DNA Mussolini | F. Cane Barca

Tratto da qualcosa di vero.

Fatti le orecchie per sentire, e gli occhi, facci qualcosa con gli occhi, piangi, ridi, strappali (scherzo!). Scrivo a te (scusami! È che ci siamo salutati male l’ultima volta, ricordi?). Tra tutte le persone sai meglio dei grattacapi e delle magagne, degli insetti notturni, sai tutte le storie, e questa nuova è buffa, forse riderai, seppure, te lo faccio sapere subito, lì in fondo alle pagine: con la morte finirà.

mi conosci, non cerco riposo a certe condizioni. Ci ho pensato parecchio, ho poco tempo per dirti che pensieri, che giri, quanti andirivieni nel salotto per decidermi, che crucciamenti, per due ore! Non darti pena. Io ci ho riso, alzato le spalle. A volte rido lì dove non devo (Ah! Ah!) Era meglio stare a casa.

arrivo al punto: questo dottore, un ginecologo che lavorò in America, in Olanda, in Italia, un luminare, un genio lo descrivevano le riviste specializzate. Maledetto lui, il suo sperma ha usato per… malato di mente! Nella mente matta, nel DNA corrotto, ho letto che non è stato il primo, non sarà l’ultimo. Un Mussolini poi, il suo nome originale, con un altro cognome ha lavorato, mica ha usato il suo. Aiutare? Stupro! Maledetto.

ti sto dicendo che sono biologicamente suo figlio. So che tu già penserai, e in parte hai ragione: Che ti importa del cognome, che ti importa, tu sei tu! L’importante è chi ti ha cresciuto. Manco gli assomigli a quello. L’hanno denunciato no? Sì, mi hanno detto di averlo denunciato, credo ci sia un’indagine, è roba fresca, di pochi giorni è la notizia, ancora non la puoi leggere suoi giornali.

oggi, quando sono andato nel suo studio, a casa sua, lui era lì, guardava la televisione e beveva del vino. Era da solo mio padre. Padre!

io non sono molto saputello, nemmeno genetista, psicologo o neurologo, non so nulla di certe cose, scrivo su riviste di cucina, questo so fare, a proposito, guarda l’ultimo articolo, ci sono dei consigli su come dare sapore alla lasagna vegetariana con zucca, friggi la salvia prima, non hai idea: buona! Però!

sarà che quest’anno è stato molto impegnativo per la mia mente, la vita! Lo sai! Non ti sto a dire, ricordare, sarà quello, ma ero molto arrabbiato, ti ho raccontato di quanto spesero e quanto penarono i miei per farmi nascere. Non mi giustifico. È andata così, ci sono azioni peggiori che uccidere un uomo del genere. Sì, non ho bisogno di costellazioni. Non ho stivali da montagna, non vado verso alcuna destinazione. Ti ricordi?

l’ho saputo da una ragazza (non aveva altro da fare?). Questa ragazza ha scoperto il malfatto, il fattaccio per caso, mia sorella appunto, ha notato la somiglianza con alcune persone in paese, un posto in Olanda dove il dottore lavorò un paio di anni, un piccolo paese, fino alla pensione ci ha lavorato. Si è incaponita a tal punto che, non ti sto a dire tutto, che importa, si annoiava forse, si è fissata, fino a scoprire che aveva tre fratelli nello stesso quartiere, e da lì ha deciso di contattare tutte e tutti noi, venti fratelli sorelle, e ha organizzato una festa nella sua casa in campagna, in Olanda, per parlarne, ci dirà come ha fatto. E io in Olanda ora sono. Mi piace molto. Sono nelle campagne di Amsterdam. Ora non ricordo il posto preciso. Gietorn. Chintorm. Catorn. Non ricordo!

oggi sono andato a trovarlo, non è stato difficile trovarlo, il nome è noto (quello che usava come dottore, ne leggerai sui giornali, ancora è presto, te l’ho detto, non me lo sto inventando), il suo studio anche è famoso. L’ho guardato per diverso tempo (dopo…), ho assistito al suo rigor mortis. Nauseante, da vivo come da morto. Il tempo non mi mancava. Sono andato da lui solo per parlare. È questa la verità. Poi il resto è avvenuto come per sbaglio.

sono entrato con la scusa di volerlo conoscere, con frasi in mediocre inglese tipo: I am your son, thank you, i want to meet you before it’s too late.

lui ha sputacchiato dicendo: Yes, yes. Non so perché, sputava di continuo. Sono stato bravo, ero pronto a spingere il portone di casa al suo eventuale rifiuto, invece entusiasta mi ha fatto entrare. Era contentissimo di potersi raccontare, di conoscermi, mi ha offerto anche del vino, ha cominciato a sparlare, abbiamo parlato delle meraviglie del fascismo italiano e spagnolo, dei dittatori, Argentina e quant’altro, è un parente lontanissimo, una ramificazione complessa, originariamente non aveva quel nome, lo cambiò qualche tempo fa, da Rossi, a Mussolini, per poi usare un altro nome per lavorare, mi ha detto che inizialmente non aveva quelle idee, gli sono venute dopo, quando la vita gli era passata davanti già per molti anni.

mi ha preso in amore, avrà pensato fosse bello trovare qualcuno felice del suo lavoro, qualcuno con …la mente aperta, ha detto così, poi mi ha portato nello studio, mi ha raccontato come lavorava, mi ha fatto vedere come addormentava le pazienti, mi ha fatto vedere una boccetta, un miscuglio di belladonna e stramonio e uva, e altro che ora non ricordo, mi ha detto che con quell’intruglio le pazienti dormivano e non sentivano niente, che ci teneva a loro, poi mi ha portato in cantina per mostrarmi i cimeli fascisti che conservava, poi mi ha detto il suo piatto preferito, e mi ha invitato a cena, i due discorsi ravvicinati mi hanno inquietato, era chiaramente ubriaco, fuso,

poi non ce l’ho più fatta, mi si è lanciato il braccio da solo, l’ho colpito, è caduto giù, l’ho anche afferrato, poi ho pensato per poco: l’ho legato, l’ho imbavagliato, poi ho alzato il volume della televisione in salotto e sono tornato nello studio, al risveglio gli ho detto quel che dovevo dirgli, puoi immaginare, aveva paura, lo vedevo nei suoi occhi, gli ho fatto bere una dose eccessiva di quell’intruglio mischiato con l’acqua, credo se ne sia accorto, il sapore, il suo occhio destro me l’ha detto, ma ha bevuto tutto il bicchiere, mi ha ringraziato, afflitto, ho aspettato, mentre aspettavo mi sono reso conto di aver parlato in italiano mentre mi sfogavo (che scemo! Pure io alticcio, ah!), non avrà capito niente, ma indietro non posso tornare, ci puoi ridere se vuoi. Si è addormentato, una morte dolce, l’ho slegato, messo sul lettino del suo studio, ho pulito le impronte, ho lasciato aperto il gas, me ne sono andato che pioveva, il cielo era nero.

ora invece, a casa di mia sorella, ora vedo le stelle, è una bella notte.
ho esagerato, vero. Non drammatizziamo. Scusami. A te chiedo scusa. Non so a chi altro dovrei. A Dio? Alla mia famiglia? Al cane? Sospiro, la testa cade giù su di me.
con poco di quel liquido è morto in una manciatina di minuti, addormentato quasi subito, prima ha pianto, con una sola lacrima.

vero, ora sto confessando, sto scrivendo cosa ho fatto, ma i piani sono cambiati, non ha importanza, ora ti dico. Non mi sono accanito, non l’ho appeso a testa in giù, non ho dato fuoco alla casa, non l’ho pestato a sangue, sono andato a dirgli le cose che dovevo dirgli e poi come per sbaglio l’ho ucciso.

sono uscito e andato verso la stazione. A fatica ho trovato il posto, sai che parlo male l’inglese. Poi te lo diranno dove siamo.

la famiglia! Ci siamo, tutta la famiglia, abbiamo riso, ci siamo abbracciati, un buffet a tema, pasta italiana e vino buono, abbiamo tutti la stessa età, circa.

ho proposto un brindisi, ho detto che avrei fatto io una miscela, un cocktail che si beve dalle mie parti, leggero, saporito, buonissimo, che ci tenevo ho detto, e hanno buttato tutti e tutte giù in pochi sorsi, ne ho preparato uno per me, senza il veleno… no, non è andata così, era il piano, preciso, era il piano che poi ho cambiato, hai ragione tu, ho parlato con loro, sono tutte brave persone, è stata una bellissima serata, hanno deciso di cambiare cognome, in Musso, come lo scrittore, come il calciatore, una bella idea, ovviamente scherzano, abbiamo già il nostro cognome, io che sono figlio unico ho pensato che è meraviglioso aver trovato una famiglia, ma poi… poi mi sono incupito, una sbronza triste, mentre dicevano che spesso la sera, o al mattino presto, che spesso passano dei cervi o dei cerbiatti a bordo piscina, dicevano questo e io pensavo che l’unico che non è una brava persona sono io, ho ucciso quel dottore vecchio, volevo uccidere tutti loro, mi sono incupito davvero tanto. Ho messo un poco di quel veleno nel mio bicchiere e me ne sono andato in piscina, sul bordo. Aspettando che faccia effetto. Devo fare una telefonata.

sono qui. Fuori. La luna non si vede. Mi troveranno a galleggiare in acqua, mi piace come idea, come immagine, è una bella serata, diranno che sono matto, e tu sai, a volte sto così, storto, colpa del vino buono, della perdita di equilibrio, uno di quei momenti che quando accadono, si manifestano…

mi hai detto di chiamarti, sai di cosa parlo, non è colpa tua, sei brava come amica, hai fatto il possibile, prova quella ricetta, vedrai che buona la lasagna, guardo la luna perdo le forze saluto te che sai a chi dire che morto e

Illustrazione di Nina Velvet

Francesco Cane Barca è nato a Genova, ha collaborato a diversi progetti di scrittura collettiva e pubblicato racconti su varie riviste letterarie (Carmilla, Spore, Neutopia). Fa il libraio e vende vino. Nel 2021 ha pubblicato per Zona42 la raccolta Strani soli.

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