Quasi Noir a Tiburtina

I say that I’m not interested anymore
In feeling bad

(Any Other – Something)

ERA BRILLOSTO, E I TOSPI AGÍLUTI FACEAN GIRELLI NELLA CIVA; TUTTI I PAPRUSSI ERANO MÈLACRI, ED IL TRUGÓN STRINIVA, come al solito.
Carmelo mi ha invitato a bere una birra che c’erano anche Angelo e Giorgio, che non ci si vede mai in questa vita qui che ti costringe a correre in giro da un punto a un altro della città in quaranta minuti, che io ci metto quaranta minuti almeno a decidere se devo andare da una parte, così prendo la metro e poi se decido scendo, se no no; così è più semplice, dico io. Angelo dice: – No, ma che stai a dì.
Allora siamo lì alla birreria che beviamo birre. Una, due, tre, forse un’altra poi però basta, e io ho in mente che è un po’ che voglio scrivere un noir. Ma un noir italiano e Angelo mi dice: – Ma sei matto! L’Italia mica è l’America, ’ste cose le puoi fa’ solo se stai a Miami e ti chiami Willeford.
“Chi cazzo è Willeford poi…?!” Ho detto no, poi ho bevuto un sorso di birra.
Si può fare anche qui un noir. Non esce all’americana, esce all’italiana, lo fai alla Tiburtina, esce bene.

Si può fare anche qui un noir. Non esce all’americana, esce all’italiana, lo fai alla Tiburtina, esce bene.

Fidati. La Tiburtina è un’ottima ambientazione per un noir, dico.
Carmelo annuisce e fa: – Ci sta tutto: i capannoni abbandonati, il fiume, la stazione, il traffico, il caos, le case a casermoni. Tutto.
Giorgio racconta: – Ho visto pure un inseguimento un po’ di tempo fa… la polizia sparava pure.
Si può fare… la location c’è. Gli ambienti pure. Basta che imposti questo personaggio che deve essere un mezzo avanzo di galera.
– Ci sta pure Rebibbia! – rilancia Carmelo.
– E vedi allora che si può fare – mi faccio coraggio. Comincio.
Che io infatti avevo pensato alla storia di questo tipo che in galera non c’era stato, ma aveva fatto degli impicci strani; storie co’ i pezzi di ricambio delle macchine e a un certo punto un amico suo era finito al gabbio, ma non aveva fatto il suo nome e allora Flavio, così si chiama, Flavio – che fa un sacco Tiburtina un nome come Flavio – s’era calmato, altrimenti erano cazzi che ci finiva davvero al fresco e tanti saluti. Però, in qualche modo, il pane te lo devi guadagnare e così era andato a bottega da un barbiere che sta in una di quelle vie laterali della Tiburtina; uno di quei barbieri vecchio stampo che ti fanno la barba per pochi spicci, mica come quelli di adesso che costano un botto e devi prendere pure l’appuntamento, altrimenti niente.
– Come quello di Portonaccio ’ndò vado io – fa Angelo, che adesso mi ascolta.
Però ’sto barbiere, poi, si scopre che non era un barbiere vero.
Proprio per niente.
Faceva il barbiere da quando era un pischello, però s’era rotto il cazzo di lavorare tutto il giorno tutti i giorni per due spicci ed era andato una sera dagli zingari. Cioè lui, il barbiere che si chiama, mettiamo, Mario, era andato dagli zingari per vedere lo Zingaro che era uno di Tagliacozzo che, in realtà, zingaro non era, ma viveva con gli zingari perché gli piaceva un sacco la vita che facevano, ma in realtà – dicevamo – era di Tagliacozzo e si chiamava Macisto.
– Ma che cazzo di nome è Macisto?! – fa Carmelo.
– Si chiamava Macisto perché quando era incinta sua madre guardava tutti quei film di Maciste. – rispondo – Solo che quando il padre era andato a registrarlo col nome di Maciste, non si sa perché era uscito scritto sbagliato: Macisto. E tanto era rimasto.
Ma a Macisto il suo nome piaceva. Era un nome da duro, uno di quei nomi che se solo si accorge che sorridi o stai ridendo ti fa saltare gli incisivi con un gancio. Macisto. E quindi rimani serio, non si scherza.
E a vivere lì a Tiburtina, Macisto si era ingegnato col traffico della droga. La bamba la portavano i corrieri dal Centro e dal Sud America. Arrivavano a Tiburtina col treno per Orte che già si tenevano la pancia e Macisto li prelevava e li portava in un appartamento che aveva alla Città del sole, in via Arduino. Ci portava le puttane e i corrieri in quell’appartamento al terzo piano, panorama stazione Tiburtina, Banca Intesa, i due edifici fusi in uno scontro statico che rifletteva il sole verso il tramonto, accecando quelli che in automobile ritornavano a casa dalla Tiburtina Antica.
Questi corrieri gli portavano la bamba dentro contraccettivi in lattice che ingoiavano per passare i controlli all’aeroporto.

Angelo mi guarda un attimo accigliato: – Ma così è di una banalità sconcertante… sa tutto di già visto e sentito!
Vabbè è vero, in linea di massima sì, ma cazzo, seguitemi. Questo Mario va da Macisto e si mette d’accordo per ritirare una grossa partita di droga all’interno di un grosso corriere, più di 370 chilogrammi di peso, che deve arrivare a Fiumicino aeroporto per questo venerdì. E Mario che sì, vuole svoltare, ma in fondo è vigliacco, manda Flavio che invece la cosa gli intriga parecchio perché in fondo in fondo è – come tutti gli eroi dei noir – un bastardo pieno e fatto con la bastardaggine che gli scorre nelle vene bastarde di gran bastardo cresciuto per la strada. Quindi, Flavio prende la sua auto, una Peugeot Talbot bianco sporco dell’84 col finestrino del passeggero bloccato, per prelevare il corriere internazionale.
E qui viene il bello.
Il corriere, questo corriere di trecentosettantachilogrammi, è un portoricano di nome Enriquez che è venuto in Italia con questo viaggio della speranza da corriere della droga per potersi pagare l’operazione.

Il corriere è un portoricano di nome Enriquez che è venuto in Italia con questo viaggio della speranza da corriere della droga per potersi pagare l’operazione.

– Che operazione? – fa Carmelo.
– Sarà tipo quella del dottor Nowzaradan[1] pe’ dimagrì, il bypass gastrico, come si chiama… – fa Giorgio.
– Ennò! – faccio io, altrimenti è troppo facile.
Qui adesso, tocca inserire un colpo di scena, ma prima deve salire la tensione. Nei racconti noir a questo punto il personaggio anziano deve raccontare qualcosa al più giovane; quindi Mario, davanti al suo negozio di barbiere, recita a Flavio un haiku:

Antico stagno!
La rana vi si tuffa
suono dell’acqua. [2]

Ora, un haiku sono diciassette sillabe – si dice more – suddivise in tre strofe: 5-7-5, ma detto così non vale. Questo haiku, poi, è molto famoso, l’ha scritto uno durante il periodo Edo, un tale Bashō che è molto famoso pure lui.
Mario è un appassionato di poesia giapponese, è pure abbonato a una rivista…L’ombra delle parolequalcosa. Mostra a Flavio un articolo di sei pagine su ’sto cazzo di haiku: – Capite! Sei pagine piene, due fotografie di piante al massimo, per spiegare una roba di diciassette sillabe – dico.
E l’articolo spiega la poesia proprio per bene, il suo significato universale, il fatto che la rana non è proprio una rana, lo stagno non è proprio uno stagno e il tempo, il tempo perché in un haiku l’ultima strofa è una coordinata temporale, il tempo è solo un’eco.
– Quindi la poesia parla a ciascuno di noi – dice Mario riferendosi all’articolo – sul fatto che uno deve trovare il suo posto nel mondo.
Ecco! Sta proprio qui il punto di svolta, Enriquez, il corriere, viene in Italia, rischiando la vita per trovare il suo posto nel mondo.
Come la rana.
Come tutti.

L’operazione che deve affrontare, per la quale occorrono tutti questi soldi è quella di cambio sesso, perché Enriquez si sente una donna, una donna imprigionata nel corpo di un uomo di 370 chilogrammi. E allora ha accettato questo rischiosissimo viaggio da corriere, ha ingurgitato 40 chili di bamba conservata in contraccettivi in lattice e con il carico in pancia, occupando due posti del volo di linea Air France diretto da Medellin Jose Marie Cordova (MDE) a Roma Fiumicino (FCO), 14 ore e 25 minuti, solo una breve sosta a Bogotà senza scendere dall’aeroplano.
14 ore e 25 minuti stretto in due posti di un volo di linea in classe economica.
Enriquez scende dall’aereo che si sente morire.
Già durante il volo la sua pancia, già enorme, era gonfia e dura e ogni tanto sentiva dei rumori terribili e inquietanti provenire dal fondo dello stomaco.
“Per mangiare le ‘capsule’ occorre mischiarle con le banane schiacciate” gli aveva detto un suo amico. Ma Enriquez pensa che ha fatto proprio una cazzata. Con la bamba, con le banane, con tutta la sua vita.
Con tutta la sua vita.

Intanto che Flavio sta ancora cercando parcheggio, Enriquez si fionda nel bagno della zona ritiro bagagli, dove c’è il calcio balilla e dove dei ragazzi stanno giocando, appunto, al biliardino per ingannare l’attesa. Si fermano quando vedono una specie armadio in corsa, vestito con una tuta acetata dell’Atlético Nacional, che entra nelle porte del bagno.
Enriquez morirà lì, incastrato in uno dei piccoli bagni, la tazza che straborda di feci e “capsule”. Una capsula gli si è aperta nello stomaco provocandogli un collasso cardiaco, un’overdose, direbbe qualcuno con conoscenze mediche.
Flavio, giunto al luogo dell’incontro, non trova nessuno e, nel frattempo, l’aeroporto è nel caos. I ragazzi al biliardino, che avevano riso ascoltando il rumore terribile, come di scolo, proveniente dai bagni, a un certo punto, attirati dal silenzio improvviso e dalla chiamata di uno di loro che era andato a pisciare, entrano e scoprono il cadavere.
Cominciano ad arrivare auto della polizia ovunque. Flavio è terrorizzato, fugge, alla guida della sua Talbot.
Flavio e Mario dovranno spiegare allo Zingaro, a Macisto, che non è colpa loro, che è successo un casino. Macisto li ascolta, pare calmo. In realtà ha pure capito che loro non c’entrano proprio un cazzo con questa storia, ma ha bisogno di sfogarsi, di far uscire tutta questa rabbia che gli è montata dentro.
Gli sgherri dello Zingaro prendono Flavio e Mario e li immergono nella colata di cemento delle fondamenta della spiaggia libera vicino al ponte Marconi, Tiberis, mi pare che si chiami.
Un attimo prima di finire completamente immersi, vediamo Flavio che piange e Mario che gli fa: – Vedi, ecco il significato dell’haiku, trovare il proprio posto nel mondo. Tuffarsi nel lago, che poi è il mondo, il rumore dell’acqua che fa splash, l’eco dell’acqua come una coordinata temporale.

Vedi, ecco il significato dell’haiku, trovare il proprio posto nel mondo. Tuffarsi nel lago, che poi è il mondo, il rumore dell’acqua che fa splash.

– Mavvaffanculo va’! – gli risponde Flavio. E sono le ultime sue parole, poi i due affondano completamente.
Dissolvenza in nero.
– Non lo so – dice Angelo – Non ci ho capito niente.
– Sicuro hai dimenticato qualcosa – fa Giorgio.
Gli chiedo che cosa, ma si è fatto tardi.
Usciamo dalla birreria, ERA BRILLOSTO, E I TOSPI AGÍLUTI FACEAN GIRELLI NELLA CIVA; TUTTI I PAPRUSSI ERANO MÈLACRI, ED IL TRUGÓN STRINIVA[3], come al solito.


[1] Il Dottor Nowzaradan è il medico chirurgo protagonista del reality Vite al limite. La sua clinica è situata al 4009 di Bellaire Boulevard a Houston, Texas; mentre gli interventi chirurgici sono eseguiti presso il St. Joseph Medical Center di Houston.

[2] Questa traduzione è di Fosco Maraini. Il componimento poetico in lingua originale è:

Furuike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

In questo componimento Matsuo Bashō descriveva il balzo d’una rana dentro uno stagno. Matsuo Bashō (1644-1694) è stato un poeta giapponese del periodo Edo. Nome originale Matsuo Munefusa, è uno dei massimi maestri giapponesi della poesia haiku. Probabilmente questo è il suo più celebre componimento.

[3] L’autore si sente in dovere di ringraziare Masolino D’Amico per la traduzione dei primi versi di Jabberwocky, tratto da Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll (Orecchio Acerbo Editore, 2012). I versi sono le parole in maiuscolo nel testo, riscritte dall’autore con alcune variazioni rispetto all’originale.

Fotografia di Kyle Thompson

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