Facciamo a pezzi | Bruna Cerasa

e di cosa è fatta
questa carne
se non straborda del cuore

Capitolo uno. Anì

Da lontano ti ho vista e ho pronunciato il tuo nome. Anì. Sei così invecchiata.
Hai incitato il cane a correre, e dopo la terza esitazione l’ha fatto; ha corso verso dove io venivo e ho scelto immediatamente con chi parlare. Gli ho cantato una canzone alle orecchie.
Ti ho lasciata spellare con ferocia e mi sono ritratta, come mi viene facile; come viene facile, a te, inciampare.
Sei disordinata. L’ho detto nell’unico modo che conosco: disprezzando. Sei meno anziana senza occhiali. Bella a vederti di fronte al sole, quasi serena. Quasi.

Butti le parole come fossero pensieri, guardi in alto e giri con la lingua, fumi e mascheri l’imbarazzo, ma ti cade il caffè e bestemmi.

Mi aggiro nelle tue cose senza permesso. Mi rifugio tra i libri. Li apro a caso e cerco risposte: il “dono” dice uno; la “vergine”, un altro.
Sono silenziosa e furtiva, come sempre. Mi proteggo. Non irrompo.
Torno da te a intermittenza. Inquieta. Vorrei tu suonassi il pianoforte per farmi sentire calma.
Ti scortico di domande, ti cerco, e dici che cerco me stessa. Hai ragione. E va bene così.


La tua voce cruda, senza emozioni, mi taglia. Raccolgo i pezzetti delle tue frasi e ricompongo. Mi affisso nel farlo. Mi perdo tra i nomi. Sono china sul cane e canto alle sue orecchie una canzone, ancora. Ancora.
Elimina i convenevoli. Elimina la pelle. Vorrei farti parlare e metterti subito a tacere perché Ho capito: Stai in silenzio: Conoscersi, come gli animali.
Mi chiedi di parlarti di me e non lo faccio assolutamente mai. Mi arrampico su una frase e perdo credibilità verso me stessa più che altro.
Emergo a boccate, a mozziconi. Mi siedo sul letto, ti sento vicina camuffare gli spazi.
Penso che non c’è malizia tra noi.
Che esiste tutta la distruzione del mondo tra noi.
Apro e chiudo la porta per far uscire la mia ansia compressa, e il tuo male vomitato mi comprime il petto.
Usciamo. Ho fame, dico mentendo.
Troviamo le pietre. Ne prendo una dipinta e ne confondo i colori. Ancora rimescolo i pensieri come fai tu con le parole. Ci assentiamo.
Ne trovo un’altra e ci scrivo sopra: “Contenevo un fiume, ora mi bagna la pioggia.”
Diluvio internamente e camuffo la pelle impermeabile.

Capitolo due. Ambra

Bianca cammini e asciughi al sole le tue contraddizioni. Sovvertita, “Dove ti sei persa Rivoluzione?” Ambra, indossi l’Ora come una ferita: rosea ti credi, ti concedi e ti fingi già adulta; poi, ti allontani.
La strada non ti spella; la volontà non ti tradisce; il tuo seno è giorno nelle mie mani.
Siamo umani. È questa, la tua sola invocazione.

(AA rientra a casa, si siede e scrive.)

La verità
strappa le lacrime dal ventre.
Le accumula sul labbro e
cola
a
gocce.
Dove accavalli poi le gambe?
La verità non la pronunci, rimane incagliata sul labbro superiore: una lingua che passa ad assaggiare
le parole
che si fanno a denti stretti. La verità
fa mordere le labbra,
denuda, si sussurra nelle orecchie
e schiude tutti i pori.”

Capitolo tre

Niente che divide quanto fragilissime siamo: Urgenza di carne nella carne, urlo attraverso la pelle. Abbraccio. Nostro abbraccio di voci, nostro abbraccio sopra noi. “Ho bisogno di te, amore vecchio ed ingenuo” dicevi “fragile della stessa materia mia che dà voce al vuoto.” Cristallo, materna passione e irruenza custode, mi stringevi così… da essere vicinissime al nodo, nude. Cura del nostro noi-Niente: un  lamento tutto confessato nel silenzio; un singhiozzo animale tra le braccia dorate; odori infantili di gemito. Un pianto.

Nel corpo tuo, nel mio e viceversa, le tue piccole ossa.

Baco di seta, filo terso intorno al cuore, sostanza che germoglia. E finalmente paure schiuse nel passaggio della terra:

Io e te
dalla pancia così strette
a respirare il mostro nostro.

Capitolo quattro

Silenziosa si è arresa la carne, si è fatta amare la pelle. La mente non ha più sollevato richieste, e il suo sbattere di ali forte, senza rumore, come una fiamma soffocata ha consumato e stinto di nero la materia nel suo vetro. Si è fatta poi chiamare donna, fasciata in culle Bambina, accomodata oltre l’esile parete; Ma di cosa è fatta questa carne?
Occhi. Non più di viso, non più di occhi. Occhi come scavo, come pozzi, come mani senza corpo: pugni che afferrano la pioggia. (Trattiene un pesante segreto tessuto di veli. Di cosa è fatta questa rosa carne. Uno stupore che si impregna di sangue, che è sempre stato rimorso).

Capitolo cinque

Come fai a non odiare la pelle? Mi domandò.
Valgono la pena, le tue mani sulle costole. La vita consuma le mie anche portando via sempre qualcosa. L’amore, poi, nei corpi scompare.
La nostra rabbia scambiata dalle palpebre, il tuo sguardo che si fa pazzia. Le mie dita che mordono questa rabbia che sbatte. Vale la pena: è solo pelle nella pelle.
Le carezze sono in fuga. La certezza della terra?
È nel fango.
Degli uomini?
La vita: sotto i palmi.

A “Da quando hai smesso di parlarmi?”
A “Lo so… mi sento strana.”
A “Lasciami finire. Questo lo sappiamo. Piuttosto: da quando hai smesso di parlarmi.”
A “Sono un lenzuolo.”
A “No. Risulterebbe facile dato quanto piangi.”
A “Sei gentile.”
A “Sono onesta e lo sai.”
A “Cosa vuoi dirmi?”
A“Da quando hai smesso di parlarmi?”
A “Parlarti di cosa?
“Lasciami in pace.”
A “Accadrà se non la smetti.”
A “Lo so.”
A “Ma vale la pena che accada.”
A “Cosa dici? Vale la pena che io e te diventiamo niente? E tu vuoi che io ti parli, che io riprenda a parlarti… così?”
(A stinge A.)
A “Si, vale la pena che tu molli la presa.”
A “E poi?”
A “E poi ci lasciamo.”
(A stringe A con più forza.)
A “E poi?”
A “E poi ci lasciamo. (entrambe rimangono in silenzio) Ma non i vincoli di sangue.”
A “Cosa sono i vincoli di sangue?”
A “I lacci sul cuore.”
A “Io non ti ho mai legata.”
A “È accaduto ugualmente.
(Ambra la morde.)
“Non mi odiare.”
A “Come faccio?”
A “Non odiare. Non avere Paura. Sciogli.”
A “Come faccio ad amare la pelle senza il terrore di perdere la stretta?”
A “Ama il cuore…”
Ambra si è sollevata dal corpo, strascicava finalmente la sostanza del cuore; attraversava con coscienza la remissione tutta sconfessata in solitaria: Né alla morte, né al delitto, né dalla carne si scappa.

Illustrazione di dose of design

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