Come fosse sul palco | I Corpi del Culto

Progetto figlio di un sodalizio artistico pluriennale tra Andrea Cavallo, pianista, e Ivan Fassio, poeta, I corpi del culto è il punto di arrivo dell’opera poetica di Fassio, scomparso quest’estate. L’album consta di 26 tracce, metà suonate e metà recitate, e il suo titolo è un richiamo all’ultima raccolta di Ivan, Il culto dei corpi, pubblicata nel 2019, da cui sono stati estratti tutti i testi dell’album, tranne uno.

Il primo brano d’introduzione è un’improvvisazione pianistica di Cavallo che allude a ciò che con Ivan ha fatto dalla sera stessa in cui si sono conosciuti, nel 2015, fino all’ultima volta in cui hanno performato assieme: un lavoro d’istante sul seguirsi, sottolineare e giocare con gli accenti, stimolarsi a vicenda tra parole scritte e musica non scritta, in un puro happening poetico. La decisione maturata di affrontare la forma-disco, per due artisti abituati al palco, ha portato entrambi ad affrontare il proprio lavoro artistico in maniera diversa: per Andrea Cavallo questo è significato, al contrario dei live, comporre per ogni poesia un brano, studiandolo e poi eseguendolo, ma per accompagnare l’ascoltatore nel giusto ambiente ha voluto lasciare all’inizio del disco una traccia di quel che era il suo linguaggio performativo.

Altrettanto, Fassio ha voluto osservare la sfida della parola registrata in un’ottica performativa, tanto quanto le pagine de Il culto dei corpi sono state considerate da lui come opere d’arte visuale a sé stanti, con l’obbligo per l’editore di far stare in una singola pagina ogni componimento, indipendentemente dalla sua lunghezza. Singoli mondi che si aprono e si chiudono in un foglio, che si riflettono nelle singolarità temporali delle tracce vocali de I corpi del culto, nelle quali oltre alla voce compaiono rumori di oggetti quotidiani scelti da Ivan nel momento stesso della registrazione e manipolati durante la lettura a creare un contrappunto, un legame con la realtà, un’uscita violenta dalla linda staticità fuori dal tempo della registrazione in studio per inchiodare in uno spazio-tempo definito il suo agire la parola. L’atto stesso di registrare diventa performance, scavalcando la forma canonica della registrazione per andare a toccare altro: “Sembro uno che legge le poesie”, è stato il commento di Ivan Fassio alla sua prima registrazione, prima che l’idea degli oggetti manipolati lo cogliesse, dando il la alla sperimentazione. Quel che separava le performance di Fassio dalla pura lettura era infatti l’elemento dell’istante reso sacro, sottolineato dalla musica di Cavallo e dalle azioni sul palco di un poeta che, lungi dall’essere e dal fare l’attore, sacrificava al momento la sua peculiarità come parte integrante dell’atto poetico. Ed ecco quindi le bottiglie di plastica manipolate, le pagine del libro scosse o usate come megafono, le sedie sbattute: non rumore di fondo, ma incarnazione della realtà dentro allo spazio sterile dello studio di registrazione.

Il disco prosegue in contrappunti: ad ogni performance di Ivan segue la composizione di Cavallo relativa, nella quale il compositore sfodera tutta l’ampiezza della sua tavolozza di colori per restituire l’immagine ed il tratto del testo precedente, come un postmoderno Musorgskij. Andrea Cavallo, formatosi in conservatorio, ha confluite nelle sue dita le grammatiche di terre musicali molto distanti tra loro, in puro parallelo con l’eclettismo della penna di Fassio, che mescola aulico e moderno, vocabolari tecnici e mistici. Anche dal pianoforte, quindi, escono linguaggi differenti, dal minimalismo ad accenni progressive, da forme pianistiche più canoniche a veri momenti di musica concreta, fino alle sperimentazioni che danno all’elaborazione del suono un ruolo drammaturgico: è questo il caso ad esempio del brano per la poesia La sospensione dell’incredulità, descritto “per due pianoforti, uno in scena ed uno fuori scena” per simulare l’intersecarsi del dialogo tra conscio ed inconscio, o della composizione per cinque pianoforti automatici, tributo all’opera di Conlon Nancarrow.

Nel disco figurano, oltre alle parole di Fassio e alle note di Cavallo, le voci di Davide Bava, poeta, performer e persona dietro a Radiobluenote Records, terreno di sperimentazione tra poesia e suono nel cui studio-casa sono state registrate le tracce vocali di Ivan, e Maria Messina, cantautrice e grande amica di Ivan. Per volontà testamentarie, è stato compito loro registrare le due tracce che Fassio non era ancora riuscito a registrare prima del decesso, per completare la tracklist. La scelta fa irrompere nel piano temporale del disco, incentrato su una performatività legata all’istante, un secondo momento, in cui la parola diventa tributo per un amico che non c’è più. La sensazione viene amplificata dalla scelta dei brani: se Bava affronta infatti una serie di componimenti che ripercorrono la storia dell’umanità intera, in una pioggia di immagini che è la più fitta e prolungata dell’intero disco e che chiarifica con nettezza lo sguardo acuto della penna di Ivan, è ancora più forte il compito affidato alla voce di Maria Messina, con la quale il disco si chiude con una poesia inedita, scritta dopo la pubblicazione de Il culto dei corpi, senza la controparte musicale di Cavallo a seguirla. L’ultima parola è di Ivan pur non essendo sua la voce, e la sua presenza risuona nel vuoto della chiusura, con l’ultimo suo testo edito, come fosse ancora lì: una freccia incastrata al centro del palco, vuoto, segno di una traiettoria mirata, di un messaggio arrivato. Addio, ora che so.

Andavo a trovare l’angolo isolato

Andavo a trovare l’angolo isolato,
L’interstizio tra catena e lucchetto
Per liberarmi dallo spazio più stretto
Che avevo, ahimè, cercato.
Destino bastardo:
Chiedevo perdono,
È domandare perché.
Addio, ora che so,
Da domani non fiume,
Nemmeno le onde e le metafore tutte
Delle correnti, dei getti:
Soltanto la mia dichiarazione
Innocente: che sia attendibile,
Seria. La mia febbre sincera,
Il marchio ancora infuocato
Della notte futura. L’incontrollabile
Fede nel nulla, cielo, stellato:
Preghiera.

i. f.

Testo di Ivan Fassio e voce di Maria Messina
Per gentile concessione di Andrea Cavallo
Tratto da I Corpi del Culto, Raineri Vivaldelli editori, 2020
Grafica di Davide Bava

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