Carpe diem

Poesia su ordinazione è ordigno.
Il costruttore di ordigni può produrne molti
(nient’altro procurandosi che stanchezza per il lavoro manuale).
L’oggetto può essere, talvolta, ironico:
l’ordigno lo è sempre.

— P. P. P., Ricerca di lavoro 

Gentile Paride,
È stato un anno difficile e ci teniamo a ringraziarti per aver deciso di effettuare le consegne con noi.
In vista delle prossime festività, ti informiamo che il servizio di delivery per i ristoranti della tua città non sarà attivo il giorno 25 dicembre dalle ore 11:00 alle ore 17:00. Negli altri giorni potrai regolarmente cogliere le opportunità di consegna compatibili con le tue disponibilità compreso il 31 Dicembre e il 1 Gennaio.

Ti auguriamo Buone Feste!

Il nostro Team.

Regolarmente cogliere le opportunità significava mettere in moto una pantomima di dita e di piedi. Pronto a partire, scorri col pollice, spingi i pedali, Parcheggiato al ristorante, scorri col pollice, estrai la chiave, lega la bici, fai uno, due, tre passi, porta scorrevole, igienizza le mani, Ritira l’ordine, urlalo a squarciagola: cinquesettenovedue, ritira la busta, apri il cassone, infila il sacchetto, chiudi il cassone, slega la bici. Pronto a partire, scorri col pollice, spingi i pedali, Parcheggiato dal cliente, scorri col pollice, lega la bici, fai uno, due, tre passi, indice sul citofono, ottimizza i tempi, quindi, scorri col dito, Ordine consegnato, spera che il cliente scenda, scende, apri il cassone, sfila il sacchetto, tendi le mani di un metro, spera nella mancia.

Niente mancia → Usa il tuo algoritmo personale: Quartiere alto + Condizioni meteorologiche sfavorevoli – Mancia = Sputare sul campanello. Occhio alle telecamere, Untore. Pronto a partire…?

Ricevette la mail la mattina di Natale mentre, seduto sul cesso, scorreva il pollice sul viso di una brunetta rachitica con gli occhi sporgenti, nope, di solito non alzava il culo finché non otteneva un match. Sulla bio del profilo aveva scritto “Traveller”. Dopo tutto era vero, non faceva che viaggiare su rotte tracciate tra il calcestruzzo e digitalizzate sullo schermo del suo cellulare. Like. Se gli levaste lo zaino e la divisa sembrerebbe occupato in una deriva psicogeografica perpetua; sì, era proprio un viaggiatore, e poi era sicuro che se avesse scritto “Rider” non avrebbe quagliato. Nope. A dire il vero l’anno non era stato così difficile, almeno rispetto al precedente, il numero di ordini era salito, inversamente proporzionale a quello delle auto in movimento, pertanto era calata la possibilità di essere investito da un vecchio mentre pedalava contromano, nonché il numero di volte in cui doveva sollevare il dito medio in direzione di un cruscotto. Like, Match! Buttò la sigaretta nel cesso e tiro giù l’acqua. Mentre guardava il proprio deposito organico inghiottito in un vortice antiorario fece un bilancio del suo anno difficile: 983 consegne, 143 match. Scoppiò a ridere.

I rider si potrebbero dividere in due macrocategorie, c’è chi si accontenta di svolgere a malavoglia i turni assegnatigli settimanalmente e chi, invece, sta tutto il giorno con gli occhi incollati all’app, nella speranza di ottenere uno “slot” extra. Refresh. I secondi riescono a pagarsi un affitto. Entrambi temono i tempi morti. Lui, per una serie di sfortunati eventi, era entrato a gamba tesa nella seconda categoria. Erano le dieci e un quarto, si accese una sigaretta e cominciò ad osservare con sguardo ebete l’orrendo albero di Natale piazzato nel corridoio. Refresh.

Niente lavoro per le prossime quattro ore. Locali chiusi. Vietati gli assembramenti e gli spostamenti. Fuori fa un freddo cane. Paride sbloccò di nuovo lo schermo del suo smartphone. Contatti. Ettore.
– Ue, Ettore – disse non appena l’amico lo salutò dall’altra parte – Che fai oggi? Vuoi venire a pranzo da me?
– Eh, non posso. Ho le consegne da fare.
– Ma non hai letto la mail? Il servizio è sospeso fino alle 17.00.
– Ah, sì! No, ho letto. Ma c’è un negozio che comunque ha bisogno e mi ha chiesto se posso dare una mano.
– Che negozio? Ti serve aiuto? Io non ho nulla da fare per tutto il pomeriggio.
– Ma no, no. Grazie lo stesso!
– Ector, e che cazzo! Non volevo essere gentile! Ho bisogno di soldi. Dimmi che negozio è, ti prego.
– Eh, ma il fatto è che ho quasi finito!
– Allora vieni a pranzo dopo, no?
– Va bene. Senti, non sto consegnando cibo, ok? È un altro tipo di delivery e non posso includerti.
– Perché?
– Perché è una questione della massima segretezza.
– Addirittura?
– Sfotti, sfotti! Ma tu non hai idea di cosa si sta muovendo in città.
– Sei diventato fattorino per il dark-web?
– Meglio. Sei da solo?
– Sì.
– Sicuro?
– Ettore, che cazzo! Ti ho detto che non mi sente nessuno! Dai, dimmi che fai.
– Poesia.
Paride scoppiò in una risata. – Poesia? – chiese.
Ssst! Sta’ zitto, coglione! Qualcuno potrebbe sentirti!
– Non ti preoccupare, mi sono nascosto nell’armadio per essere più sicuro – disse Paride abbassando la voce.
– Sfotti pure! Ma la cosa si è trasformata in una questione di vita o di morte.
– Sì, vabbè.
– Non dovrei dirti nulla, sto rischiando grosso.
– Immagino…
– Vieni in via Montanaro 16 tra 20 minuti.
– Dai, Ettore. Bastava dirmi che non hai voglia di venire a pranzo.
– Venti minuti.

Alle 11.40 Paride si trovò da solo davanti alla Scimmia in tasca, di Ettore nessuna traccia. Provò a ricontattarlo, prima con qualche messaggio, poi con chiamate insistenti. Nulla.

Al terzo tentativo, Paride abbandonò ogni speranza, e maledicendosi per aver dato ascolto a un deficiente, fece per incamminarsi verso casa, quando un’auto gli si accostò di fianco. Cassandra aveva abbassato il finestrino del passeggero e si era già chinata per poter vedere Paride in faccia e gridargli:
– Sali!
– Ma Ettore?
– L’hanno preso! Non c’è tempo, sbrigati!
Paride era confuso, ma seguì subito le istruzioni.
– Metti questi – gli disse Cassandra e gli passò un paio di occhiali da sole che – Paride capì – non servivano a proteggere gli occhi, ma a completare, insieme alla mascherina che già indossava, un camuffamento più o meno valido.
– Oggi Ettore, ieri Criseide. Che bastardi! – disse Cassandra svoltando a sinistra.
– Chi? E cosa è successo a Ettore? Che dice Criseide? – chiese Paride.
– Ah Ettore non lo so perché non è ancora rispuntato. Ma Criseide è tornata a casa ieri notte, un labbro spaccato, gli occhi neri e la maglia zuppa del sangue che ancora le usciva dal naso. L’hanno massacrata di botte.
Cassandra raccontava senza togliere gli occhi dalla strada, ogni tanto scrutava i passanti sui marciapiedi o buttava uno sguardo nello specchietto retrovisore.
– Elena mi ha chiamato alle 3.00 in lacrime – continuò. – Mi ha detto che lascia. Ha paura e non la biasimo. Solo gli dèi sanno che cosa faranno ad Achille oggi visto che il primo avvertimento non ha funzionato.
– Cassi, aspetta. Di cosa stai parlando? – chiese Paride.
– Non vogliono che distribuiamo poesie, Paride! Stanno tentando di sabotarci in tutti i modi!
– Ma chi?
– Loro, Paride. Loro.
– Quei grandissimi figli di Troia!
– Achei, si dice achei.

Cassandra accostò sul selciato. – Ora ti devo salutare. Ti lascio qui. – Poi aprì la portiera dal lato passeggero. – Abbi cura di te.
Paride scese e si specchiò nel finestrino dell’auto mentre partiva: più che un rider, somigliava a Rorschach di Watchmen
Si voltò verso un grande televisore acceso che trasmetteva una pubblicità dalla vetrina di un negozio di elettrodomestici in Corso Giulio Cesare. Lo spot di una nota marca di giocattoli non faceva altro che ripetere sempre la stessa frase: CARPE DIEM. Paride si stupì di quanto quel dettaglio sembrasse messo lì apposta per proseguire la storia. Quando si dice “i casi della vita.” 

La notizia era presto trapelata tra gli addetti ai lavori e l’azienda aveva dato l’allarme: “Qualcuno in città sta distribuendo pacchi bomba. Ripristineremo quanto prima il servizio di consegna. Nel frattempo, non aprite a nessuno. Ci scusiamo per il disagio”. Non si sapeva se dietro ci fosse un’organizzazione criminale o se questo fosse solo il piano malato di qualche cane sciolto. Paride si tirò la mascherina sopra il naso e si incamminò verso casa: voleva andare fino in fondo e scoprire il colpevole.

Quando fu davanti al portone sentì un fruscio nella tasca della felpa; vi infilò una mano e, sorpreso, ne trasse fuori un pezzo di carta irregolare, piegato a forma di cavallo e strappato lungo i lati. La calligrafia lasciata sul foglio, poi, era frastagliata come i bordi: un gran numero di lettere che componevano parole scritte di fretta e disposte in sette righe. Paride varcò il portone e sperò che il buio dell’androne, accogliendolo, cancellasse tutto, parole comprese. Ma non avvenne; anche in quell’oscurità esse splendevano sulla carta, irregolari eppure decise. Fari nella notte, questo gli sembravano, e continuarono a illuminargli il volto sulle scale e poi in casa, dove si chiuse la porta alle spalle e restò in piedi nel corridoio vuoto. Tentò di alzare lo sguardo, ma quando i suoi occhi divagarono sulle pareti si accorse che non avrebbe voluto guardare altro che il pezzo di carta che Cassandra gli aveva messo in tasca.

D’improvviso sentì che le parole della poesia, isole di lettere ma arcipelaghi di senso, gli avevano fatto penetrare sottopelle un vago senso di euforia, e con questo anche il terrore che quel sentimento fosse sbagliato.

Si vergognò, Paride, ma non della propria incapacità di osservare altro che non fosse la poesia, ma di quel che era stato fino a quella mattina, con i suoi match e la foia di frullare qua e là per accumulare un misero capitale da spendere in modo altrettanto misero.
Caracollò in cucina, assecondando il desiderio di stendersi sul divano e portarsi le gambe al petto e di riempirsi i polmoni di tabacco. Lo fece, ma non abbandonò mai la poesia, a cui il suo sguardo tornava ogni pochi secondi. Ne percepiva il pericolo, come se il tremolio della grafia fosse al contempo bellissimo e dilaniante. Accese la tv. Mise sul canale che mandava un telegiornale ininterrotto; ma non appena la voce del presentatore e degli invitati iniziò a diffondersi nella stanza Paride ebbe un sussulto di terrore.
Quella prosa ininterrotta, fluente ma al contempo monolitica, dove non erano permesse interruzioni né silenzi, dove tutta la realtà veniva avviluppata come in un incendio, avrebbe raggiunto anche lui. Anzi, era già lì. E allora sarebbe finito come Criseide, come Elena ed Ettore, divorato dalla fiamme inarrestabili e costanti, lontano dall’isola di carta che stringeva fra le dita e che, seppur per poco, aveva desiderato di raggiungere concependo quell’impulso come il proprio destino.
Ma nulla muta se è già segnato. Un’isola può non salvare, può non essere mai scoperta. E allora le città bruciano, Troia all’orizzonte prende fuoco dai tetti, e Paride si rannicchiò aspettando l’incendio e pregando che in mezzo alle fiamme, stringendola nel pugno, la poesia si salvasse e rimanesse l’isola che, seppur per poco, lo salvò.

Testo di Simone Kaev, Marta Zanierato, Riccardo Meozzi
Interpolazioni di Davide Galipò
Editing di Leandra Verrilli
Origami di Komatsu Hideo

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