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Il cubo peculiare | Nicolò Civera

Düsseldorf, 1952

Melanie non era una ragazza loquace, si faceva sempre i fatti suoi e molte volte, invece di uscire con le colleghe restava a casa sua; lavorava in una sartoria nel centro città, vicino a una panetteria che frequentava spesso. Il suo cibo preferito erano le brioches alla marmellata di mele e fichi.
Un giorno Melanie stava lavorando a un centrino bianco, quando due clienti peculiari entrarono dalla porta principale: erano vestiti di nero, pantalone lungo, giacca talmente chiusa che non si vedeva la camicia e cappello. I visi dei due signori erano quasi impassibili, troppo strani per non essere notati. Con sé avevano una valigetta in metallo, anch’essa singolare, se si pensa al posto in cui stavano entrando. Di solito non c’era così tanto in ballo in una sartoria.
Tutte le colleghe di Melanie si girarono, persino Linda e Mallia, che stavano rattoppando un vestito di un militare. Questi uomini in nero furono accompagnati dal proprietario della sartoria, il signor Flock, nel suo ufficio che, accorgendosi del brusio delle ragazze, disse loro in modo molto pacato di continuare a lavorare: – Va tutto bene, tranquille.
La conversazione, o meglio la riunione “segreta”, durò circa due ore. Per tutto quel tempo le sarte restarono quasi in silenzio; alcune finsero di bere del caffè al tavolo vicino alla porta dell’ufficio per origliare, ma nessuna sentì volare una mosca. Dopo un po’, la porta fu aperta dal signor Flock, che accompagnò fuori i due uomini in nero.
– Come sempre, un bello scambio di idee – disse. Ma la sua voce e la sua espressione dicevano altro; non sembravano essere in rapporti amichevoli, e neanche in buoni rapporti di lavoro.
Quando il capo rientrò in ufficio da solo, Melanie e le colleghe cominciarono a parlare.
– Secondo me, sono tanti soldi – disse Agnes, una ragazza molto timida, che in quell’occasione non poteva non essere curiosa come tutte le altre.
– Secondo me, invece, c’è un vestito per qualcuno di importante – ribatté Mallia, riportando quello che era un pensiero comune per alcune di loro.
–  Lo capiremo quando torneranno a prenderlo –  continuò Melanie.
Poco dopo, il signor Flock uscì e si accorse che stranamente il caffè era già finito e rivolse il suo sguardo serio a tutte le ragazze, avendo intuito il loro eccessivo interessamento rispetto all’incontro. Alcune di loro ridacchiarono,  sapendo che avrebbe lasciato correre. Verso l’orario di chiusura, quasi nessuna delle ragazze aveva finito l’incombenza del giorno, Melanie compresa. Così, decise come era già capitato altre volte, di chiedere al capo se poteva restare ancora per lavorare. Quella volta il signor Flock ci pensò un attimo in più, ma accettò la richiesta. Melanie disse alla collega Agnes, che viveva nello stesso palazzo, di avvisare le sue coinquiline che sarebbe rimasta lì più a lungo del solito.
– Non ti preoccupare, sarà fatto. – le promise Agnes. Le sorrise e sparì. Quando tutte le colleghe e il capo se ne andarono, Melanie si alzò per chiudere la porta. Dopo un’oretta si alzò di nuovo e si assentò solo per prendere qualcosa da mangiare, alla panetteria, la sua preferita, prima della chiusura. Era la sua salvezza rimanere a lavoro fino a tardi; senza trattenersi, avrebbe posticipato tanti lavori. Quando comiciò a sbadigliare e a desiderare un caffè per riprendersi, si accorse che quello della mini caffettiera era finito. Si appoggiò al tavolino per pensare all’eventualità di un bar vicino, ma non avrebbe voluto uscire e finire il lavoro il giorno successivo. A un certo punto, però, fu distratta da un bagliore che la distolse dal pensiero ossessivo del caffè e che sembrava provenire dall’ufficio del signor Flock. Non ci mise tanto a capire cosa fosse.

Lei, di solito, era una ragazza che si faceva i fatti suoi, ma questo non voleva dire che fosse priva di curiosità.

Per pochi secondi, camminò avanti e indietro davanti alla porta dell’ufficio, guardando il mazzo di chiavi che le aveva lasciato il capo, provvisto anche di quella utile a entrare lì dentro.
“Se ne accorgesse, potrei dire che volevo prendere il caffè” pensò. Aprì piano la porta, controllò possibili tracce che facessero intuire l’entrata di qualcuno, ma non si accorse di niente. Il suo intento era solo scoprire il segreto della valigetta. Così, si girò verso la scrivania del capo, dove immaginava provenisse l’abbaglio. L’involucro di metallo era per terra, mentre sul tavolo c’era l’oggetto. Era un cubo nero, il bagliore che emanava invece di un bianco accecante. Ci si avvicinò lentamente, le sue mani quasi tremavano, ma dopo un po’ decise di toccare l’oggetto, anche se aveva paura di fare qualche pasticcio, nervosa com’era.
Al tatto l’oggetto era liscio, troppo, quasi perfetto, e lei da sarta se ne intendeva di superfici. Con tutto il coraggio che possedeva, lo prese in mano. Lo alzò dalla scrivania e guardò dentro la fessura da dove spuntava la luce. Sembrava ci fosse una piccola palla che la emettesse. Inevitabilmente, le colpì l’occhio per qualche secondo. Dopo poco, appoggiò di nuovo il cubo e lo scrutò ancora. Si accorse però, che la porta dell’ufficio era aperta, e pensò fosse più prudente chiuderla. Le venne da sorridere pensando a cosa avrebbero detto le sue colleghe sull’indagine. A un tratto, il cubo smise di emettere luce, Melanie dallo spavento indietreggiò, non credette ai suoi occhi poco dopo: un triangolo blu, non più grosso di una fiaschetta di whisky, spuntò dalla fessura, il cuore della ragazza cominciò a battere più velocemente. I suoi occhi videro qualcosa di peculiare, da quel triangolo blu partì un video, nel quale c’era proprio lei. Sembrava una registrazione, lei credeva fosse un bruttissimo scherzo. Si spaventò ancora di più.

Nell’immagine in movimento fluttuava, intenta a chiudere una porta, che apparteneva proprio a quell’ufficio. La sua mente si sentì come se potesse far vibrare i suoi atomi.

– Spegniti! – disse con voce ferma, e dopo qualche secondo il cubo intero lo fece. Per un secondo si dimenticò di respirare; quando riprese, pensò a come avrebbe agito, oramai non poteva far finta di niente. Non poteva neanche pensarci per tanto tempo, dovendo andare a casa in un orario umano, prima che i vicini della sartoria facessero domande scomode al proprietario l’indomani. Una manciata di pensieri e Melanie decise di prendere con sé il cubo. Affannosa, chiuse la porta dell’ufficio e finì il lavoro a cui si stava dedicando. Tornata a casa, le sue coinquiline fortunatamente stavano dormendo. Si sentì peggio di una ladra; andò in bagno, e provò ad accendere il cubo, ordinandogli solamente di farlo. Dopo qualche secondo il triangolo blu apparve di nuovo, mostrandole lei stessa che entrava in casa come aveva appena fatto. Le disse di nuovo di spegnersi. “Grazie al cielo”, pensò dopo aver appurato che l’oggetto ascoltava di nuovo le sue parole. Quella notte tenne il cubo nel suo letto, sotto le coperte, così che nessuna coinquilina potesse vederlo. La mattina seguente, lo nascose sotto il letto nella speranza che non venisse notato durante il giorno. Arrivò al lavoro nervosa, entrò e andò subito in ufficio a dare le chiavi al capo. L’espressione di tutti e due era impassibile, quasi come gli uomini del giorno prima.
Le mani di Melanie tremavano, ma il capo non ci fece caso. Le disse di tornare a lavoro e così fece, ma la sua agitazione fu notata dalle colleghe che le chiesero cosa fosse successo. In realtà, nessuna lo aveva capito realmente, e nessuna sospettava che c’entrasse qualcosa con la valigetta. Lei rispondeva di non farle domande stupide, che aveva solo dormito male. L’agitazione diminuì nei giorni successivi, fino al giorno in cui esplose di nuovo. Il capo della sartoria scomparve; nessuno aveva una minima idea di cose gli fosse successo, la moglie chiese aiuto alla polizia, ma le dissero che non potevano fare nulla, così si rivolse alle sarte chiedendo se sapessero qualche informazione. Melanie si odiò per tutti quei giorni, nei quali accendeva e spegneva il cubo. Dopo poco tempo arrivarono di nuovo gli uomini in nero in sartoria, ma lei fortunatamente, come le sue colleghe, restò, appunto, impassibile anche davanti alle poche domande che quei signori rivolsero in generale alle ragazze. Melanie decise in quell’occasione che sarebbe stato meglio andare a vivere da sola, ma non subito dopo l’indagine degli uomini in nero; avrebbe destato sospetto e favorito troppe domande, anche solo tra le ragazze. Ma riuscì ad anticipare i tempi del trasloco, visto che gli uomini in questione non arrivarono. Andò ad abitare davanti a un bel giardinetto, così da poter interrare il cubo nel caso avesse voluto liberarsene. Quando le acque si calmarono, e Melanie si mise in pace anche con la morte del capo, incominciò a usare quotidianamente il cubo, filmandosi mentre ballava da sola, cucinava, o faceva le faccende di casa. Le poche volte che lo portava fuori lo nascondeva in una borsa. Era solita andare in montagna con il cubo e, tornando a casa, vedeva i panorami che osservava. Non trovò alcun altro uso per il cubo.

Dopo tanti anni si sposò con Luca, un ragazzo che conobbe mangiando un gelato. Era stato lui a costruire e vendere il cubo. Dopo pochi anni ebbero una figlia di nome Claudia. Fu l’unica cui la mamma disse dell’esistenza del cubo.  E anche Claudia, a sua volta, raccontò del cubo alla figlia.
«E così fu, fino al reperimento del cubo davanti al giardinetto della loro casa. Esso, si serve della tecnologia olografica ed è in questo museo per mostrare al pubblico come si viveva nel passato, tutti i problemi e le gioie di una madre e di una figlia, di generazione in generazione. Nessuno sa ancora chi lo abbia prodotto, o come mai. Più volte è stato scannerizzato e addirittura ricreato in 3D per cercare di capirne l’esistenza o quello che potrebbe contenere, ma quella tecnologia non esiste ancora.»

«Dicevano che la perfezione non esisteva, questo cubo rende quella parola inverosimile.», firmato Maverick Lonner, responsabile del Museo d’Antropologia di Düsseldorf.

Immagine di Mike Winkelman

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