Amore tossico | Simone Biondo

Giravamo distratti in strada
tra le azzurre mattine di vapori alcolici
e pomeriggi evaporati
da lunghe conversazioni inanimate
fino a che Sole non calava
inciampando su di nuvole ingombranti
ai tramonti rosa e sigarette spente,
accese pipe fumanti e intagliati
totem su legni roventi Africani
che annebbiavano e offuscavano
occhi rossi e ultravioletti: gocce
di collirio sulla retina trasparente.

Ridevamo in piazza
alla ricerca di angoli lacrimanti
dove piangere la notte
spaccare le nocche su voliere
piangendo e piangendo ancora
la solitudine di mille facce asfaltate
che ritornavano in piazza ridendo.

Parlavamo ininterrottamente
sotto metoxetamina e salici piangenti
sostando su panchine esauste
e sostenendo esaurienti discorsi
da parco Fellini a parco Fellini
traballando barcollanti
sui marciapiedi ubriachi di una città astemia.

Guardavamo in piedi
i nostri corpi sdraiati sussurrare al cielo
di lasciarci lì
a seguire gli ornamenti dorati
contornare le nuvole deformi
dalle finestre appannate
dei cinque sensi.

Sedevamo sotto portici scolastici
a sedare le nostre ombre
che in buia notte emergevano
dal suolo in cerca di luce propria
trovandola poco dopo nel cortile
illuminato di luce lunare.

Blateravamo di smettere
illusi dalla stupefacenza del momento
smentito col calare dell’acidità
riapparendo in allucinazione degenerativa
nella larga pupilla di pareti oscillanti
e oscenanti immagini di pace aggravata.

Soffrivamo di claustrofobia
pur stando all’aperto
volendo varcare l’ampia chiusura
del mondo circostante
attraverso infinite corse campestri
girando attorno al solito punto.

Finivamo dunque dentro
orribili stanze di appartamenti suburbani
ad aprire quegli spazi aperti
racchiusi dentro quattro mura,
ci chiudevamo dentro ad armadi vuoti
per agorafobia che bussava alla nostra vita
uscendo successivamente
sopra camere arredate al contrario
camminando su soffitti riflessi
ai pavimenti freddi di un inverno muto,
muti ballavamo sotto speed
e battito cardiaco tra una folla
di anime chiassose e sponde
di fiumi strappalacrime senza pianti.

Ci perdevamo negli argini frastagliati
seguendo il bivio dell’infinità
scegliendo strade diverse,
ritrovandoci in prossimità
di monologhi con la natura,
strappandone foglia per foglia
calciando mucchi di follia autunnale…

M’ama non m’ama,
m’ama non m’ama:

i petali di margherite
mantengono costanti l’incertezza
e l’ambiguità del nostro amore tossico.

Testo, voce e opera di Simone Biondo
Chitarra di Jair Ettore Morata

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