Una cosa puramente accidentale | Alessandro Pestarino

La donna è un oggetto.
Siede su un altro oggetto.
È così per tutto il salone multicolore. File sterminate di oggetti su oggetti; panoplie che fanno sudare gli occhi.
E gli oggetti si fotografano, si toccano, si desiderano, si distruggono. Ma non si amano.
Si tratta di una struttura complessa, un non-concetto schiacciato dal peso dell’istinto. A guardarsi attorno dopo un po’ vengono le vertigini. Tutte quelle persone, affluenti di un fiume che non esiste, si muovono con la stessa lentezza del grasso che cola.

Lei ha smesso da un pezzo di guardare i corpi. I suoi occhi vuoti si specchiano negli obbiettivi lucidi e nelle carrozzerie rosseggianti. Si sta chiedendo da parecchio se il cuore batta ancora perché lei ha smesso di sentirlo. Ma di certo batte ancora. Tutte quelle mani che la toccano e la strizzano si sarebbero certamente accorte di una variazione così radicale nella qualità dell’oggetto desiderato.

Vorrebbe vedere qualcos’altro, ma non riesce a decidersi. Il frigorifero strilla; lo ha lasciato di nuovo aperto, cazzo!
Sostrati di idee. Quando li hai rotti senti ancora l’eco delle martellate.
Il mal di testa ti salva da molte cose. Nessuno ti può dire se lo hai davvero o stai mentendo. Stavolta lei ne ha giusto un filo, ma tanto basta per sollevarla dal senso di colpa ed evitarsi con eleganza una cena fuori con i suoi.

La donna è un oggetto.
Non gliel’ha mai detto nessuno, ma lei se lo sente dentro. Quelle centinaia di mani che sono affondate nella sua pelle gliel’hanno tatuato fin dentro le ossa. E le parole scorrono, infiltrazioni tra le crepe del corpo, fino a ristagnare nella sua bocca.
Il divano s’è fatto gobbo; il mezzero spiegazzato che i suoi piedi scalzi cercano invano di stendere.
La donna è un oggetto.
Una scarica elettrica la fa scattare in piedi. Ha bisogno di bere, ma l’acqua placa solo la sete.
Il frigo agonizza ancora con lamenti stentati, e il succo fragola e cocco le tracima dalle labbra macchiandola fino agli slip.

Ha bisogno di lavarsi, ma l’acqua lava via solo lo sporco. Sente che la pelle si indurisce sotto il raspare della spugna. Il sapone scivola via in tante bolle che non riescono a penetrare tra i pori.

Tra quelle mura non si riconosce più. Sono una lampada? Oppure un vaso? Anzi, aspetta… l’aspirapolvere!
Gli oggetti non si pettinano.
Con orrore scaglia la spazzola per terra e fissa la sua immagine riflessa allo specchio. Gli occhi galleggiano e se apre troppo la bocca rischia di strappare l’imballaggio.
Di notte la città è ancora più febbrile. Un attacco epilettico di macchine e moto che zigzagano senza una meta.
Lei cammina svelta in cerca di un bar dove possa essere sicura di non conoscere nessuno. Ma le fanno male le gambe così si caccia nel primo locale che fa angolo.
Seduta su uno sgabello cerca il suo riflesso ambrato tra le bottiglie di liquori. Tiene sempre la mano destra nella borsetta dato che non vuole perdere ciò che ha sottratto nello studiolo di papà.
Credeva che sarebbe stata meglio, ma si sbagliava. Quello che prima facevano le mani, ora lo fanno gli occhi. Cornee e retine che scagliano parole unte e taglienti a ogni battito di palpebre. «Culona, labbra da pompini, ti scopo le tette e ti sborro sui piedi…»

Io sono un oggetto.
Si sente più rigida e sta per affogare il saporaccio tornato alla ribalta con un cocktail, ma un giovanotto sorridente si frappone tra lei e il barista: – Dimmelo subito: stai aspettando qualcuno, vero?
Lei stringe la mano dentro la borsa e gli fa cenno di sedersi. Il barista accorre e prende le ordinazioni: un Americano per lui e un Margarita per lei. Il ragazzo chiacchiera tanto, ride e gesticola mentre seziona ogni centimetro del corpo che gli sta dinnanzi.
I bicchieri scivolano sul bancone e i due iniziano a bere. Il Margarita non ha alcun sapore e cola giù dall’esofago accumulandosi nello spazio impermeabile alla base del collo, vicino alle viti laterali.
– Dove ti ho già vista?
Lei fa girare l’indice sul bordo salino del bicchiere: – Motorshow.
Il ragazzo fa vibrare un pugno al vento: – Lo avrei detto come seconda opzione!
La ragazza sente che non ha più molto tempo: – Andiamo? – Per poco non le escono i pallini di polistirolo dalla bocca.
Lui cammina veloce, lei fatica a stargli dietro. Casa del ragazzo è più vicina, quindi si va lì.
È un piccolo appartamento, tipico di un fuorisede. C’è odore di surgelati fritti e carta stampata.

Lui la bacia, la tocca e in un attimo il ragazzo è nudo e lei solamente in perizoma. Il letto è sfatto e le lenzuola macchiate di sudore.

– Che cosa sono io?
Il ragazzo la ignora e le afferra le tette.
– CHE COSA SONO IO?!
Lui sgrana gli occhi. Un istante dopo una gomitata di poliuretano gli sfonda il naso gettandolo intontito tra i cuscini. La ragazza si guarda incredula il braccio semi-inerte. Il sangue cade a gocce irregolari sulle lenzuola. Il maschio grugnisce e si lamenta con le mani sul viso. Lei avanza, provocando un cigolio con il gancio della borsetta e torna al letto stringendo un piccolo revolver a sei colpi, solo uno nel tamburo.
Quando il ragazzo torna a vedere il mondo nebuloso attorno a lui, la ragazza sta facendo roteare il tamburo. Vorrebbe dire qualcosa, ma la canna gelida schiacciata contro le sue palle gli mozza ogni parola. Inizia a tremare, l’erezione svanisce.
– Quanti anni hai? – La voce della ragazza ricorda quella del navigatore satellitare. Lui scuote la testa.
 – Quanti anni hai? – Si è inceppata.
Lui balbetta che ha ventuno anni.
La ragazza si blocca ed elabora: “2+1=3.” Preme il grilletto ed esplode l’urlo lacerante del ragazzo, ma la pistola rimane muta. Lei non si arresta un attimo. Il tamburo ruota e di nuovo la canna che affonda nello scroto. Il ragazzo grida: – ASPETTAAA!!!
Il dito scatta e i coglioni si trasformano in un cratere maciullato.
Venti minuti dopo la polizia sfonda la porta. Trovano un uomo castrato che agonizza nel letto sotto lo sguardo vitreo e laconico di una bambola estremamente realistica.

Foto di Maurizio Cattelan & Alessandro Ferrari

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