La poesia
semina occhi nella pagina,
semina parole negli occhi.
– Octavio Paz
È uscita per Samuele Editore Sciababàb, raccolta che racchiude un decennio di componimenti di Mattia Tarantino (Napoli, 2001), poeta che più di tutti ha saputo cogliere il senso del farsi traghettatore di parole – e dunque di senso, e di lingue – per la sua generazione. Da L’angelo e la sillaba (2017) a Fiori estinti (2019) a L’età dell’uva (2021), fino a Se giuri sull’arca (2024) e agli inediti L’ircocervo (2025), Storia di Ya’fur e altre asine (2025) e Maria nel giardino dei tavoli di pietra (2026), assistiamo all’evoluzione della poesia di Tarantino, nel suo rendersi prima estatica, rilkiana, poi profetica, veggente, nella sua capacità di affabulare, incantare serpenti, dare riferimenti e coordinate di viaggio al lettore, con una lingua ancora da farsi, da costruire, mai definitiva o perentoria, che non sentenzia, ma sceglie l’esitazione, il balbettìo, per farsi spazio e infine imporsi nella Penisola come una delle voci più originali del nostro tempo.
Poi c’era un messaggero che non aveva messaggi da
consegnare, né una scrittura per ricordarli. Eccolo
l’angelo, con le orecchie d’asina e la lingua trasparente,
che controlla le regole vengano rispettate, che nessuno si
risvegli. se parla vediamo il luogo da cui abbiamo parlato,
un luogo che è il suo corpo, la sua bocca aperta,
irrimediabilmente aperta, dove ogni parola è un nome
che comanda, ogni cosa è comandata nominandola.
Camminare tra fantasmi e carovane. A colui che cerca “l’oscenità della parola e il suo principio”, l’autore non dà risposte consolatorie: lo pone di fronte al deserto del linguaggio. Poiché “l’angelo di Isacco è maledetto”, non avrà “il perdono dell’agnello”. Un corollario di spettri e riferimenti biblici, quello di Tarantino, di vite vissute a rincorrere il vento, nelle vedute rupestri e nei molti riferimenti al genocidio gazawo, in cui la scrittura diventa “sopruso, saccheggio e sorveglianza”. C’è ancora spazio per la tenerezza, per un suono di chitarra tra gli amici e i piedi neri, nella musica che unisce, anche in mezzo alla catastrofe. Difatti, anche se “bruciasse l’alfabeto rimarrebbero/ intatti i segni del tuo nome.”
Maometto, Mimmo per gli amici, Baruk
Lamentazioni, Mirko e gli altri santi,
siamo nel giardino, Maria,
siamo in compagnia, tutti sul tappeto,
abbiamo i piedi neri, i piedi gonfi,
lascia che intercedano, che parlino per ore.
La tavola è sparecchiata e le bottiglie vuote. L’angelo è già venuto. Ora non c’è nessuno ad aspettarci. Eppure, ancora cantano i poeti.
Come per dire qualcosa che zaraglia, una sciàcada
vischiosa che rangrasta. scuoiano il maiale, lo spellano,
sminuzzano. un calderone d’ossa, il maiale sembri tu,
sembri tu questa mezzaluna sfessata nei libri, la scrittura
che trema se tramandi un salmo, un verso appena. Lo
dividono, a ciascuno la sua parte, il fegato agli intrugli, il
muso ai vecchi, o ai cani, la lingua a chi ha coraggio e
sembri ancora non capire, sembri un incubo.
La parola di Tarantino si mette in dialogo con i morti, con il mondo di là, ben consapevole che se siamo, siamo un continuo. Come l’ircocervo, con la sua criniera, le zampe, la coda e la testa possente, foriero di una lingua oscura, che ancora non esiste nei vocabolari.
scorticata ogni volta che nitrisce, la lingua dell’ircocervo
ha la forma di un anello. La attraversano solchi e buche,
scarabocchi. spesso scura, è una stella marina che ruota
e, ruotando, annuncia un mondo, lo spalanca, ne
nasconde un altro e poi collassa.
La lingua di Tarantino è “scorticata”, ma allo stesso tempo viva, è segno di un passaggio. Quello della carovana dell’umanità, chiassosa e indisciplinata, su questa terra.
Mattia Tarantino, Sciababàb (2026)
Samuele Editore, 114 pagine
Mattia Tarantino (Napoli, 2001) dirige «Inverso – Giornale di poesia» e fa parte della redazione di «Atelier». Collabora con numerose riviste, in Italia e all’estero, come «Buenos Aires Poetry». Per i suoi versi, tradotti in più di dieci lingue, ha vinto diversi premi. Ha tradotto alcuni volumi, tra cui il Poema della fine (2020) di Vasilisk Gnedov, e pubblicato vari libri di poesia, ora raccolti in Sciababàb (2026).
