Melancholia | Giulia Gaveglio

Mi viene da vomitare. Stringo forte le mani al lavandino di ceramica, strizzo le dita finché non fanno male. Non voglio vedere. Da bambina non capivo perché mia madre, quando le capitava, facesse di tutto per non vomitare. Fa schifo, diceva con gli occhi socchiusi, due fessure strette, cattive, che non lasciavano passare la luce. Eppure il peggio non è il conato, il fiotto acido che corrode l’esofago. La nausea è segnale di un eccesso da espellere. Io la sento anche nei piedi, ma non riesco a vomitare.

Guardo la porta del bagno, non sono certa di averla chiusa, quando mi sono alzata dal letto. Ora sembra uno sforzo troppo grande. Frugo la stanza con gli occhi, non trovo niente. Prego se ne sia andata. Incerta, alzo la testa, la avvolgo con le mani, ne studio la forma. Passo i polpastrelli sulle palpebre secche, squame di serpente prive di sonno. Il battito cardiaco non si sovrappone più al respiro. Più calma, afferro il pettine. I denti di plastica, in lotta con i nodi, si piegano docili, finché uno di loro si spezza. Solo allora, incontro con le dita la peluria di velluto.                                                                                                                       

Comincia a sbattere le ali, forsennata. Un gelo buio mi scotta i polsi. Se rimango immobile, penso, finirà presto. Il frullio echeggia per le stanze vuote, non c’è nessun altro rumore. Alla fine si spegne. Lei si stringe meglio alla mia tempia. Zampe forti, sottili ma tenaci, come pinzette chirurgiche, bucano il mio lembo di umano, incrinano l’osso occipitale, cercando casa.

Sarà ormai un anno che vive con me. La prima volta era una mattina umida, che sputava fumo dai polmoni. Ricordo solo che ero stanca. Non era successo nulla di particolare. Spesso mi chiedo se lo avrei preferito, avere qualcosa da ricordare come inizio. Eppure, se è vero che spesso dare un nome alle cose le addomestica, non sono certa che sia questo il caso.

Mi si è posata sulla fronte mentre camminavo, minuscola. Era traslucida, di un pallore cupo, riflesso d’ombra che danzava intorno alla membrana delle ali, come una fluorescenza. Per un istante l’ho guardata con la coda dell’occhio. Ho intravisto il mio riflesso di passaggio, sul finestrino di una macchina. Mi sembrava carina, appoggiata lì, come se mi desse un’aria cupa, appena un po’ triste, che credevo mi donasse. Ma la tristezza dona a tutti, è un manto piano. Lo si scopre soltanto con il tempo.

Ho avvertito sulla tempia qualcosa di simile a un morso, una puntura. D’istinto l’ho scacciata via con la mano ed è volata via. La pelle mi prudeva e tirava. Mi sono specchiata ancora nel finestrino dell’auto. Da dove mi aveva toccato un bruciore, filo di fiamma fredda, mi colava giù per la spina dorsale, raccogliendosi sul fondo. Soltanto qualche istante, poi quella marea è calata. Mi sono passata una mano fra i capelli, fra le dita è rimasto impigliato un riccio biondo, floscio, che ha volteggiato pigro prima di scaraventarsi a terra. Non ci ho più pensato, finché non sono tornata a casa.

Ho fatto le scale di corsa, lo zaino pesante mi tagliava la spalla, sentivo il sangue pulsarmi contro l’addome. Volevo soltanto entrare e stendermi a letto. Invece mia madre ha aperto la porta, mi aspettava sul pianerottolo. Non avevo molta voglia di parlarle, ma mi sono seduta lo stesso con lei al tavolo della cucina, per bere il caffè.

Chiacchierava del più e del meno, guardandosi le dita delle mani. A un tratto si è allungata verso di me e si è immobilizzata, come congelata nel moto. Ho provato una sensazione strana, quasi mi stesse vedendo dentro, i movimenti spontanei degli organi un filmato oltre lo schermo trasparente della pelle. Hai qualcosa fra i capelli. Ha allungato la mano e ha fatto un gesto distratto, tutto bene, è andato via, ha detto. Ha ripreso a parlare.

Ma io l’avevo vista. Era più grande di prima, posata sul soffitto, in un angolo della stanza. Le zampe sembravano più lunghe, più forti. Muoveva circospetta le antenne, tenendo le ali ripiegate contro il corpo, sottili. Quando le ha aperte, ho notato che erano non più ampie del palmo della mia mano. Cos’è? ho chiesto a mia madre. Non riuscivo a muovermi, sono a malapena riuscita a indicarla. Dove? mi ha risposto lei. Ha seguito il mio dito agitato. Lì non c’è niente, mi ha detto, alzando appena le spalle. Mi ha sfiorato i capelli con una carezza distratta e ha cominciato a lavare i piatti. Allora, lei è girata verso di me, e pur non sapendo dove o se avesse quelli che si possono chiamare occhi, l’ho saputo con certezza. Mi guardava.

Più tardi, coricata a letto, l’ho sentita arrivare. Era un suono sottovoce, un sussurro di passi. Nel buio, ho stretto le palpebre, come se le potessi serrare per sempre, rimanendo senza la luce, che rende vere le cose. Tutto il corpo pesava, schiacciato dalla gravità, immobile. L’ho sentita risalire dal basso, danzarmi leggera sulle membra, e atterrare poi sulla testa, dove pareva più pesante per qualche motivo. Mi ha stretta forte, come in un abbraccio, mentre le punte acuminate delle zampe si piantavano nel terreno piano della mia fronte. Non ho sentito male. E poi, ecco, come capita ancora adesso, che io sia sola, in casa, nel mezzo di una folla o nel silenzio, è successo. Il mondo si è sciolto, ha smesso di avere contorni definiti, gli altri, e le cose, e i luoghi, macchie molli, malleabili, e io immutata in mezzo, potevo star bene soltanto nel nulla del sonno. Ho chiuso gli occhi per non ricordare più, ho chiuso gli occhi e ho dormito, e lei mi ha cullata nella sua stretta, ed è cresciuta ancora un po’. Se abbasso e rialzo la testa, provo dolore. No, è improprio chiamarlo dolore. Più che altro una forma di pesantezza. Sotto allo scrigno d’osso, un cervello gonfio di uova lattee, battiti di cuore appena accennati oltre il guscio. So che stanno lì, non le posso vedere, ma le avverto. Ho imparato a riconoscerle. So come si muovono i loro ospiti, quando crescono, mangiando materia che mi somiglia. Lei rimane stretta alla mia testa. Quando mi trova, è raro che mi lasci andare. Sa nascondersi nei pensieri più improbabili. O forse, in fondo, non mi lascia mai. Cresce, si nutre di me, mi affida il suo futuro. Fra il mio dentro e il fuori c’è una membrana labile, un guscio morbido come il loro. Con una pressione anche minima, il mio dentro di tuorlo molle cola, si mescola con il fuori e basta tanto a farmi dimenticare i miei confini, non mi trovo più, e non provo nemmeno paura, o orrore, solo un senso di nulla. Allora, la assecondo. Cullo uova morbide ondeggiando il corpo. 

Da quando, la mattina dopo quella prima notte, mi sono svegliata, ho iniziato ad avvertirne sempre il peso sulle tempie. Da principio era piccola abbastanza perché si confondesse fra i capelli. Ma notte dopo notte è diventata più grande. Mi lasciava soltanto per brevi istanti, tornava planando su di me. Per paura che qualcuno la potesse scoprire, evitavo le altre persone. Non uscivo più di casa. Eppure, nessuno intorno a me sembrava vederla. Perché sei così stanca? domandavano i miei genitori, il mio ragazzo. Non sapevo rispondere. Mi trascinavo lenta dal letto al divano, mi lasciavo cadere e mi stringevo le ginocchia, chiudendo di nuovo gli occhi. Ogni volta che sbatteva furiosa le ali, mi tirava la fronte, ancora e ancora, mi faceva male, e si prendeva spazio. Mi guardo nello specchio. Lei è lì, che mi osserva di rimando con quegli occhi muti che ancora non so situare. Sento qualcosa nello stomaco, e non mi rendo subito conto di cosa si tratti. Non riconosco la rabbia. Quasi d’istinto, prendo le forbici dal cassetto del bagno, quelle piccole per le unghie, che non utilizza mai nessuno, arrugginite dall’acqua del lavello, ma non importa. Senza guardare comincio a prendere a colpi i capelli, li dirado, li falcio con furore tremante, sperando che sia costretta a mostrarsi a tutti, che, senza un nascondiglio, un giaciglio comodo, se ne vada, o che qualcuno, alfine, nonostante i nascondigli, la estirpi con orrore da me. Alla fine respiro veloce, soffoco quasi. Intorno, come steli di piante strappati, mucchietti di capelli, ma lei è stretta ancora alla fronte, indomita, forse ancora più comoda, ha tutto lo spazio che le serve. Vorrei  piangere, ma non mi esce niente dagli occhi. Lei riapre gloriosa le ali, larghe ormai come un piccolo aquilone nero, e prende ad agitarle vittoriosa, stringendosi meglio a me, come per una rassicurazione crudele. Mi viene da vomitare, ancora e ancora. Ma di vomitare, non mi è dato. Lo schifo che provo nel sentirne il ventre peloso appena sopra gli occhi, non ha sfogo. Le ali enormi mi battono dentro le palpebre. A ogni respiro, mi sembra si faccia più grande. Come in un mosaico, centinaia di riflessi, piccoli pezzi d’immagine, prendono a svelarsi. Intono a me, se mi volto, e poi nello specchio, ancora, sono tante, non più una, tante, nere tutte, sue figlie e genitrici, schiuse dalla mia testa con un crepitio d’osso. Si sistemano per la stanza, mi guardano, attente, aspettano me, mi vogliono. Mi amano, di un amore anche sincero. Poi, in una danza coreografata, dai passi segreti, dedicata soltanto agli iniziati, insieme, spalancano le ali. Comincio a gridare, un suono basso e continuo, che non riconosco, che sembra non provenire dalla mia gola. Loro si avvicinano, è lei a chiamarle, lo so. E io allora spalanco le dita, come un urlo, e le stringo forte su di lei. È un’ala quella che ho afferrato, e anche se la muove, la tira e la sbatte, io continuo a stringere, stringo e tiro a mia volta. L’ala si spezzerà, penso con un fremito, ma il resto rimarrà attaccato qui alla mia fronte. Non voglio che accada. Sento sotto il palmo antenne, peli, e zampe, un paio almeno, quelle che non usa per rimanere attaccata alla mia testa, che spingono, sventagliano convulse per allontanarmi. Tiro ancora. Ero convinta che avesse una corazza dura, ma mi pare quasi che il corpo si sbricioli, cedevole.

Infine, la morsa si apre con un crocchio, ossa e rami sotto il becco di un gufo. Dai fori sulle tempie, minuscoli e sottili, cola un liquido denso, avvolgente. Non vuole lasciare la presa, piccoli brandelli di pelle le rimangono impigliati nelle zampe. Un rivolo di sangue mi gocciola negli occhi, e li chiudo. Con un ultimo strattone, urlando per il dolore, la separo da me e la lascio cadere. Il respiro brilla libero per un momento. Riapro gli occhi, piano, come a volermene accertare. Intorno a me, la stanza è vuota e silente, priva di densità quasi. Non vedo più le altre, non le sento. Sono sola?

Cerco, scruto attraverso il bagno. Lei giace in un angolo, sulle mattonelle verde pallido. Agita le zampe nell’aria, sdraiata su un lato, un’ala lacerata. Fra me e lei un salto, come un punto di sutura su una ferita macilenta, un filo che non so vedere ma che lo so, ci tiene ancora insieme. La sento, fra la tempia e la scapola, appollaiata sulla spalla, o tesa, appesa. È un’eco di peso. Sembra adesso che sia appena nata, rimpicciolita al suo stadio larvale, o forse solo sgonfia, osservata con altri occhi. Mi fa pena, mi fa quasi male guardarla. Ho ancora paura di lei.

La raccolgo, la trovo leggera, si lascia trattare, malleabile ora. Cammino, decisa, fino alla finestra del salotto, la tengo salda in un pugno ora. Si muove appena. Spalanco la finestra. Nel palmo ali umide d’embrione, mano tesa nel vuoto, pronta a stringere e schiacciare. E invece sospiro e apro le dita, come valva di conchiglia.

Non la vedo più. Scompare. Poi ecco, batte le ali appena più in là. Un capello biondo, arricciato, pende molle dal corpo minuto, oscilla nell’aria, cade. Libera. Inclino il capo, la fronte si lancia verso la spalla. Vorrei chiudere la finestra, potrebbe rientrare. Ma cambio idea, la lascio ancora aperta. Mi prude forte la nuca.

Fotografia di Carsten Witte

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