Masticazioni | Cristina Costantini

I. (Guia)

Si può masticare il gelato?
Non era colpa del gusto semisolido che oggi aveva scelto, pane burro e marmellata. Se lo chiedeva ostinatamente ogni volta, anche quando avvicinava alle labbra misti di frutta, o, ancora con maggior provocazione, quando sostituiva l’aperitivo serale con un mattiniero distico fiordilatte-caffè arabica.
Mordeva l’orizzonte mobile sopra il cono, ne scomponeva la geometria e, come avrebbe fatto con qualsiasi altra sostanza commestibile, sbobinava bocconi tra i denti. Iniziava a frammentare. Nello spazio tattile del palato grani di ghiaccio scricchiolavano contro residui aromatici. Così nasceva il vero sapore. Lo produceva un ritmo contratto, mandibola contro mascella.
Questa osmosi sbriciolante era un’abitudine, un lascito infantile. Da piccola le avevano insegnato che un lingotto di caramella alla menta va sezionato prima di essere inghiottito, tagliato a fette da ingerire una alla volta per non soffocare. Prima di uscire di casa si accertava di avere tutti quei morsi preconfezionati, premi anticipati per i passi che sarebbe riuscita a percorrere. Poi, con orgoglio infantile, usciva di casa e iniziava a centellinare parti di verde-vetro e segmenti di mondo.
Guia continuava a farlo, a distanza di anni.
Con fluidi e semifluidi da asporto camminava chilometri, masticando prima di deglutire. Finivano sminuzzati nel freddo occhi e volti incontrati per caso, parti di asfalto e oggetti in vetrina, materiali, voci, suoni. Brandelli di monumenti. Una lenta e ininterrotta triturazione esistenziale. Sotto i denti, il gelato diventava caramella, i posti che oggi la ospitavano prendevano – fortunatamente, solo così – gusto di casa.

II. (Mattia)

Quando si inizia ad avvertire un sapore?
Non appena qualcosa tocca palato e papille o quando si comincia a masticare?
Se lo domandava perché in principio gli era parso di non aver riconosciuto dal gusto quel guscio duro che gli era entrato in bocca. Sembrava insipidamente innocuo. Senza preavviso, il piccolo carapace si era introdotto nella cavità orale per annidarsi. Che quella fosse l’intenzione dell’intruso era facilmente intuibile dalla sua ostinata resistenza: nessuna forza muscolare si dimostrava capace di espellerlo, buttandolo fuori bocca. Superato l’ingresso, l’involucro si era insediato, annunciando una sfacciata permanenza, come a proclamarsi sovrano-parassita di un agglomerato di fibre di vita.
Fastidio, acuto. Poi smarrimento, tondo e profondo. Incomprensione.
Forse, per sapere non occorreva vedere, ma solo masticare.
Mattia aveva, quindi, addentato il corpo crostoso. In quel momento aveva iniziato a sentire temperature diverse, consistenze variabili. Poi odore di ruggine e di vino ammalorato. Un umore bruno dolce-acido gli navigava sotto lingua e risaliva attraverso le narici, liquoroso. Masticava grumi di amarezza, dopo averli scartati dal loro involucro d’illusione. Dietro l’iride compariva l’ombra del bolo non deglutito.

III. (Guido)

Ci sono davvero parole che suonano dal ventre?
Si interrogava quando avvertiva un’eco salire verso l’esofago per poi fermarsi prima di superare laringe e trachea. Era il rimbombo di una voce, un corpo di parole in fuga dalla gabbia di muscoli in cui era stato rinchiuso. Lo devastava quella corsa gutturale che voleva vincere costrizioni e gravità. La sentiva crescere in flusso e picchiare contro il diaframma per annegare il fiato e pronunciarsi da sola. Colpi sordi e ripetuti, un basso ritmico e poi vuoto di respiro.

L’aria intorno percuoteva contro le note di quello strano canto jazz, come a fare barriera, mentre pareti, quadri, asfalto e finestre precipitavano in un chiaroscuro gotico.

Salivano dentro Guido. Lo tagliavano longitudinalmente.
Erano resti di conversazioni indigeste, bocconi di pensieri malnutriti, abbozzi di dialoghi finiti in avaria. Cercavano di tornare in superficie con prepotenza per essere rimasticati. I denti non li volevano più.

IV. (Elina)

Che forma hanno i ricordi?
La ricercava oltre alle immagini e ai sensi di benessere e colpa che marinavano nel sottovuoto della mente. Riaffioravano corpi, case, alberi, acque, colori e tutti si sommavano in mondi sovrapposti, calchi ibridi degli originali. A volte erano irruzioni, quasi sospensioni di vita. In altri casi la panificazione di immensi colossi procedeva da lontano. Sentiva uno strappo, come un distacco lungo margini definiti e poi, progressivamente, vedeva la creatura crescere di arto in arto. Intanto i denti della memoria continuavano a scavare di morsi gli abissi di sabbia in cui i giorni erano precipitati. Masticavano per setacciare. Dividevano i detriti dai pasti per il futuro. Rilasciavano anatomie ctonie, mentre l’argilla dell’anima odorava di nuovo latte. Ecco – Elina si rispondeva – questo è il contorno che disegna i ricordi, una linea di impronte dentali, morbide e feroci, costanti, permanenti. Quest’orlo smangiato rimarrà anche quando, come Crono, avrà trangugiato i suoi figli.

V. (–)

Si erano immaginati come reciproca panacea contro l’insipido. Nelle contratture del tempo ordinario avevano trovato rifugio in un’idea, in una proiezione fatta di carne aerea. Dentro quella visione solida si erano anche abbracciati di tanto in tanto. In una sera scalcinata di ottobre si erano riconosciuti di fronte a una stampa tridimensionale. Così, per puro destino, era stata offerta una possibilità di realtà al mondo che avevano creato. Quasi inevitabilmente avevano sommato i loro giorni e poi li avevano divisi. Erano arrivati a consumare il tempo lungo la stessa semiretta. Ora mangiavano insieme la distanza tra presente e futuro.

Eppure, qualcosa di non malleabile stava crescendo, metteva radici dentro i loro corpi e si nutriva delle loro ombre. Si sentivano irrigidire, diventare sterili di luce e volontà. Era una metamorfosi al contrario che li riportava ad essere sagome di se stessi. Si sentivano masticati da paurosi risentimenti.

Non rimasero neppure i loro nomi.
Erano stati divorati da una bocca di corteccia scura che si era aperta tra le loro mani intrecciate.

(Pagina bianca)

Come mastica la carta?
Hai mai pensato di scrivere per vivere? Non è in questione il tuo saldo patrimoniale. Il discorso è tutto un altro; altra l’economia, altro il conto da chiudere in attivo. Si tratta di guardare, dal fuori e dal dentro insieme, le tue caverne. Butta la corda che ti tiene per la vita giù nel fondale della tua pancia, del tuo stomaco, delle tue interiora ed esplora al buio. Aggirati tra pezzi di vetro verde, scorie di gusci, pezzi frantumati di parole, golem di ricordi. Cerca il mosaico in quell’ammasso di residui distorti. Senti il rimbombo dei tuoi passi che viaggiano sulle pareti molli del tuo ego ventriloquo. Poi fermati e comincia l’espianto. Cava il bolo indigesto, libera dal nodo faringeo ciò che è rimasto incastrato, coagula i liquidi triturati.
Butta tutto sulla pagina ed imbratta il suo bianco.

Vedi, i denti crescono ai margini del foglio. Vogliosi, instancabili.

Hanno fame di masticazioni. Le lavorano tutte, quelle abissali e quelle di superficie. Ne fanno impasto unico da stirare di riga in riga. La deglutizione scorre nell’interlinea come legatura nascosta.
Ora ti puoi guardare fino al punto che chiude la vita. A bocca chiusa.

SIPARIO

Guia, Mattia, Guido, Elina, (- -) rimangono dietro le quinte. Muti.
In scena, sul palco, un grande velo, sbrecciato ai lati, pende su un tavolo di legno povero. A terra parole in resina ammassate.
La scrittura si è compiuta.
Si può brindare.
Dall’alto scendono bicchieri opachi.
Dedicati al pubblico.
Tutti da masticare.

Illustrazione di Tomasz Woźniakowski
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