#213

 

Quel tavolino che sorreggeva la catena di mani iniziò a vibrare suoni secchi, crepitanti. Il piano incominciava ad alzarsi insieme al volume di gemiti, singhiozzi e lamenti. Era giunto qualcuno: i suoi movimenti strisciavano contro gli indumenti delle persone astanti, rispondendo con versi alle loro domande; seguirono solo fallimenti perché esso non parlava nessuna lingua dei mortali presenti. Non poteva essere un animale perché il suo pianto era lo stesso degli esseri umani. Una donna di scatto lasciò la catena di mani scoppiando in lacrime sul suo giaciglio, soffiando sul gruppo un’aria gelata da ansia e scompiglio: Forse è mio figlio!, – un ululato irruppe il silenzio – non aveva neanche un anno quando mi colse un lampo di cieco delirio, piangeva troppo e l’ho ucciso. Un brivido scosse le ossa del pubblico e un piccolo volto bianco stava comparendo al suo fianco. Era un neonato dal viso sciolto e deformato. La madre aggiunse che gli aveva versato addosso la pentola dell’acqua che bolliva sul fuoco, poi durante il racconto, un uomo, di colpo, si è alzato e con una pistola le ha sparato in testa. La bianca figura del fantasma divenne una fiamma rossa e la seduta ormai finita si spostò in giardino per scavare una fossa.

Glitch-art di Giacomo Carmagnola
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Belva alla finestra

Se vero è che il morto è come il pesce
è ninfa di sciagure la balena all’ora blu
che stringe in una morsa tra le cosce
il marinaio scalzo sul parquet di cenere
e tabacco e questa stanza è un capitolo
di Bibbia incancrenito sotto a un tacco.
Angelica pistola e stretto cappio al collo
si dondola sulle ginocchia, mi diagnostica
la fame del ribelle e invita alla rivolta:
sigaretta numero trecentocinquantatré.

Angelica sorella di vendetta non repressa
si scosta va alla porta e freme di minaccia:
pronostica fibrosi polmonari e una psicosi
(se solo il pianto non facesse suono alcuno
e il fulmine cadesse in questo mio digiuno)
fumo di distanza e di paura quanto basta
in me che sono un angelo mozzato fresco
e mezzo decaduto, son tenuto in piedi dalla
vecchia farsa, dalla malavita, dall’alata biga
che mi porta a rimirar l’estetica, le statue
e tu bloccata immobile accanto al lavello
con una frase errata strattonata in gola
con il sapor di oppiacei sopra al giugulo,
che niente fai se non fissare il nulla, il vuoto
lasciando a me il reale, a me l’ignoto tuo
spiccare il salto, terminare del discorso:
sigaretta numero cinquecentotrentanove.

Un paio di lenzuola verde acido giace
inerme nel coriandolo di bianco madido
e sembra che si odano strillare erinni
nell’esercizio del succhiare di falangi e
falangette e ulne e radio e femorali OH
di gemiti nascosti tra i cuscini:

Nessuno!
Nessuno.
Nessuno.

Belva alla finestra, isterica sigaretta che
consumi in taciturno rimembrare i tuoi
rancori e gesta clericali interscambiabili
se c’è un segreto tacilo, se c’è un mistero
negalo, ricorda ancora la parola sacra
l’ora, se vero è che Vardaman è impazzito
lo dico e lo rinnego anch’io follia vado
mirando e tremo in tale pozza e fango
di disastri pregustati e deboli memorie
ma pure di terribili sgomenti  e storie
se
– negli occhi
– nelle dita
– nei capelli

trovo:

un filo d’oro di pulviscolo di luce d’ombra
di giornate mal trascorse a grufolare tra
automobili sfreccianti e ritrovate frasche
amare dove tu a spogliare me e sovente
accompagnare lingua e denti sulla pelle:
sigaretta numero ottocentoventisette;

pioggia sul parapetto e batteria di gocce
mentre riporti il ritmo dimenando il tempo
e bevi dal mio lago il succo di un rapporto
fedifrago, malato, sciorinami i tuoi versi
Dolly e dimmi come muovere i miei fianchi,
inarcami la schiena tutta sotto i seni e
fatti bestia e fatti agreste e sii ninfetta
belva alla finestra e isterica manolesta che
si insinua che mi insidia nella fitta ressa
del locale, della stazione centrale e musica
signori, musica di vecchi suonatori Jones
e campi incolti nella nebbia, e tu maggese mia
in attesa che io seme sia, io pianta tesa come
corda, come crina, come nuca ossuta china;

io seme sia

io pianta tesa

come

corda

come

crina

come

nuca ossuta china.

ILLUSTRAZIONE DI ANDY MCFLY

 

Come il giovane Luperio

Come il giovane Luperio
biondo germanico tarchiato

amico d’infanzia

amico mio

che ricordava
con orgogliosa nostalgia
il tedio di settembre
la nostra prima vecchiaia
davanti a un televisore

come Psyche
compagna di banco
che studia lingue
e rivede me
fuori dalla provincia
 “fin troppo magro”
e aspetta gli appelli di giugno

tornava dall’Albania
muscolosissimo fra i marines
ritrovato spento e spo(s)sato
Licinio che protegge
le ville dei ricchi
“…almeno uno che ha fatto carriera!”

Ai Sicardi è avanzata con successo
in Bangladesh e sporchi dintorni
l’azienda di famiglia
e adesso nel lusso
digrignati, nel collasso del lusso
ridacchiano sbevazzanti
in una casa meritata
sotto lo sguardo padrone
imprenditorialmente ricco
vedere dalla loro suite imperiale
i passanti  calpestati
in blocchi ceramicizzati
laccati di marmo
con il futuro in vendita,
e chi gli urla contro?

Noi c’avremmo provato,

forse

ma poi
con uno sguardo lontano
sbircia fra i suoi sogni
ancora narcotizzati
Ftide pacata

eccoti!

magra brancolante
sta bene così
distopica e
migrante nell’urbe
nella sua casa palatina
attraccano
fattorini e postini
immediatamente disarmati
nel pomerio allargato
oltre le mura
intacca in
sempre nuove
impressioni;
lei Ftide che vive
con il telefono zeppo
di chiamate
le stesse vecchie
di trent’anni sebbene pochi
pochissimi
in questi rugosi tempi
siano rimasti davvero
così vecchi
da risponderti
sempre

(eccomi)

Opera di Carol Rama

Verso il centro

A Angelica Damiani

Angelica e una lampadina elettrica,
c’è la portafinestra aperta
del balcone a uso comune, sul cortile della Vanchiglietta
e dalla palestra là fuori i karateka fanno
ah! aaah! aaah! ah!
La vecchia Locurato che tira giù i plasticoni (anche i nostri)
assomiglia ad una salamandra
per lo più i plasticoni sono verdi
ma ce ne sono anche a strisce gialle.
La vecchia Locurato, che assomiglia ad una salamandra
li tira giù anche se fa caldo già da maggio.
Che afa, non abbiamo il televisore in casa
e i karateka fanno ah! aaah! aaah! ah!

Il sax di Coltrane si perse nei semi di soffioni
arrivati in città il 27 aprile con il Maestrale,
a dire il vero le rondini erano già arrivate
almeno due settimane prima alle ore 6.16
mi pare fosse Maestrale
ma qua non si capisce da dove vengano i venti.
Ah! aaah! aaah! ah!

Via Cossila rimane a fare la posta ai parcheggi liberi,
al Cinema Fratelli Marx ogni tanto emerge qualche relitto
dall’asfalto e le parole di quello che urla alla moglie cadono
dal parapetto, tra la festa per gli acchiappasogni in divisa
alla fermata del 68 che va verso il centro, le parole
di quello che urla alla moglie che piange limoni
tutta la notte, che afa, non abbiamo il televisore in casa
ma siamo sotto certe albe
mentre si discute nei bar dell’androginia di Torino,
ah! aaah! aaah! ah!
Le albe germinano ma siamo sotto certe albe, sì
oggi ho fumato solo 5 sigarette, tu tre.
Angelica e un lampadina elettrica:
sguardi concentrati
su edifici pubblici come in un film su New York,
abbiamo tracce delle storie ancora per qualche decennio?
Sì, oggi ho fumato solo 5 sigarette, tu tre,
anche il modo di procedere è cambiato,
tutto senza didascalia, i timori riflessi in oblò di cenere,
giriamo in bicicletta, che afa, ti ho portato fino in Via Cuneo,
dove ci sono quei pilastri di cemento delle fabbriche abbandonate.
È impossibile svuotare quel vuoto se non si parte dall’intonaco
dei muri, ma qualcuno è indeciso se le fabbriche
siano meglio abbandonate o meno.
Io non posso saperlo, mi ha chiamato un amico
e mi ha ha detto che aprono un centro commerciale.
Cosa sia meglio –  se la fabbrica o il cento commerciale –
io non posso saperlo, è solo maggio per sapere tutte queste cose,
che afa, chiedilo alla vecchia Locurato, lei ha visto tutto,
anche se tirava giù i plasticoni verdi già prima
che arrivassimo noi in via Cossila, e tirasse giù
anche i nostri.
Ah! aaah! aaah! ah!

Angelica e una lampadina elettrica,
c’è la portafinestra aperta
del balcone a uso comune sul cortile della Vanchiglietta
e dalla palestra di fuori i karateka fanno ah! aaah! aaah! ah!
A fine agosto ci trasferiamo, ci muoviamo verso il centro,
lì l’afa si sente lo stesso, ma non dobbiamo prendere la bici
per andare a farci un giro al parco o andare al fresco
nei negozi ventilati, l’idea del sole che si scansa infastidito
sotto i portici non è male, che afa, chissà come se la passano
i mangiafuoco ai semafori, ogni tanto aspetto di vedere
se gli cade un bastone infuocato e scatta il verde.

Angelica e una lampadina elettrica,
distopie post-punk sfilano al ritmo
del sorriso di robot giapponesi anni ’80

chiedilo alla vecchia Locurato, lei ha visto tutto
anche se tirava giù i plasticoni verdi già prima
che ho perso il lavoro da giornalista,
ma ci trasferiamo verso il centro a fine agosto

da lì via Cuneo è distante, difficile andarci a fare un giro
a vedere le fabbriche crollate
tanto un progetto si prefigge di trasformare il SAI
in un luogo di aggregazione: una piazza coperta sul modello
dell’Espace 104 di Parigi sull’esempio di altre grandi città europee
ah! aaah! aaah! ah!
Una piccola mano fruga in maniera veramente interessante
da dietro i plasticoni
ah! aaah! aaah! ah!
Può bastare una canzone e un po’ di sudore
per vendere tutti questi pomeriggi dal balcone, che afa
la vicina continua a piangere limoni
e me ne sto alzato fino a tardi
pensando cosa fanno i mangiafuoco ai semafori
qualcuno fa poca fatica a dire addio ai relitti
che emergono dal cemento – bisogna girare a destra
e poi, dritto dove ci sono quelle regine
con le teste gelate dal comune senso di vigilanza –
quando è caduta quella fabbrica
ci ha lasciato solo la pelle
e ora è come se tutto fosse escluso sin dall’inizio,
perché anche se non ti affezioni ai luoghi
è sempre meglio che contarli
mentre girano attorno alle caviglie

– no, non sono di qui,
vengo dal vento di quel paese là dietro,
però se gira l’angolo e fa cento metri
troverà degna sepoltura

hai presente quel nostro amico con cui parlavamo tutte le sere?
Ha detto che da qua non si muove, ma almeno
ha il televisore nuovo, noi andiamo verso il centro,
l’afa si sente ma non dobbiamo prendere la bici
per andare a farci un giro al parco o andare al fresco
nei negozi ventilati, l’idea del sole che si scansa infastidito
sotto i portici non è male, quando saluteremo la vecchia Locurato,
che assomiglia ad una salamandra, sarà felice che la gatta
non le scappi più in casa, non dovremo chiamarla e non ci ricorderà
di tirare giù i plasticoni, il nostro è verde, mi piacerebbe averne uno
a strisce gialle.

Opera di Emanuele Longo

Dispnea

Scorre veloce il mercato occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
svolazzano fogli di via verso dove
il verso arriva, prega, il verso latra
nella latrina alla turca occupata
Occupato! Occupato! Occupato!
: TU – TU – TU- TU – TU – TU
risponde la segreteria telefonica;
e tele-fonografo tutte le grazie
se, graziosa, sotto la cassa sgrazi
illumini gli screzi, le pareti, gli anfratti
aspiri la vita, lo sballo, risucchi

[ e succhi

la pioggia da sparo, esplosiva
al mercato coperto di via Fioravanti
a Bologna, che è un bolo di pianti
piange la pista, la tasca, la cassa
NO MONEY: due rose, tre rose
le cose, le case su ruote, le scuse
a serraserrande e sirenenenenene
scavalcheremo la rete,

[ Bologna:

È un bolo di pianti, di mancati santi
spinosi alla gola, processi enzimatici
amilasi – ah, mi lasci? Mi lasci; Blurp.
Radio Alice è una campagna ecologica
per la sospensione di ogni forma
di trasmissione del sapere, Radio Alice
“è una battaglia persa per i porci”

(cit. 100,6 Mhz).

Per ogni tre kili di cibo fai un kilo di carne
e la tagli, la metti a bollire nel sugo; Blurp.
E carne, carne e rossa carne e carne rossa
di partigiano, per ogni tre kili di piombo
fai un kilo di guerra e per ogni kiletto
di sessantottino fai eserciti anarchici
smilzi di uni-versitari verso dove
il verso arriva, prega, il verso strappa
la carta dal cielo del teatro e la mangia.

*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:

Da quanto tempo è che non respiro;
e il corpo è l’ennesimo buco occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
e il foglio è l’ennesimo bianco pisciato
a serrare-le-cosce e l’imenenenenene
e il corpo è l’ennesimo buco bucato
a serra-paure e chimerenerenere

Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
è un bolo di pianti, da quanto tempo
al tempo in cui il tempo non c’è tempo
(Occupato! Occupato! Occupato!)
e ci vuol tempo per il tempo e quanto
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
da quanto tempo è che non respiro;

 

Immagine di Sammy Slabbinck

 

.

John Simplicio

John Simplicio rivolse i suoi occhi
e Simply aperse le labbra
deve morire, così dice
sto-per-morire
come categoria esistenziale

Joey Simplicio piegò il capo
il tavolo era rotondo
il capo fumava da una protuberanza
sto per morire io sono un artista

davvero pretendete che si teorizzi?
teorizzare questo mondo di merda
John Simplicio si vide nudo
poi si rivide nudo come prima

molti anni andarono avanti per strada
altri si fermarono
poi qualcuno scorda sempre le chiavi

il godimento sotto vari aspetti
John Simplicio si rivoltò le pupille
un passante gli diede cinquanta centesimi
e si accorse che non aveva niente da dire

lanciare il cuore oltre l’ostacolo

Joe Simplicio visto che c’era
per un godimento pienodisperato
Simply abbracciò la vita
metro cubo d’aria proprio qui
davanti

si riempì di gioia e di nuovo gli occhi
vedere il nerobianco bianconero
vedere il grigio

Collage di Sammy Slabbinck

Averla

Giardini in mutazione

rose colme di litio

groviglio di domande e tormenti

affetto a ore ai bordi della interstatale.

 

Dio mi ha fatto luce

bere sangue per illuminare

le albe noiose

di occhi omologati all’autodistruzione.

 

L’averla mi ha fatto croce

insieme a mia madre

non riusciva a vedermi

ma fagocitarmi piano piano

ogni giorno.

In copertina, immagine di Sammy Slabbinck

Lasciate solo il granatiere

Sun is shining
fin troppo per le stele infernali di guance porpora
dilatate negli occhi ruvidi di ossigenate astrazioni
di domani e di ieri
da quando sento
le voci ridacchianti di me iena ed elefante in pericolo
quando ieri aspettavo
sibilline parole e piccole giovanili vergogne:
vergogna vergognati, anche quando
le ombre dei tiepidi termosifoni di marzo svaniranno
e sverrai a metà aprile
alla vista di un sangue innocentemente versato per il sesso
ah come stanno i nostri vigili nel blue sunday se il sabato sera
non si so’ parlati più per ore ed ore ed ore ed ore ed ore
ah quand’ora tremanti di febbre pasquale si iniettano convenevoli
piagnucolii di rondinelle tremanti
e nelle grotte nei musei regionali o fra i porticati islamici del castello
della Zisa a Palermo (a 10 minuti da casa di Simone)
con una maglietta sudata intrisa di storia medievale
mi esalto per la vita dei baristi e di chi suona la chitarra
come Bob Dylan
quando ancora in Rilke scovavo piccola la figura estranea di Ines
e ad Ines allestivo mazzi di fiori nel centro notturno di Cracovia
prima dell’ennesima lacerazione nel moonlight
poi lontani dai sigh sigh e dalle croste sanguinose dei fegati
abbiamo pensato a costruire un nuovo mondo con i compagni oggi
morti cantando Guccini e sfiorando i seni delle giovani anarchiche
senza alcuna moderna aspirazione all’oro
a loro il successo di questa top ten di musica anglosassone
che risuona serena al funerale delle 7 di sera prima di cena
quando chiesi qualcosa di estremamente dolce
per far tornare la fame ai parenti, ma vuoti insaziabili invece
rivestono i guardaroba dei contemporanei
ed i piatti di porcellana con affreschi dell’Edipo Re
che vuoti restano anche dopo discussioni generali in piena notte
(until 4 a.m.)
alla stessa ora in cui
una settimana prima vomitai per la totale subordinazione
dell’anima al corpo
di un puer plautino così prevedibile ai copioni dei moderni Molière
o al più sensibile Brecht così presento con nome Gregor Samsa
lo scarafaggio e ridacchio ancora
dopo sedute di psicanalisi on the road da Aversa fino a Roma
con la Rosselli più grunge di un non nostalgico come as you are
di biondi trentenni attempati
e poi silenzi stampa generali dei presidenti più malfamati
della lega calcio
e la loro efficienza nei rapporti interpersonali
esempi fra me e le venete dai sani principi
ancor più di fraterne impressioni di inizio maggio
in cui solo i nervi affaticati e le stampelle ci reggono in piedi
e i qui e là di scorbutici interessi e malumori
rullo compressore della Libellula
conio in meglio un «me ne frego!»
totalizzante dell’esperienza sotto il sole cocente perché
avrei forse parlato sempre di sempre e per sempre
a qualcosa di reale
come un amore una lotta una rivendicazione un appello
verso una nuova poesia una noia quinquennale post-pranzo
ma decaddi ascoltando musica ambiguamente opposta
e confuso dal gingillo ferroso e luminoso giunge
il monito via radio dalla stazione sotterranea:
«lasciate solo il granatiere»

Fotografia di gemma anton

Perché i fiori non hanno governo

Perché i fiori non hanno governo,
mai alle trame del sole obbediranno.
Non li vedremo, quali regni mortali,
subire la luce al tributo dei petali;
né mai porteranno le membra
del mondo, tra gli steli e la terra.
Ignoriamo che la fine del giorno
è perduta nei campi, rivelo.

Perché i fiori non hanno governo,
obbediranno alla pietà della luna:
soli chineranno il capo alla notte
dell’erba, e non avranno dominio.
Che si uniscano il suolo e la pace
alla corte dei gigli! che rendano
allo sterminio petroso una lesa
maestà dall’antico splendore.

Perché i fiori non hanno governo,
offrirò loro il mio canto;
o muto, all’altare dei campi,
li passirò nei precordi del cuore.
Perché non offrono che un colore compiuto
alla tribuna del bello; alla gioia
dell’uomo, né al verso permettono
racchiuderli in pronunce mortali.

Perché i fiori non hanno governo,
periranno gli atlanti dei mondi:
le radici estirperanno miseria
a miseria, e la terra
innalzerà gli obelischi chiamati
coi nomi dei semi, e al principio
sarà un templio di luce
ignara, segreta nell’iride.

Collage di Blick

Svendita totale

VENDESI: Mutande per mutanti
e criptoporni balenanti
__________________

(Ricordi la sera all’Hotel Politecnico
Ricordi la sera Hall Hotel Politecnico 
Ricordi la sera all’Hotel Politecnico?)
– Era pomeriggio. E sollazzavano
i tramvieri in sciopero sbronzi
sulle rotaie del sedici al tramonto,
morte, ti raccontavo fanfole di Maraini
Oh Verdina,  tu t’ appellavi al sacrosanto
vezzo, al cristonato fumo di minore
eccome se rampavi sulle rampe da cavalla
eccome avevi gambe da puledra,

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti
non v’è rimasta traccia.

(Ti odio nel brulicare di immagini
e mi proclamo regina degli apatici);

VENDESI         Le tue trecce recise
AL                    i tuoi occhi già spenti
BAZAR             cristiani non praticanti
DEGLI              e mercanti d’arte sacrileghi
ASTANTI:        ______________________

No, non lo posso patire, il rumore
di porte chiudentisi e l’odore
dei freni sfregantisi, non mi frega
di questo avanzare, a me importa
IL TEMPO DEL PISTONE:
2500 giri/min e viti senza fine
in retro-avanti marc’! Via col gas.
Il futuro non è mai stato così demodé,
se ci pensi in memorie al contrario,
il passato si è fatto visione e Cassandra
finalmente azzeccava le cose da dire
ad un Giano bifronte il cui mezzo è la fine
e il cui intero è perfetta illusione.

VENDESI: Sanguinacci di fate
le sue calze velate
pelli d’alpaca
e tenerissimi suricate
_________________

Se arrivasse poi un giorno un cliente
a comprare le mie controfferte,
le mie ciarle divelte senza vere radici
gliele regalerei, direi – Prendile pure
fatti un sandwich di trecce e mutande
ma, ti prego, poi non riportarmele.
Al best Quality Hotel, Oh Verdina
tu mi aprivi le gambe felina,
e volavano schiaffi, voleranno domani
nelle nostre violenze trovavamo le mani
ed ho scelto di venderti, di rinnegarti
per non centellinare gli istanti,
per non perderti un giorno
nel crampo da vecchio
lascia solo la foto all’hotel Politecnico
in cui non apparivi e non c’eri, riempivi.

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti.
non v’è rimasta traccia.

ANNUNCIO SVENDITA TOTALE
PER TOTALE FALLIMENTO
_________________________

(ho dovuto nasconderti dentro una scatola
per non farti  trovare all’esattore di palle
dell’ufficio dei pre-sentimenti molesti)

I totalitarismi e i totani riuniti tremano
sulle mie furibonde cosce da vichinga
abbaio, abbaio, abbaio, abbaio, abbaio
e non mi abbagliano più i falsi fari,
le torce degli sbirri, le sberle di mamma e papà:
sono grande ormai, non mi prendono più.
Abbasso le serrande, spalanco le gambe
ti offro il mio ventre negozio vacante
scopami tu, mondo ladro e bastardo, ti amo!
Omosessualmente parlando io ti adoro,
non chiedermi il senso, il profondo:

Adios
Addio
A Dio

 

Collage di Sammy Slabbinck