All you can fight

Non si sa bene chi lo abbia scritto, né perché. Sono caratteri neri su un muro beige: LA VITA FA SCHIFO. Ci passano davanti i ragazzi del branco, con la faccia accoltellata dal freddo, gli occhi pieni d’odio e la rabbia che cova, brace sotto la cenere. «Le periferie sono cattive», dicono sul giornale. 

Il nero ha una cuffia scura in testa, gira con la bicicletta e si ferma vicino a un cassonetto. Qualcuno lo guarda storto, passando. Ne sono arrivati tanti negli ultimi mesi. Da dove non si sa. Non si vuole sapere. Prima stavano stipati in fondo a grandi stanze in strutture lontane, a fare non si sa cosa, non si sa perché, dalle parti della Città vecchia o su, nel cuore del Quartiere operaio.

I vecchi, che una volta erano operai e ubriaconi, ma adesso solamente vecchi, si erano lamentati un poco; per la puzza, per qualche schiamazzo, per la bava alla bocca dei tanti uomini davanti alle porte delle case affittate alle puttane. Che venivano da Tirana, da Tblisi, da Bucarest, da Shangai ma soprattutto da Lagos o da qualche paese o città senza nome. Di quelli che non hanno cittadinanza manco nella testa della gente, che non hanno né simboli né vaghi ricordi pubblicitari ai quali aggrapparsi per poter dire che sono una cosa vera e non un luogo inventato. Ma agli uomini di tutte le razze e di tutte le età che erano venuti a trovarle non interessava chi fossero, da dove venissero, che cosa avessero da dire. E ai vecchi neppure. A loro, in realtà, non importava manco della decenza, ma solo della loro immensa solitudine, che riempiva, assordante, le stanze abbruttite di tutti i giorni a venire. 

Canazzo guarda il nero dallo specchietto retrovisore. L’africano armeggia con qualcosa di grosso, fa gesti violenti e ritmici, ginocchioni sul marciapiede mezzo sfasciato. Rombano vicine le moto dei quattordicenni, le impennate, le urla. Una ragazza con gli occhi di gatto sta seduta sullo stipite d’una finestra chiusa, accanto all’H24. Test’i ghiaccio, che siede accanto a Canazzo, la indica:
– Fetta di pacchio, ’mbare, pacchio numero uno… – ma Canazzo sta ancora equilibrando con cura e misura lo sguardo tra lo specchietto retrovisore e la strada, che scorre sotto il ventre della Polo tutta ammaccata. È una strada sporca e merdosa, tutta scassata. 
Inaffidabile, inadatta alle circostanze. Perché tutte le strade portano a Roma, ma questa farebbe volentieri a meno di portarti da qualsiasi parte. E, in fin dei conti, il bar non è troppo lontano, lì ti ci porta sicuro. E tanto dovrebbe bastare. 

Il nero si è alzato, ora. Ha qualcosa dentro a una sacca. In tanti rovistano, sembrano disciplinati in un severo meccanismo che alterna turni e funzioni in maniera utile ed efficiente. Tanto efficiente da parrenaturale, come il sole che va giù e su. Tanto che non ci si presta attenzione, a forza di vederlo diventa normale. Il nero scompare dietro l’angolo, le ruote imboccano un’altra via, ancora più miserabile dell’altra, impegnata in una gara al ribasso verso la mediocrità assoluta, che solo poche strade asfaltate possono dare. Macellata dai tecnici del Comune, lavorata da operai pigri e malpagati, calpestata dalla sfiducia di una cittadinanza indolente. 
– Lassa stari ’i fimmini – fa Canazzo adesso. Test’i ghiaccio risponde con una serie di volgarità ben assortite, ma fa troppo freddo. Troppo freddo per discutere, per dare un ordine ai pensieri. La stufa della macchina è troppo timida e il silenzio sembra comodo come non mai. È un pomeriggio da cani, troppo da cani. Il culo di Canazzo s’incolla al sedile, si fonde col mezzo. Come quando da bambino lo portavano dove non voleva andare. Spesso, di questi tempi, è meglio restarsene in casa. 
Test’i ghiaccio muove le dita sullo schermo del cellulare: – Talé! Questa è quella foto di tipe in costume anche in pieno inverno, che neppure il riscaldamento centralizzato di un milione di “mipiace” può fare bruciare. Test’i ghiaccio non si perde in discorsi fumosi con loro. Lo chiamano così, perché non porta mai la cuffia in inverno, manco sulla neve. Suo padre gli aveva dato il nome di suo nonno, Salvatore, ma in pochi lo chiamano così, forse perché nessuno dei ragazzi del quartiere crede che qualcuno li verrà a salvare o, più semplicemente, perché è un nome del cazzo. Canazzo ha accesso una sigaretta e sbuffa. Il fumo passa per la filazza del finestrino e si perde per la via, i marciapiedi stretti, i lampioni pallidi, l’arancio della sera in cielo. Intanto, la luce della scritta sul bus è più arancione, i fari delle macchine sono quasi bianchi, i negozi chiudono e spengono i neon. Un cane trotta, lontanissimo, in controluce. È un pomeriggio da cani, troppo da cani. Ma oramai è quasi sera. Gli irriducibili si staranno radunando attorno all’H24o alla Stratuzza, per vendere e comprare erba e coca. Poi poker e spaghettata da Peppe Flash. 
A un certo punto, Test’i ghiaccio dice: – Andiamo da ’sto tunisino, ’mbare, che sono due mesi che mi lascia a pagare 50 euru. 

Canazzo ha l’aria stanca, dice che è meglio domani, che quello sta al Palazzuni, che è più merda del nostro quartiere, che ci vuole di avere mangiato prima e vomitato due volte per andarci. 
– ’Spe’, fermati cà…– Test’i ghiaccio indica uno spazio libero per accostare. Freccia a destra, macchina ferma: – Che c’è, Turidduzzu?– Salvatore mostra una delle tante foto: sono due sudamericane, ma non ricorda i nomi. Non c’è nessun nero ad aspettarli al MarraCash o al Palazzuni; quella del debito era una scusa per far muovere il compare. – Chista è spusata, mi pare, ha tre picciriddi… Ma tu con l’altra devi andare… – silenzio – E quella ha lo zito, ma…– Canazzo sta già guardando da un’altra parte. Ne ha abbastanza di questi incontri combinati da Test’i ghiaccio. Poi, però, prima che la conversazione prenda una qualsiasi piega che la possa strappare dalla brodaglia surreale in cui sta annaspando, il telefono squilla: – Pronto…Come?! – Salvatore spalanca gli occhi. Mette giù. Qualcosa è successo, bisogna tornare indietro. E di corsa. 

Ci fanno il pane il padre e i figli. Fu un affare il forno, una ventina d’anni fa. C’erano solo una putìa, un supermercato e un tabacchino. Ma il sindaco aveva assicurato a tutti gli amici che si sarebbe costruito, senza troppe rotture di coglioni. Undici ore era durata la sessione del Consiglio Comunale, a notte fonda, lotto per lotto, per fare passare il Piano Edilizia Economica Popolare.

***

Una manciata di case costruite in mezzo alle masserie, senza acqua, senza luce, senza fogne. E La Manna aveva capito, era stato indirizzato, fece bene, la gente comprò casa. E nessuno faceva il pane da quelle parti, ma in tanti volevano comprarlo. Un’occasione d’oro. Adesso La Manna si pente dei suoi peccati, di essere arrivato fino a quelle strade, dove il tramonto sarà bello, per carità, ma la vita è infame, d’un’infamità sottile e nascosta. Non vale la pena morirci. Specie se ammazzato come un cane. Lui, ’u niuru che gli sta di fronte, è seduto al tavolino e beve un caffè. Tiene una pistola accanto alla tazzina, un’altra l’avrà addosso. Ha i capelli corti e scuri, le vene rosse e gialle che sembrano sul punto di fargli esplodere gli occhi.
– Voglio altra pizza! – urla. La Manna starà immaginando i telegiornali delle otto, la preoccupazione dei parenti, la moglie in lacrime, la figlia fuori che viene a saperlo al telefono, gli sbirri che mandano una ventina di volanti, gli amici che accorrono. Ma c’è solo un freddo bastardo per strada, la gente è a cena, i telegiornali non faranno in tempo, la polizia non sa ancora. E la moglie sta scopando con il compare, come ogni mercoledì sera degli ultimi vent’anni. Quanto alla figlia, sempre che sia sua, è massacrata dal lavoro in una città aliena, dove gente straniera succhia via la sua gioventù in cambio di spicci e favole di successo.
Prima o poi, però, la sbirraglia verrà a sapere. Verranno, anche in tanti. E quel coglione di nero si farà spedire in galera. È per questo che lo ha fatto, di certo. –’Sto bastardo, hai capito? ’Sto pezzo di merda! – sbraita Test’i ghiaccio. Lo hanno visto gli occhi del quartiere e ora chi doveva sapere, sa. Quanto deve ’U Niuru a quelle persone con cui non avrebbe mai dovuto mettersi in affari? – Duemila euro, porco disco… La cosa deve finire bene e deve finire subito. Bisogna farlo ragionare. – O spararici una scupittata prima che arrivano quelli… – fa Canazzo, che un uomo lo ha già ammazzato e spera che questo gli valga una qualche forma di rispetto, che gli si passi il comando delle operazioni. 

Quando aprono la porta, il nero dà le spalle all’ingresso. Si gira lentamente. Le due ragazze che stanno di solito dietro al bancone, adesso sono accucciate in un angolo, a un palmo dalla vetrina delle arancine. La Manna ha quel suo grembiule vecchio, diventato azzurro da che era blu, il naso sporco di farina, gli occhi scavati. Ha lo stesso buffo berretto del figlio piccolo, un ventenne smilzo con gli occhi sfuggenti, che sta accanto al padre con la faccia di chi ha visto un fantasma, pallido quanto la farina. 
– Che dobbiamo fare, Buhari?! – dice minaccioso Test’i ghiaccio, che già lo conosce da un pezzo. Ha la pistola dentro alla tasca del giubbotto, già puntata nella direzione giusta. La faccia lunga e ossuta dell’africano rimane immobile, ammantata dal silenzio spettrale che fagocita la sala. Si sentono solo i neon. 
– Siediti, amico, prendi un caffè con me – risponde Buhari. – Vuoi qualcosa? Offro io.
Salvatore ride, perché tanto a offrire tutto è quel cornuto di La Manna. Allora ride anche lBuhari, con gli occhi vuoti, lo spirito assente, i denti bianchi, le dita usurate da lavori che non hanno nome, l’anello che sembra d’oro e la pietra che sembra preziosa. Test’i ghiaccio afferra una sedia e gli si mette di fronte. Canazzo lo segue, ne imita i gesti e si mette alla sinistra del debitore: – Che c’hai nella testa? Vuoi morire? Lo sai che…– ma i suoi discorsi troppo seri vengono stoppati da Test’i ghiaccio, che alza la mano e gli rivolge il palmo: basta così, lasciamolo parlare questo coglione. Per un attimo, fa freddo anche dentro al forno.
Buhari sorride, inspira ed espira. – Sai che facevo al mio Paese? –  Nessuno risponde.
– Mai nessuno sa – pausa – Mai nessuno chiede. Questo è il problema.
Salvatore sta per chiedergli qualcosa, mentre tiene la mano destra dentro alla tasca del giubbotto, sotto al tavolo. Ma Buhari è più veloce e parla per primo: – Non interessa, questa è la verità. 
Così Canazzo si sente chiamato in causa, vuole riprendere il controllo della situazione, perché il collega non gli fotta il ruolo che aveva destinato a sé, quello del capo: – Che facevi, Buhari? – Quello lo guarda e sospira: – Insegnante di chemistry e biology… Insegnavo a scole. Nessuno è granché impressionato. Poi guarda il figlio di La Manna: – Portami pizza! Quello prende una manciata di fette della pizza al taglio, le mette su un vassoio e, lentamente, glielo porta. Poggia il vassoio sul tavolo, si allontana a passo felpato. Ha il terrore in tutte le vene e le arterie. Buhari mette in bocca la fetta, vorace, poi: – In mio paese gente mangia le osse delle mucche. Quando venuto qui, non aveva denti. Anche io mangiava osse. – Ma poi con gli affari aveva rimediato i soldi. Adesso poteva permettersi di masticare, era questo che voleva dire, perché a volte il crimine paga. 
Buhari ride: – L’oppio ha tanta qualità, sapete? Una qualità di oppio che non senti fame. – Gli interlocutori annuiscono e poi si guardano fra loro. – Lo stomaco si dormenta e non senti più, non senti più niente, no vomito, no pancia piena. – Silenzio – Quando ho arrivato qua, fatto lungo viaggio. Pochi soldi, tutti spesi. Io sempre ho statu bono cristiano, non ho fottuto a nuddu. Travagliato cabanna e dabanna: tu chiedi e tutti lo sanno cu sugnu. Poi capita una cattiva fortuna e ho perso il carico. Via, puff, duemila euro. 

Test’i ghiaccio sembra averne abbastanza, con gli occhi sta là a chiedere il permesso a Canazzo, il quale vorrebbe sfuggirne lo sguardo, non fare l’ammazzatina, che non è ora, che non è il posto adatto. E manco vuole che pure Salvatore si pigli la confidenza che non deve, che non faccia un morto anche lui, che poi si troverebbero alla pari e non è bello. Ma quell’altro, Salvatore, ha già deciso e fa uno strano sorriso. Buhari sembra sempre più lento, nei gesti, nelle parole. Sta dicendo qualcosa sul suo viaggio, sulla famiglia sua, sul villaggio senza nome in un paese senza nome, che siamo tutti figli di Dio, ma che ce lo siamo scordati. Parla ancora, quando la testa gli cade sul piatto, una macchia di sangue si dilata sul pavimento bianco. 
Test’i ghiaccio si alza, non vuole che le scarpe si sporchino. Canazzo si allontana lentamente: – Che cazzo ha mangiato?! – Niente di speciale. Non stava mangiando altro che il solito. Da tre ore. La faccia da cornuto di La Manna è insieme sollevata e allibita: 
– Che di fame ne ho vista, ma come questa mai. Tutto si è mangiato, dalle tre di pomeriggio. Anche per il suo bene glielo dicevo, smettila di mangiare… 

Il corpo di Buhari cade per terra, si sporca del suo stesso sangue, di cacca e vomito, ha delle convulsioni, poi muore. Perché si può voler morire di crapula, quando si è conosciuta solo la fame. 

Fuori dalla vetrina, Canazzo guarda lontano. Sul muro c’è ancora scritto che la vita fa schifo. Le sirene della polizia, lontane. La notte che si è presa i tetti delle case e la forma di tutte le cose conosciute. 

ILLUSTRAZIONE DI spunky zoe

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