“tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)

(Dalla prefazione al libro Una rottura con lo spazio e con il tempo, di Davide Galipò)

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Una tra le prime poesie di Francesco pubblicate su Neutopia, dal titolo “Verlaine fuori tempo massimo”, recita così: «Dichiaro guerra a tutte le metafisiche poliziesche/ E ai tuoi occhi militari e alle dita socialdemocratiche/ BIANCHE come le pagine dietro i tuoi pensieri;/ Dichiaro guerra alle cosce fritte di pollo/ E, dunque, in ultima analisi,/ Allo Stato borghese».
In quell’occasione, scrissi che «la delazione di Francesco Salmeri da un certo mondo e da un certo modo di fare poesia è, prima di tutto, estetica e, in secondo luogo, ideologica». Continue reading ““tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)”

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Salinika – Poesia e Rivoluzione è Poesia

coverDa decenni il nostro paese è immerso in una rabbiosa reazione ideologica e culturale, abbacinato dalle luci del Grande Spettacolo. La politica produttivistica del neoliberismo ha strangolato nell’isolamento ogni tentativo di deviazione dal pensiero unico mercantile, lasciando ai lavoratori della cultura due possibilità: tagliare i ponti con la realtà o diventare operai dell’industria culturale monopolizzata – i più furbi e fortunati, funzionari.
Poesia e Rivoluzione è Poesia, il nuovo pamphlet di Salinika – Gruppo d’Azione Poetica stampato per le auto-produzioni di Neutopia, è una valida controffensiva all’estetica del tardo imperialismo e ai presupposti del suo sistema di produzione e riproduzione di suoni, immagini e cartastraccia. Di fronte al regno dell’intimismo e del neo-neo-neo-simbolismo, istituzione di individui alienati, la prima poderosa aggressione consiste nella rivendicazione del collettivo come ambito di elaborazione della prassi poetica, l’organizzazione come strumento di lotta ideologica; così l’Io viene proscritto come detentore dei significati del mondo, le sue arroganze tanto più inopportune, quanto più l’estetica decadentista è una maschera che non tiene più. Da questo non può che seguire un’implacabile dichiarazione di guerra al giusto, al vero, all’intero, come ricorda Davide Galipò in Che cos’è per noi l’azione poetica. Se la totalità potrà mai esistere, sarà solo quando, parafrasando Majakovskij, la vita l’avremo cambiata; per il momento, riproporla o rimpiangerla sono atti di criminale complicità.

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Una situazione della poesia contemporanea italiana

“Tu che quiete non avevi,
io che
quiete non conosco”
Samir Galal Mohamed

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Nel turbolento 2016, esce per i tipi di Marcos y Marcos Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano, che si propone di illustrare attraverso «sette giovani autori» le «nuove scuole o tendenze della giovane poesia italiana». La prima impressione che ho avuto è che nell’almanacco curato da Franco Buffoni di nuovo e di giovane ci sia ben poco. Il linguaggio di questi poeti è quello mediatizzato (cioè, in un altro senso, appianato, compresso, miniaturizzato) cui siamo abituati: metriche banali e senza entusiasmi, un intimismo bipartisan e spoliticizzato. In ognuno di questi «sette piccoli libri di poesia» c’è qualche buon testo, ognuno di questi autori sa scrivere, ma il sapore è quello della decadenza, spesso di un decadentismo che è morto e putrefatto e ci viene sfacciatamente riproposto, sottintendendo che di vivi non ce ne sono più. Ciò che è grave o meglio, ci grava sul cuoricino scoppiettante è che questa antologia è abbastanza rappresentativa della maniera odierna di poetare. Perché fare poesia significa anche scegliere da che parte stare nella vita, nella società e nella letteratura. Continue reading “Una situazione della poesia contemporanea italiana”

La vita accade

14389945_10208843170790853_525046052_n“La vita accade dentro di me”, scrive Livio Spanò nella poesia omonima che dà il titolo alla sua silloge. Quarantasette componimenti che sciorinano un discorso poetico che si fa verboso, auto-critico e auto-riflessivo, nella presenza predominante di un io narrante che vede e provvede, che fa a modo suo, che non fa sconti e tutto regola, tutto ridice.
Il poeta e pittore di Agusta conferisce ai suoi versi la stessa sostanza delle pareti di casa o del vivaio dove si va a lavorare la terra – anzi li canta, perché la sua poetica si riallaccia da subito a quell’alfabeto di strade che fa del prendere fiato il suo andare a capo, in una cognizione del verso che nasce «per la voce», per essere letto e scandito verbalmente. Il versante della scrittura è qui teso verso le cose del mondo, non lascia spazio a metafore o correlativi oggettivi: sono le cose stesse a comporre i versi, e sono i versi a restituire concretezza e dignità alle cose di ogni giorno, alle ansie di ogni giorno che, visceralmente, vengono introiettate per poi essere «sputate fuori», in un presente tanto incerto quanto opprimente.
Il «circo degli orrori» di cui Spanò è anfitrione è costellato di frigoriferi vuoti e di bicchieri pieni solo a metà, laddove il cristallo si fa tramite per descrivere la fragilità di un’esistenza precaria, mentre l’anatomia serve a separare gli effetti di un malessere che spesso si fa anche fisico, aspro e proprio per questo, vitale. L’unica certezza è rappresentata dall’arte, che è consapevolmente collocata in un tempo di maniera che deve molto ai poeti maudit, trovando nella sua finitezza la propria forza e bellezza. “Lasciate che sia il tempo/ ad autunnare/ queste celesti interiora/ questo soggetto scarno/ inciso nell’ombra”. Così scrive Spanò, auspicando che il cielo e tutta la metafisica possano «sprodondare», insieme ad un amore univoco e monogamico, ad un lavoro stabile, in una poesia che non si spaventa di chiamare le cose col proprio nome, piuttosto che rinominare le cose del mondo, e che ha nella voce – quella del poeta stesso, così come quella di un adolescente che si possa imbattere nella sua lettura – il suo unico mezzo per farsi verbo e da lì, cominciare ad esistere.

Foto di davide idee