La pacchia è finita

La pacchia è finita, andate in pace.
Qui giace la vecchia empatia
che tutte le feste si portava via;
è facile essere buoni
con i gommoni degli altri
lo sanno i tanti falsi santi
lo sai anche tu che
l’acqua del vicino è sempre più blu
e il cielo è sempre più bucato.
Remiamo, fratelli,
via dalla terra che non ci ha mai amato
verso la terra che ci odia ma può dirlo di meno
almeno,
fratelli e sorelle,
in tutto questo nero
si vedono le stelle.

Ma la mia pelle così chiara
non ha diritto di parola,
può solo ascoltare e chiedere scusa
e poi ascoltare ancora
e scriverlo nelle avvertenze
che lei non c’entra niente,
poi guardarsi dentro
e capire che mente:
che è figlia del suo mondo
e non capirà mai fino in fondo;
e allora chiedere scusa
e ascoltare ancora.

Ma il nero della morte è uno
e lo conosciamo tutti bene abbastanza
da capire che nessuno
merita un’intera esistenza guardandolo in faccia
nessuno può rinfacciare a qualcuno
l’aver provato a cambiare traccia
quando l’unica canzone che gli suona in testa
da che si ricorda
è il rumore del suo corpo sotto una cinghia,
quando l’unico peso che gli impedisce di essere così leggero
da prendere il volo
è quello dei cadaveri che tiene tra le braccia.
È vero, se guardi bene lo vedi
dietro il suo corpo canuto:
la strada di casa è segnata non da briciole ma da
corpi caduti
come prede di caccia;
ma cacciamoli dal nostro Paese,
che non si sappia che abbiamo paura di guardarli in faccia
che non si dica che siamo razzisti ma
mangiano a nostre spese
che si sappia che neanche noi arriviamo a fine mese.
Gridiamolo a tutti che la minaccia arriva in barca
che non si sappia
che spesso arriva a piedi o in taxi o in giacca e cravatta
sono loro i colpevoli
colpevoli di non essere
esattamente entusiasti nel patire la fame
colpevoli di non essere
morti in mare
ma con quale cuore possiamo pensare
che il nostro dolore
abbia un colore
diverso
con quale cuore
ci pensiamo al centro dell’universo
e il resto scenografia
che già che ci siamo, si potrebbe fare un pochetto più chiara?
Non siamo razzisti,
ma tutto quel nero ricorda la morte
non siamo razzisti,
ma vien prima la NOSTRA morte
prima gli Italiani, come un cazzo di gioco di ruolo
– la parte dell’essere umano decente era finita
e quella dell’oppressore ci viene così bene, anni di esperienza –
non siamo razzisti,
ma stiamo meglio senza
e non siamo razzisti,
è propaganda:
i figli non erano davvero in gabbia.

Da dove viene tutta questa rabbia?
Da dove lo prendete tutto quell’odio?
E chi vi ha convinto che fosse per loro?
Chi è che lo vende, dall’alto di Monte Citorio
con etichette con scritto “capro espiatorio”?
Non vedete che mente?
Non sapete più leggere altro se non il vostro nome
e siccome
non vedete oltre i confini dei vostri corpi
chiudiamo gli occhi, chiudiamo le porte, chiudiamo i porti
e che importa fuori chi lasci
se non saprai mai il suo nome
se non vedrai di notte quali lacrime piange
quali nomi chiama,
quali volti accarezza nella mente un’ultima volta
mentre sta morendo.
Concludo dicendo
complimenti ai voi del passato
che con fatica e sudore – e ciò vi fa onore –
prima di nascere, ancora embrioni,
vi siete scelti il lato giusto del mare.
Coglioni.

La pacchia è finita, andate in pace.

Testo e voce di Martina Cappai Bonanni
Montaggio e sottotitoli di Davide Galipò

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