Cristina | Luca Cristiano

Antonio Scurati è in piedi davanti alla porta del Palazzo della Carovana, in piazza dei Cavalieri. Sta fumando una sigaretta. È da solo. È venuto a Pisa per un convegno. L’edificio davanti al quale si trova è una delle sedi della Scuola Normale Superiore. Ha terminato da qualche minuto il suo intervento, non sa se è stato brillante. Si tormenta chiedendosi se chi lo ha ascoltato si è reso conto che lui, Scurati, uno dei pochissimi scrittori italiani in grado di fare soldi e, al tempo stesso, trattare temi filosofici, è un bluff.
Riccardo vede Scurati che fuma, da solo, davanti alla porta. Si avvicina. Gli chiede una sigaretta. Scurati è pallido per il terrore che qualcuno abbia notato che è un mediocre. Ha la nausea. Pensa contemporaneamente di valere poco e che un uomo che valga davvero poco non sarebbe consapevole di valere poco. Si rigira in testa il paradosso, sperando di ricavarne una buona battuta. Perché non ci ha pensato prima? Avrebbe potuto metterlo nel suo intervento. Ai normalisti sarebbe piaciuto. Dove convergono eccellenza e meschinità, quelle iene senza sangue sono a casa. Meglio ancora sarebbe stato affratellarsi del tutto, dirlo apertamente: Io, Scurati, sono come voi. Vivo dove convergono eccellenza e mediocrità.

Sono eccellente perché so che non si può che essere mediocri.

Risatina, approvazione composta, alzatina di sopracciglio del relatore.
Riccardo si avvicina. Scurati lo nota. Riccardo chiede una sigaretta. Scurati ricade nella sua coscienza, come se fino a quel momento il suo corpo astrale fosse stato in un’altra dimensione. È sorpreso dal suo stesso odore. Puzza di terrore sociale, di vecchio con l’influenza. Chiede a Riccardo di ripetere la domanda. Ha sentito tutti i suoni, ma è come se l’italiano non fosse più il suo codice. Eppure, mentre chiede a Riccardo di ripetere – per favore –, sta già tirando fuori un pacchetto di Marlboro morbide, rosse. Il disagio invece non è rosso. Ha un odore giallo, pensa. Si può scrivere questo in un pezzo di narrativa? Suona bene? Se si riesce a impostare il falsetto, forse va bene.
Riccardo allunga la mano sinistra verso la sigaretta. Mentre dice grazie, con la destra spinge nel fianco dello scrittore il bisturi che è riuscito a tenere nascosto nella manica della camicia fino a quel momento. Dall’interno dell’edificio arriva, attutito dalla distanza, il suono di un applauso da fine sessione. La gente si stiracchia e si avvia verso il buffet.
Riccardo mette le chiavi sulla mensola sotto l’attaccapanni a sinistra della porta d’ingresso, richiusa con piacere alle sue spalle. Se le mette da qualsiasi altra parte, poi quando gli servono di nuovo impazzisce, non c’è verso. Forse è un po’ autistico, il dubbio ce l’ha sempre avuto.
Si toglie le scarpe senza slacciarle, le spinge con la punta del piede destro nell’angolo sotto il termosifone vicino alla mensola, infila i piedi nelle ciabatte. Che stanchezza. Ci vogliono, quattro mura. Uno spazio dove la gente non può venirti a vociare nelle orecchie, dove non ti possono dire quando fare cosa, come, che non lo hai fatto bene o che loro lo farebbero in un altro modo.
Ha ancora tremilacinquecento euro sul conto. Non sono tanti, ma bastano a poggiarci sopra il pensiero che ci pensa tra qualche giorno. Non vede l’ora di godersi un po’ di silenzio e solitudine. Solo che, mentre ripiega i jeans e si avvia verso la sedia dalla quale li dovrà riprendere, si ricorda che non è solo per niente. Lascia i jeans sul letto, sapendo che appena li rivedrà sarà innervosito dal fatto che non sono al loro posto.
Cristina è legata alla poltrona da cinque giorni. Quando Riccardo entra nel soggiorno, lei non dice una parola. Lui la saluta. Chiede come va, se le sono piaciute le cose che ha visto in televisione, se ha bisogno di andare in bagno. Dopo ogni domanda resta in silenzio per qualche secondo in attesa di una risposta che non arriva. È normale che lei sia arrabbiata, le dice. Però ha la televisione. Cinquanta pollici. Le fa bene stare un po’ senza cellulare, no?
Prende dal grande tavolo rotondo una spazzola, uno specchio e la boccetta dell’olio districante. Senza dire una parola, comincia a pettinarla. I suoi capelli sono incredibili. Anche se inizia a vedersi un po’ di ricrescita, è ancora bellissima.

Riccardo pensa che non dovrebbe vergognarsi di invecchiare, è una cosa crudele, certo, ma a lei sta andando meglio che a tanti altri. Cristina rimane immobile.

È entrata in quella casa per sua scelta, un mese prima. Pensava di essersi davvero innamorata. Non era da lei. Era sempre stata lucida, si era tolta i suoi sfizi senza fare niente di troppo avventato. Il marito qualcosa sospettava, probabilmente aveva anche lui i suoi modi per distrarsi, il mondo va così. La maggior parte dei suoi ammiratori erano omosessuali della specie più noiosa: stramboidi mammoni rimasti bloccati all’età mentale di undici anni. Per fortuna esisteva un altro mondo, una rete di persone davvero adulte, capaci di garbo e discrezione, ragionevoli e violenti. In questo mondo si entra dal computer. Meglio se da un computer protetto da una password. Non usava il suo vero nome, in chat, perché così era sicura di essere contattata da persone vere, che non le chiedevano di cantare, ma di mettersi in bocca una pallina di gomma, restare stesa sulla pancia con il solo permesso di piangere, legata a un tavolo di legno robusto. Le avevano fatto leccare il latte da una ciotola sul pavimento mentre la frustavano sulla schiena, le avevano applicato dei morsetti ai capezzoli per darle la scossa. Tutto il campionario di latex corde nastri maschere costumi laccetti mollette aghi cinghie guinzagli stanze bianche spoglie manette e mille altre cose che non aveva immaginato era stato dispiegato e messo in opera dagli uomini che l’avevano contattata via internet e, di solito, aveva funzionato perfettamente. Cioè, le aveva cancellato la coscienza trasformandola in una cassa di risonanza per le sensazioni. L’aveva colmata di luce bianca, uccisa, cancellata, vaporizzata e rimessa insieme. Per un po’ si sentiva radicalmente rinnovata, la prima stella di un cielo che è sempre stato vuoto. Sapeva che non era vero, ma era abbastanza sveglia da non sfruculiare troppo l’illusione. Finita l’estasi, finiva tutto e non restava che rimettersi al lavoro per la volta successiva.
Così era andata sempre, ma, dopo le prime chat con Riccardo, si era accorta che stava succedendo qualcosa di diverso da ciò che le capitava di solito: si stava lasciando andare. La corrente elettrica che l’attraversava non andava verso la figura di un torturatore il più possibile anonimo. Dall’altro lato del flusso c’era una persona. Aveva paura di un individuo, non di un’astrazione. Voleva essere costretta a provare piacere proprio e solo da lui. Per dieci giorni di fila, ogni notte, trovò il modo di restare isolata in casa sua – in bagno, in cantina, a volte persino sulla terrazza –, indossare un paio stivali neri che le arrivavano a metà coscia e rimanere, per il resto, nuda, a implorare che il telefono si illuminasse segnalando la chiamata in arrivo. Non le era dato sapere quanto avrebbe dovuto aspettare e se lui avrebbe chiamato. L’unica cosa certa era che, se la telefonata non arrivava entro l’una, per quella notte non sarebbe arrivata affatto.
Alla fine venne meno al rigido codice di regole che si era data e, durante una chiamata da una camera d’albergo in Versilia, le disse chi era davvero e che si trovava lontano da casa per lavoro. Riccardo non diede segno di aver sorriso e non fece trasparire alcuno stupore. Il suo controllo era totale, sembrava freddissimo, lei non capiva neanche se e quando lui aveva un orgasmo durante le conversazioni telefoniche. È questo distacco che cerco, pensava. Il piacere deriva dal dominio e si scatena perché ho l’illusione di essere nelle mani di qualcuno che non prova niente di umano. Se stessi parlando con un vero psicopatico non sarebbe neanche un’illusione. L’idea le esplose dentro polverizzando le sue ultime resistenze. Implorò di poterlo incontrare. Quando e dove voleva lui, senza condizioni, senza le solite garanzie che la cosa non sarebbe degenerata. Se voleva ammazzarla, lei ci stava.

Ora è legata alla poltrona, lui è in piedi dietro le sue spalle. Continua a spazzolarle i capelli.
Riccardo sta dicendo alla nuca di Cristina che negli anni Ottanta, per uno nato nel 1981, la voce di una donna nata nel 1964 poteva diventare molto facilmente la voce di Dio. Questo avviene molto spesso quando un adulto si rivolge direttamente a un bambino, no? È ancora più facile che avvenga se la voce arriva dalla televisione e il bambino sa che la voce appartiene alla stessa persona che canta le sigle dei cartoni animati. I bambini e i ragazzi, spiega Riccardo, guardano gli adulti pensando che gli adulti sappiano qualcosa di decisivo che loro, i bambini, non possono sapere. Gli adulti, insiste, sanno di essere guardati dai ragazzi e dai bambini come i detentori di una struttura di senso per loro, per i bambini, impossibile da comprendere o anche solo da intuire. A loro volta, come se niente fosse, guardano i bambini e i ragazzi sperando più o meno segretamente che i bambini e i ragazzi interrompano la recita collettiva che loro, gli adulti, portano avanti senza conoscerne le ragioni. Ma hanno paura, gli adulti. Vorrebbero ammettere che ne sanno quanto i bambini, però non hanno il coraggio di farlo. Dipendono dal surrogato di onnipotenza che deriva dall’essere ritenuti onnipotenti. Quindi vanno avanti, gli adulti, imitazione degli dèi che non ci sono, cattive imitazioni, oltretutto, cartongesso e plastica spacciati per marmo, e non sospettano nemmeno lontanamente, i ragazzi e i bambini, di sprecare la fede infuocata che hanno in corpo per alimentare con la loro incandescenza un culto idolatra, perché gli adulti non sono nulla, sagome di cartone schierate per sembrare eserciti, giurie, commissioni d’esame, squadre di calcio, sono simulacri di cose che non esistono ma esercitano un potere reale dagli effetti concreti motivato non dal fatto che gli altri adulti ci credono, per niente, in nessun modo, no e poi no, le conseguenze derivano dai comportamenti e i comportamenti sono conformi alla certezza che le sagome siano corpi di carne e sangue, uomini veri e quindi dèi. Questa certezza gli adulti la rubano ai bambini e ai ragazzi perché loro, gli adulti, non ce l’hanno, fanno finta e tu, dice Riccardo, mentre divide in tre mazzetti una ciocca di capelli di Cristina per iniziare a farci una treccia, tu, le dice, sei la regina delle dee fasulle e io me lo ricordo, dice Riccardo, me lo ricordo bene quando mi hai bucato la gola come la vampira che sei per succhiarmi via la luce da dentro, anche se tu non lo sai, che ne puoi sapere, non te lo ricordi, io sono stato uno dei tanti, che te ne frega, non te ne sei nemmeno accorta.
Insiste, Riccardo, e le dice che probabilmente stava guardando Bim bum bam, non ricorda che anno fosse, ma era una delle prime volte che lui, Riccardo, vedeva lei, Cristina, in diretta, ospite in studio, in corpo e figura, non più solo voce celeste disincarnata irraggiungibile ma proprio lei, la ragazza. La ragazza? Per niente! La dea, la donna adulta. Questo è il punto. Cristina, poco più che ventenne, entrando in studio, avrà avuto la vaga consapevolezza di essere una ragazza, ma di fatto non lo era e lo era sempre meno quanto più diceva di esserlo, una ragazza normale, molto fortunata. Dal punto di vista di Riccardo si stava presentando, finalmente, l’occasione di sentirsi spiegare qual è la vera logica del mondo. Perché era proprio questo che qualcuno, probabilmente Bonolis, le stava chiedendo. La domanda poteva essere stata come passi le giornate, chi sei, cosa fai nella vita di tutti i giorni, oppure era stato pronunciato un comando, di’ ai nostri piccoli amici cosa vuoi fare, Cristina D’Avena, nella tua vita, quali sono i tuoi progetti. Conta la risposta, però, perché la risposta squarciò lo schermo e andò a piantarsi nelle vene del collo di Riccardo che credeva di accogliere la salvezza e invece si stava offrendo in sacrificio per gli adulti, per i fasulli. Cristina avrebbe dovuto dire che il suo intento era di mantenere il suo successo a tutti i costi, che si sarebbe impegnata con tutte le sue forze per continuare a sembrare giovane e paralizzare il suo pubblico infantilizzato nell’illusione che ciò che si ricorda si rivive. Se non usciamo da questa trappola, avrebbe dovuto dire, soffriremo di meno. Posso darvi solo un po’ di consolazione.
Invece disse una cosa sconvolgente, rivoluzionaria e falsa. Promise, a se stessa, a Riccardo e agli altri bambini che avrebbe continuato a cantare fino a venticinque anni e poi si sarebbe laureata e avrebbe fatto il medico. Forse disse che ci avrebbe provato o che quello era il suo sogno, non importa quali sono state le parole precise, il senso era chiaro. Impegnatevi a fare il bene, trovate qualcosa che conta davvero e riversate, come sto per fare io, tutta la vostra luce interiore nella cosa conta davvero. Ecco come si fa, aveva pensato Riccardo, si fa come fa lei e io diventerò un veterinario. Ecco cosa pensai, spiega a Cristina mentre richiude la treccia con un fiocco di seta rosa.

Cristina è sempre immobile, non dice niente. Riccardo apre il cassetto che sta sotto la televisione che sta davanti alla poltrona di Cristina e tira fuori il bisturi.

La treccia recisa dalla testa della cantante arriva alla redazione di Studio Aperto due giorni dopo. La lettera che l’accompagna riporta l’indirizzo della casa dell’assassino, le sue generalità e le ragioni dell’omicidio. La redazione discute a lungo sull’eventualità di leggerla durante il telegiornale, ma alla fine decide che non è il caso e si preferisce suggerire l’idea che Cristina sia stata rapita e stuprata. Tutti gli organi di stampa concordano che, in fin dei conti, il solo movente sessuale, oltre a essere narrativamente più plausibile e accattivante, è anche quello vero.
Si ritiene invece molto importante ripetere parecchie volte, soprattutto nei talk pomeridiani, che il cadavere di Cristina è rimasto legato alla poltrona per una settimana, come se Riccardo avesse temuto che potesse scappare o si fosse dimenticato di averla uccisa. Prima che gli agenti lo portassero via, l’uomo aveva spiegato che, certo, non voleva che Cristina scappasse, però, soprattutto, non voleva che mettesse le mani sul telecomando.
Le indagini sull’omicidio di Scurati sono a un punto morto. Se nessuno gli chiede niente, Riccardo non vede perché dovrebbe essere lui a parlarne.


LUCA CRISTIANO è nato il 16/05/1980 a Potenza e vive a Pisa. Scrive su diverse riviste accademiche e militanti. Per l’editore Effigie ha curato con Enrico Macioci Dentro al nero: tredici sguardi su It di Stephen King.  Nel 2016 ha pubblicato per Transeuropa la monografia Crema di vetro: misura e dismisura nei romanzi di Antonio Moresco. Per Prospero Editore ha scritto la raccolta di poesie Brucia la cenere (2017), il volume di racconti La danza delle vergini e delle vedove (2018) e il romanzo L’istrice (2020). Cristina è stato pubblicato nella raccolta 80 voglia di ammazzarti (Alter Ego 2020).

Illustrazione di Miles Aldridge

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