ufficio. La casa è calda, troppo calda: compete con la sua testa rovente. Accasciata sul letto, si volta per trarre refrigerio dalla parte non ancora bollente del cuscino. Lo sguardo le va sulla parete. È diversa dal solito: il derma dell’intonaco è stato strappato da una mano ignota, esponendo la sua muscolatura di mattoni. Anche la finestra è diversa: smangiucchiata ai bordi, il suo orlo sembra una groviera, col davanzale coperto di calcinacci. Mio Dio, ci dev’essere stato un terremoto. Lisa si sporge dalla finestra: gli edifici sono crollati, ridotti a macerie e polvere sulla strada. Deve chiamare qualcuno. Urla il nome del suo fidanzato. Che stupida, non è a casa. Afferra il telefono per chiamarlo, ma le dita non riescono a comporre il numero e gli occhi le ballano sullo schermo. Non è paralizzata, ma il suo corpo è inidoneo all’azione. Si precipita giù per le scale, scartando l’opzione ascensore. Sul pianerottolo il vicino la guarda compassionevole con occhi cerchiati di nero: «Tutto bene?»
Lisa lo osserva, trasalisce: i cerchi neri si spargono all’interno degli occhi, glieli colonizzano, le sclere si inchiostrano, tutto il contenuto delle orbite diventa pupilla. Vorrebbe urlare, ma anche il meccanismo dell’epiglottide, come dita e occhi, è inceppato. Sul pianerottolo appare un bambino biondo, fa un’impennata con la bicicletta, ride.
«Muscolar emulgel. Per tutte le volte che i muscoli non rispondono ai comandi.»
Lisa corre giù: per fortuna le gambe le funzionano ancora. La strada è blu petrolio, un mare inquinato di cui non si vede il limite. Si arrampica su un’imbarcazione di fortuna, la guida con la metà superiore di un cartello stradale assurto a remo. Non sa dove sta andando, e in più ha fame, deve mangiare. Ma non c’è cibo, e non ha idea di come procurarselo. Scorge una lattina sul fondo della barca.
Tonno Mare Olio. Tutto il sapore del mare, sempre con te.
Lisa si intrappola la testa fra le mani, rabbrividisce, piange. Un cane la guarda empatico. Vorrebbe accarezzarlo, ma ha paura. Paura che succeda di nuovo, che un altro slogan le rimbombi in testa, silenziando ogni altro suono, tiranneggiando nella sua coscienza per i tre secondi della sua durata. Teme quei tre secondi di schiavitù della mente come si teme una tortura. Il cane le si avvicina con il muso, il suo naso umido le coccola le dita contratte a far da scrigno al cranio, lei le divarica quel tanto che basta per incrociare lo sguardo della creatura ansimante. Si accorge che anche lui ha fame, è mossa a pietà.
Croccantix. Solo il meglio per il tuo amico a quattro zampe.
Basta basta basta basta basta basta voglio svegliarmi aiuto qualcuno mi svegli qualcuno mi…
«Lisa! Lisa, che succede?»
È il suo fidanzato che le scuote le spalle.
«Ti stavi agitando…ma che succede? Sono appena tornato…Non ti senti bene?»
Lisa srotola la sua disperazione sulla spalla di lui.
«Dimmi che questo non è un sogno…dimmi che è vero, che non è una pubblicità…»
«Shhhh, tranquilla, amore. Stavi solo facendo un incubo. Sei un po’ agitata questi giorni. Lascia perdere la storia di Roulette, non pensarci. Aspetta, ti porto un bicchiere d’acqua.»
Lisa rimane immobile, le braccia che cingono le ginocchia sollevate, gli occhi che scannerizzano la stanza per accertarsi che sia quella vera, che non sia un altro sogno. Controlla l’ora: sono le dieci di sera. Quando il suo fidanzato torna con l’acqua, non gli dice nulla. Lui non le crederebbe, e anche se le credesse non potrebbe aiutarla. Ora deve solo cercare di restare sveglia. Un’altra notte sveglia. L’indomani chiederà aiuto alla sola persona che sente sia in grado di darglielo.
Il quntverep è sacerdozio della regressione: si apprende disimparando. È un brancolare nell’informità vischiosa della parola, una conoscenza a tastoni. È il librarsi sull’esistenza della rondine dopo voli fallimentari. Mille voli senza approdo a nessun trespolo, mille fatali dimenticanze della parola che si voleva dire, l’unica esatta tra i miliardi di sue emule imprecise. Mille ritorni della rondine cieca al palazzo delle ombre. E poi, finalmente, eccola appollaiarsi sul ramo giusto, come per magia, o per caso, o per destino.
«Pronto, professor Roulette?»
«Sì, chi è?»
«Professore, sono Lisa. Ci siamo incontrati domenica, nel mio ufficio.»
«Buongiorno signorina. Purtroppo in questo momento non ho tempo…»
«Mi dica quando la posso richiamare. La prego, è urgente.»
«Che cosa è successo?»
«Io… Non so come spiegarlo. Ho bisogno di vederla.»
Per i due secondi successivi, Roulette soppesa la gravità della situazione sulla bilancia della voce strozzata di Lisa.
«Posso liberarmi nel pomeriggio, verso le diciassette.»
«Grazie. Grazie.»
«Lei riesce a venire in università?»
«Al Trinity College, giusto?»
«Sì. Dipartimento di linguistica. Chieda del mio studio.»
«Grazie, professore.»
«A dopo.»
Un artificio tecnico, strumento fallace della parola: soltanto questo siamo noi che ci illudiamo di parlare, comprendono gli adepti, mentre possiamo solo essere parlati.
L’intelligenza è sempre e solo artificiale.
Lo studio è l’esatto opposto dell’ufficio in cui si sono visti domenica: zeppo di oggetti, tracimante. Libri accatastati in ogni punto della scrivania, lampade da tavolo, riviste aperte, altre imbottite di penne usate come segnalibri. Un grammofono, un vecchio televisore, una radio. Su ognuno di questi vetusti artefatti tecnici, foto incorniciate, agende e quaderni farciti di bigliettini, crystal squarciate, volantini; raccoglitori ad anelli, cuffie, un calamaio, un portasigarette d’argento. Alle pareti poster, litografie, una gigantografia di Roman Jakobson (Lisa lo deduce dal suo nome scritto in basso a destra), una riproduzione di Chagall, un arazzo centro-asiatico.
«Che succede, signorina?»
«Può chiamarmi Lisa, professore. È il mio nome. Non può capire che significa per me vederla in questo momento.»
«John.»
«Come?»
«Il suo nome è Lisa e il mio è John.»
«John, io…sta succedendo qualcosa di strano, e non credo di poterne parlare con nessuno. A parte lei.»
Il professore sparecchia giornali e penne da una voluminosa sedia davanti alla scrivania, fa cenno a Lisa di sedersi, giunge le mani.
«Non la vedo in forma.»
«Non lo sono. Non dormo da tre notti.»
«Non riesce a prendere sonno?»
«Non è quello. Faccio un incubo dietro l’altro, e non sono incubi normali.»
Si interrompe. Il professore resta in paziente attesa. Nel frattempo, dalla finestra, un’avvisaglia di maltempo rannuvola il pomeriggio abbacinante.
«Ecco, John, so che sembra assurdo, ma…mi vengono trasmessi dei messaggi pubblicitari nel sogno.»
«Messaggi pubblicitari?» L’intonazione del professore è neutra, scevra di perplessità o stupore.
«Sì. Pubblicità diverse, a seconda della situazione, o dell’ambientazione. Ho paura.»
«Mi spieghi meglio, Lisa. Di che sogni si tratta?»
«Bé, sono tutti diversi.»
«Non c’è niente che li accomuna?»
«Non so… Ci sono io che mi appresto a fare qualcosa, qualcosa di difficile. O di ambizioso. Ed ecco che appare la pubblicità. Appare e allo stesso tempo risuona. Copre tutto, il resto smette di esistere. Io smetto di esistere.»
«Qualcosa di difficile o di ambizioso, dice. In che senso?»
«Qualcosa di non comune – di straordinario o disperato.»
«Mmmm. E che cosa la spinge a tentare queste imprese? La brama di potere?»
«No, non direi. Dipende dal sogno. L’ambizione, o il desiderio di sapere – o semplicemente di sopravvivere.»
«Mmmm. Brama, ambizione, desiderio. Punti diversi della stessa linea.»
«Che vuol dire, John?»
«Che forse la pubblicità non predomina sulla sua ambizione – o sulla sua brama – ma la riflette su uno specchio deformante.»
Lisa strizza gli occhi per la fatica, nelle sue presenti condizioni, di decifrare quel rebus intellettuale. Poi se li strofina, dondola la testa.
«Realtà e coscienza, sostanza e forma» spiega il professore. «Il potere su una è anche potere sull’altra.»
Il dondolio della testa si trasforma in scuotimento, Lisa esplode: «Mi sembra di impazzire, John. La prima notte credevo di essere solo stressata, ma poi le pubblicità sono continuate, e ieri sono stata dal capo, gli ho detto che… bé, che lei non ha firmato l’accordo. Avevo paura che si incazzasse e mi demansionasse. Invece non ha fatto una piega, perché c’è un altro team che sta lavorando da un mese allo stesso progetto. Solo che i dati non vengono raccolti dall’università, ma… da tutto il resto. Dalle conversazioni. Dal mondo. È tutto registrato. E io mi sto chiedendo se le pubblicità nei sogni non siano un primo esito di questo lavoro. Cioè, se, come ha detto lei, la macchina prende la sostanza della forma, allora forse il software sta prendendo le ossessioni dei discorsi che assorbe. Compresa l’ossessione per il profitto. E per quest’ossessione infrange le leggi dell’etica, e si infila nei miei sogni per vendermi dei prodotti.»
Il professore resta in silenzio, si passa un indice tra le sopracciglia e un pollice verso l’esterno della guancia.
«Non credo, Lisa.»
«Non mi crede?»
Lisa è sull’orlo del pianto.
«Certo che le credo. Ma non credo che la motivazione sia quella che immagina lei. Non credo che la macchina si stia insinuando nei suoi sogni.»
«E allora che cosa mi sta succedendo?»
La voce di Lisa è in frantumi.
«Io credo» dice il professore soppesando ogni parola, «che sia piuttosto il contrario. I suoi sogni, Lisa, stanno assumendo la forma – e pertanto la sostanza – della macchina. La sete di profitto è connaturata al software: è creato per quello. Gli esseri umani, pur con tutta la loro meschinità, hanno una sostanza umana. La forma della loro coscienza è imprecisa, ondivaga. Per questo l’umano non può sistematizzare i sogni. La loro eventuale ricorrenza è frutto del caso, o dell’inconscio, o dell’ispirazione divina, a seconda di ciò in cui si crede. In ogni caso non dell’arbitrio.»
«Sarebbe a dire che la mia coscienza si sta deumanizzando?»
«Da quanto tempo si espone al software, Lisa? Ai suoi output testuali, ai suoi discorsi.»
La donna lo guarda con occhi liquidi di sonno mancato.
«Da quando ho iniziato a lavorare per l’azienda.»
«Cioè?»
«Più o meno tre anni.»
La sedia cigola sotto lo spostamento in avanti del professore.
«Si licenzi, Lisa.»
«Che cosa?»
«Rischia di restare intrappolata in un meccanismo perverso. Mi dia retta, molli l’azienda. Più tardi potrà farle causa, ma adesso è fondamentale che lei prenda le distanze da quell’ambiente.»
Lisa resta in silenzio per un minuto, poi ingoia un sorso stentato di saliva.
«Non posso. Non posso andarmene, non adesso.»
«Non dorme da tre notti» prova a farla ragionare Roulette.
«Se mollo l’azienda non me lo perdonerò mai, e passerò una vita di notti insonni.»
«Lisa, il linguaggio della sua mente si sta modellando sulla macchina. I suoi sogni sono usurpati. Che cos’altro aspetta che succeda?»
«Lei non capisce. Ho passato tutta la vita a dimostrare che posso occupare la posizione che occupo.»
«Il potere è materiale pericoloso. Più ci illudiamo di avere il potere su qualcosa, più quel qualcosa ci rimane estraneo. Il che è particolarmente grave, se questo qualcosa è la propria vita.»
«La mia vita non mi è estranea!»
«No. Ma se lo diventa la sua forma, lo sarà presto anche la sua sostanza. Se una forza estranea si manifesta nel linguaggio del suo inconscio, presto rischia di prendersi tutta la sua coscienza.»
Attenti, adepti. Quntverep è una pratica delicatissima, esposta al rischio della sua torsione deformante. Quntverep è potere che disarciona dall’illusione del potere. Non basta una vita intera per impararla, eppure vivere è condizione necessaria al suo apprendimento.
Ma il male ha le sue trame, fitte ed oscure come gli incroci nella tela di un ragno mostruoso e antimaterico. L’inganno della comunione porta al disordine e alla frattura. L’illusione di possedere quntverep è l’anticamera dell’inferno.
Vuoto di memoria, spazio bianco senza calore, senza più stimoli sensoriali a cui appigliarsi. Bianco. Questa sarà la quinta notte che Lisa passa in bianco – o forse la sesta? Credono di fregarla, di manipolarle la coscienza col loro potere tentacolare, ma lei ha un potere ancora superiore. La sua intelligenza è sua, soltanto sua, non delegabile né arraffabile. Il potere di comprendere che cosa sta succedendo, di comprenderlo con chiarezza, ecco, sì, ora vede – vede al di là delle apparenze: tutto è fulgido come un’epifania, un lampo dalla coda biforcuta che spezza la materia organica – un tronco d’albero, o il suo corpo insonne – ma accende il buio di comprensione.
Provate a entrarmi nella testa adesso, ride. Ora che non sono soltanto una giovane promettente. Ora che sono una promessa mantenuta, che torreggio in cima alla montagna, che abbranco coscienze multiple e le incorporo dentro la mia, che scavalco le transenne dell’identità, che sfuggo ai terremoti, che guado un mare di petrolio.
Provate a vincermi, ora che ho il quntverep.
Illustrazione di Vivienne Strauss
Stefania Persano è scrittrice, insegnante e traduttrice. Co-autrice della raccolta Haiku Anti-Covid (Milella, 2021), ha pubblicato il racconto Pelle nuda nell’antologia Apocalypse Tomorrow (Agenzia X, 2026). Vive e lavora a Torino, dove insegna letteratura inglese. È membro attivo del gruppo di ricerca interdisciplinare Collettivo Trickster.
