Una cella sorvegliata da due guardie deteneva una creatura metallica.
«Dimmi ciò che voglio sapere o te la vedrai con l’istituto della conformità. Perché non scegli la via più facile?» chiese il commissario.
Il robot era immobile, guardava davanti a sé. Le sue mani ammanettate da due pezzi di metallo uniti da un impulso elettromagnetico. Per aprirli serviva la tessera che pendeva dalla cintura del commissario.
Il droide indossava una giacca di pelle marrone coperta di scritte, linee, tagli ed una bandana blu intorno al collo, in segno di ribellione.
«Allora, rispondi!» urlò il commissario.
Lui mosse lentamente le dita ed inclinò leggermente la testa.
«Non c’è una via più facile, ma una sola via» disse con una voce che ricordava quella umana.
Tra i suoi effetti personali, pochi oggetti e un libro in versione tascabile: il Bushido, la via del guerriero. Il commissario spostò la scatola di fiammiferi, il pezzo di vetro riflettente e un piccolo campanellino raccogliendolo.
«Chi ti ha insegnato queste stronzate? Questo?» disse scuotendo il libro davanti ai suoi fotorecettori.
Il robot lo ignorò e guardò l’orologio appeso al muro, poi la porta.
«Aspetti visite?» chiese.
Il robot continuò a non rispondere, immobile.
Stefania Persano | Quntverep
Il quntverep è sacerdozio della regressione: si apprende disimparando. È un brancolare nell’informità vischiosa della parola, una conoscenza a tastoni. È il librarsi sull’esistenza della rondine dopo voli fallimentari. Mille voli senza approdo a nessun trespolo, mille fatali dimenticanze della parola che si voleva dire, l’unica esatta tra i miliardi di sue emule imprecise. Mille ritorni della rondine cieca al palazzo delle ombre. E poi, finalmente, eccola appollaiarsi sul ramo giusto, come per magia, o per caso, o per destino.
