Fuori servizio

Compongo il numero, dall’altro lato il cellulare squilla cinque o sei volte.
– Pronto.
– Dino, sono Gabriele.
– Dimmi.
– Sì… la chiamo per…
Conversare è impossibile. Il sottofondo è un frastuono di piatti e bicchieri scaraventati per terra. Immagino quei cocci che si frantumano e si ricompongono, tornando di nuovo al posto loro. Tac, tac, tac.
– Con chi parli? –  gli chiede qualcuno al suo fianco.
– Non lo conosci – risponde.
– Passamelo! – riferendosi a me.
– Mirko, per favore… – sbuffa.
– Dammi qua, cazzo! – gli strappa il cellulare di mano e si rivolge a me: – Ti pare giusto che torno a casa e papo non mi fa trovare il pranzo?
Il mio orecchio destro è in preda a un ronzio metallico del tipo zing zing zing. Non so rispondere. Resto lì fermo a mordermi il labbro di giù. Lo sguardo inchiodato al cactus sul balcone.
– Mirko, basta! – grida, riprendendosi il cellulare.
– Devi scusarmi. Sai, mio figlio ha carattere – mi dice.
La parola carattere di colpo assume un’accezione indecifrabile. “Non si preoccupi” è l’unica frase che riesco a pronunciare.

Circumvallazione esterna.
Ventidue ore prima la sua Hyundai Matrix aveva colpito frontalmente la mia Polo di terza mano. Il paraurti diventò concavo, mentre nubi dello stesso colore del piombo erano pronte a gettare acqua su di noi. Col cuore impaurito scesi dalla macchina. Lui avanzò verso di me rabbioso; gli mancava il pollice. I clacson strombazzavano e i guidatori mandavano bestemmie.
Dino, alla vista del danno, sparò un “porca puttana!” Seguì un dialogo confuso su chi avesse torto o ragione e, dopo qualche affronto malcelato da parte sua, ci scambiammo i numeri di telefono.
– Dopo Natale ripago il danno! Hai la mia parola d’onore.
– Ma…
– Niente ma! –  fa lui.
– La sua macchina non è assicurata! – gli dico.
– Parola di maestro di techendò. Perciò, stai tranquillo – replica lui.
– Ah, è maestro di techendò?
– Mi trovi alla palestra Il Cigno bianco dal lunedì al venerdì.
– Come?!
– Quella in via Artiaco. Non l’ha mai sentita? È famosissima… Ora devo attaccare, Mirko ha bisogno di me.
“Il cigno bianco… Gesù!”

La parola carattere di colpo assume un’accezione indecifrabile. «Non si preoccupi» è l’unica frase che riesco a pronunciare.

Di piante grasse ne è pieno l’appartamento, una passione della mia compagna, Arianna. È convinta che diano un tocco esotico all’ambiente, eppure su di me fanno un effetto diverso. Cactus e Tacitus bellus e Crassula, mostri affamati con denti aguzzi pronti a staccarti un braccio. Quando rientra provo a raccontarle dell’incidente, ma mi risponde con modi distratti: – Ne parliamo a cena amorino… –  fa con la gomma tra i denti. E va in questo modo: decine e decine di selfie, lei e la nuova pianta tutte spine, minuscola creatura d’autentica e rara bruttezza.
Fatico a restare qui. Esco.

Ritorno che fuori è notte.
– Ciao.
– Ciao.
Arianna è seduta sul divano con le gambe incrociate a fare da piano d’appoggio al Mac.
Scorre lenta la home di Facebook finché si concentra su una notizia: trattiene un sorriso tra la meraviglia e l’inquietudine.
Lancio un’occhiata allo schermo e accade l’inverosimile. In tuta da techendò, attorniato da un gruppo di allievi, si destreggia – in movenze che non sarei capace di descrivere nei dettagli – un uomo di statura media, alquanto rotondo. Ha l’aria del pesce palla. Cerco di intravedergli il pollice. Non c’è. Sobbalzo. È proprio lui, Dino.
– Che storia… –  dice sottovoce Arianna.
– Lo conosco!
– Chi?
– Quel tizio nella foto.
– Seee…
– È il tipo dell’incidente!
– A cosa ti riferisci?
– Stamattina. Ricordi? Tentavo di spiegarti… –  mi affanno.
Cerco una via di fuga. Inquadro l’ingresso del balcone e quel maledetto cactus esclude il mio sguardo dal quartiere.
“Perché devo sempre ripetermi, perché?!”
– Ti senti bene?
– Ari, parlami dell’articolo.
– Non capisco… quale incidente?
– Ti spiego dopo.
– Sei pallido.
– Che dice quel cavolo di articolo?
– Stai diventando ostile. Non mi piace.
– Va bene – tiro un sospiro profondo.
– La vuoi una tazza di latte e cioccolato?
– Chi sono? Tuo figlio?!
Non mi rivolgerà la parola per il resto della serata.
Vado in camera da letto.

Mi collego a Facebook alla ricerca della notizia.
“Due dodicenni tengono in ostaggio il Despar di via Trencia. Uno dei baby banditi, Mirko Gallucci, ha fatto irruzione armato di fucile subacqueo, trapano a batteria legato sulla schiena e, attorno alla vita, petardi Cobra 11.”
– Il figlio di Dino?! – penso a voce alta.
“La complice, Ginevra Taddeo, sua compagna di banco, trascina una piccola bombola del gas collegata a cannello lanciafiamme su un carretto Ikea.” “Lei, costume da principessa e scarpe bianche con zeppa. Lui, tuta mimetica e smiley cucito sul berretto.”
“Piuttosto stravaganti” li definisce il giornalista.
Chiudo Facebook.

Il silenzio del quartiere entra in camera. È l’inizio dell’inverno. Esco sul balcone stando attento al cactus; su via Terracina non c’è essere umano, le saracinesche abbassate, le panchine vuote.
Arianna si è rinchiusa nello studio, ci dormirà. Fa così quando litighiamo. Quella stanza piena di libri diventa il suo rifugio. Il letto a due piazze senza di lei sconfina nei meandri della periferia. Una paura leggera s’arrampica fino al diaframma, il respiro retrocede.
“Vuole un figlio da me. Per quale motivo? Farei pena come padre.”
“Perché ti ostini Arianna? Non te l’ho mai chiesto. La tua è presunzione di riuscire a cambiarmi. Ecco cos’è. Devo smetterla con questi pensieri.”

“Uno dei baby banditi, Mirko Gallucci, ha fatto irruzione armato di fucile subacqueo, trapano a batteria legato sulla schiena e, attorno alla vita, petardi Cobra 11.”

Non riesco a dormire. Ritorno su Facebook alla ricerca di aggiornamenti in diretta. Nuove foto compaiono sulla pagina del quotidiano online, perlopiù macchine di carabinieri, mezzi dei vigili del fuoco, un’ambulanza.
“Guardia giurata ferita gravemente.” “L’uomo si trovava al supermercato per comprare delle uova. Ha provato ad affrontare il baby bandito e lui ha reagito con il fucile da sub: l’arpione si è conficcato nella spalla trapassandola. Sulla fronte della giovane guardia, a macchiare uno smack verde fluo stampato sulla guancia probabilmente da Ginevra, è il sangue che scorre da un’incisione: la scritta FUORI SERVIZIO che i due baby banditi hanno procurato all’uomo con un semplice taglierino, prima di spingerlo giù per le scale fino all’entrata del supermercato.”

Mi alzo in piedi, infilo jeans, camicia e giacca, le scarpe sull’uscio della porta. Bevo qualche goccia d’acqua. Ho l’atteggiamento di chi è diretto a un appuntamento senza invito. Non so che fare, ma la smania mi spinge ad andare.
L’auto di Arianna è parcheggiata dopo il campo da basket. Trecento metri verso est. Accelero il passo alla vista di un personaggio poco rassicurante appoggiato al palo della luce. Lancia un’occhiata così terribile che un brrr mi sale lungo tutta la schiena. Col polso della giacca asciugo il parabrezza umido.
Sarò di ritorno prima che Arianna si svegli, il supermercato non dista molto. Lascio le case bianche rettangolari dietro di me, riflesse negli specchietti della Peugeot. Imbocco il tunnel illuminato da luci arancioni, ai suoi lati cumuli di immondizia e chiazze di fango si perdono nella notte. Sbuco su via Trencia, il rettilineo ai piedi di Monte Sant’Angelo. Da queste parti ci venne a vivere mio padre dopo che la mamma lo cacciò di casa. Lei ripeteva sempre “Laggiù le puttane vanno a buon prezzo”; l’aveva trovato a letto con la nipote. Non ebbe il coraggio di chiedere il divorzio. Prese le sue cose e andò via.

Al mio arrivo uomini in divisa vagano in modo confuso tra gruppi di persone avvinghiate alle transenne. Mi faccio largo tra quei corpi, quando una vecchia d’improvviso mi tira a sé: – È impazzito, tale e quale alla mamma. Anastazja del quinto piano… manco un mese fa il marito, Dino, l’ha fatta ricoverare. Scriveva dappertutto VI UCCIDO. VI UCCIDO TUTTI!
– E mica solo questo! – aggiunge un ragazzo, secco e cupo – La notte girava nuda, ubriaca, in mezzo alla strada. Quel bastardo di Dino, il maestro di techendò…
– Cosa ha fatto? – chiedo io interrompendo il suo discorso.
– Insieme ad Alfredo gestisce il giro di puttane della zona. Poca roba, sia chiaro, sono due falliti. Tossiche, minorenni, qualche polacca. Alfredo po’ è il papà di Ginevra. Quell’altra che si è rinchiusa lì dentro con Mirko. Ho il binocolo, vuoi guardare?
Mi gira la testa. In bocca ho il sapore della ruggine. Inchiodo i piedi sull’asfalto e…
– Ciao, ciao, ciao! –  Mirko irrompe cattivissimo dagli altoparlanti.
– Eccolo! – dice la vecchia di prima, avvolgendosi nel suo scialle.
Cala il silenzio.
– Ora devi guardare, ora! – suggerisce con tono fermo il ragazzo secco e cupo.
Avvicino il binocolo agli occhi.
Mirko si prepara a eseguire il suo proclama, stando su una cassetta ribaltata. Non avevo mai visto un volto tanto armonioso e diabolico al tempo stesso. Lo sguardo pieno d’odio, dai lineamenti aggraziati, si perde nella luce dell’alba color rosso bruciato.
Riesco a intravedere Ginevra e qualche ostaggio solo all’attivazione di due fari che illuminano l’intera facciata del supermarket. Lei ha il costume da principessa, lunghi capelli le cadono sul viso di cerone bianco, occhiali bui, il viso spigoloso, inclinato di traverso. Seduta sul banco cassa, sorveglia la fila di ostaggi legati con nastri e fiocchi. Tra le mani, ben impugnato, il cannello lanciafiamme.

Non avevo mai visto un volto tanto armonioso e diabolico al tempo stesso.

– Noto con piacere la presenza del sindaco Gegè Colella – osserva Mirko.
Un faro si scaglia sul primo cittadino. Ha le spalle coperte da una mantella per proteggersi dall’umidità, la pancia grassa appoggiata sulle cosce.
– Cos’è che vuoi? – chiede il sindaco.
Alla domanda, Mirko inizia a ridere e a saltellare.
– Quanto sei un lurido e viscido porco bacucco! – Mirko strilla nell’altoparlante.
Si porta le braccia ai fianchi, poi, con calma scartoccia un mini pandoro Bauli, gli dà tre morsi voraci e getta lo scatolino per aria.
– Lo show non è di vostro gradimento? – rivolgendosi alla folla – E come darvi torto! Voi, genti illustri, siete abituati a ben altro… e io, chi sarei? Un matto!
– Mirko! – la voce di Dino echeggia strozzata.
– Papone!
– Figlio mio!
– Maledetto tafano! Dov’è la tua sgualdrina dell’est?
– Che vai dicendo? – esclama Dino a braccia spalancate.
– Falla finita, trippone. Qui sanno chi sei! Vero? – chiede a noi altri.
Scende dalla cassetta capovolta e siede sul banco cassa vicino a Ginevra. Lei gli sorride complice.
Intanto, un vecchio in smoking, accompagnato da una ragazza, si avvicina a Dino.
Mirko riprende il discorso: – Non c’è magnificenza, miei cari. Nessuna meraviglia su questo finale, né una dolce colonna sonora. Non temete, lo show sta per terminare. Sarà la realtà a punirci! Beāti possidentes! Chi è in possesso del bene è in vantaggio!
Ginevra si appoggia a lui. E i boom bam boom delle forze speciali esplodono insieme ai flash accecanti.
Ho un tremore alle gambe. Il binocolo cade a terra. Dino si piega su se stesso aggrappato al braccio di quel vecchio. Tra il panico generale del formicaio impazzito, qual è ora il parcheggio del supermercato, provo ad avanzare. Una guardia mi bracca. Dietro di me ricompare il ragazzo secco e cupo.
– È lui Alfredo – mi dice.
Mi svincolo dal carabiniere e arrivo davanti al vecchio. Ci guardiamo. “Papà” dico in mente.
Prima Mirko, e dopo Ginevra, vengono trascinati fuori dal supermercato in manette. La gente applaude e fischia all’unisono, qualcuno piange. Arretro, ho conati di vomito e sudo freddo.
“Papà”, ma lui non può sentirmi, né mi ha riconosciuto.
– Ginevra… Mirko.
Il cellulare inizia a squillare: è Arianna.

Fotografia di Philip-Lorca diCorcia

 

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