Il riposo e il ritorno

La ragazzina accosta il piccolo specchio al viso, ma per un istante non vede niente. Per un istante soltanto.

Danilo Kiš

Quando Diego mostrò di dominare l’arte della lettura – decifrò un cartello discriminatorio nei confronti della sua etnia affisso su un balcone, di fronte al suo appartamento – suo nonno gli intimò di seguirlo in cantina. Diego aveva otto anni.
Attraversarono il cortile di fretta. Suo nonno lo tirava per la mano col braccio buono, biascicando in una lingua che Diego riconosceva, ma che non capiva del tutto. Era la lingua delle canzoni che la madre gli cantava prima che morisse. Ancora allora, quando udiva le parole “nodo” – o “fiocco” – e “sposa” – o “alleanza” – reagiva in modo scomposto: si attivava una melancolia che sfociava in pianto, in raptus violenti o in un misto di entrambi. Suo nonno armeggiò a lungo con le chiavi, guardandosi attorno e misurando ogni gesto, prima di riuscire ad aprire il cancello che portava allo scantinato. Diego era emozionato e attese in silenzio. Il mazzo di chiavi del nonno contava 36 esemplari: quando il bambino, tre anni prima, riuscì a contarle tutte, pensò di essere arrivato ai confini del mondo.

Suo nonno armeggiò a lungo con le chiavi, guardandosi attorno e misurando ogni gesto, prima di riuscire ad aprire il cancello che portava allo scantinato.

Dopo aver alzato e spostato con una mano sola, impedendo a Diego di toccare gli oggetti stipati in cantina – 21 scatole ripiene di scarpe, lacci, suole di cuoio e di gomma, creme, grassi e unguenti, 3 valigie e un vaso di metallo – il nonno impugnò infine uno scrigno. Riprese a scrutare il mazzo come una palla di vetro, ricurvo per evitare di battere la testa contro il soffitto di legno. Fu Diego allora a indicargli la chiave giusta. Il nonno aprì lo scrigno ed estrasse un libro. Disse: «Prendilo, ma non leggerlo subito. Ti apparterrà dal giorno della mia morte, per ora è ancora legato a me. Prometti».
Diego promise. Suo nonno mormorò una serie incomprensibile ma ben ponderata di suoni. Disse, come pensando ad alta voce: «Non c’è bisogno d’altro, siamo sangue dello stesso sangue».
Diego mantenne la promessa: portò il libro con sé ovunque, nello zaino o nella tasca della giacca di velluto. Operò tuttavia una stima del numero di pagine: 236. Non si discostò di molto dal vero, almeno all’inizio. Diego non avrebbe fatto il calzolaio come il nonno, questo era certo; sua zia ne era pienamente consapevole.

Fu Diego allora a indicargli la chiave giusta. Il nonno aprì lo scrigno ed estrasse un libro.

Una settimana dopo, il nonno morì. Quando il bambino, poche ore dopo il decesso, le chiese di avere in custodia anche il mazzo di chiavi del defunto, lei gli rispose che non era importante.
Vennero soltanto due famiglie a fare le condoglianze, il medico stesso sbrigò la pratica in fretta. «È il tumore al fegato, signora. Suo fratello gli è già sopravvissuto troppo a lungo». Quando la zia gli offrì una fetta di un rustico a base di pesce azzurro e cavolfiore, tipico della sua etnia, il dottore ritrasse le mani per sfuggire al contatto e filò via.
Lo legarono con lo spago a un tavolo di legno di pino, lo coprirono fino al collo con un lenzuolo imbevuto di acquavite; a mezzanotte lo trascinarono sulla sponda del fiume. Diego sentiva, pur non vedendoli, gli sguardi dei vicini sfiorargli le spalle – ogni volta che si voltava indietro, gli sguardi sparivano. Prima di dargli fuoco e spingerlo alla deriva, sua sorella si inginocchiò sul cadavere, sollevò il panno per baciare gli occhi e formulò una preghiera. Diego si limitò a ripetere la chiusa senza capire; la parola che tradizionalmente indicava il riposo e il ritorno gli suonò familiare.

Quella sera la zia fu particolarmente prodiga di attenzioni. Gli cucinò una zuppa di funghi, gli carezzò la nuca e gli permise due dita di vino rosso allungato con acqua. Diego consumò il pasto di fretta. Il vino lo disgustò e poi lo inebriò: quando si mise in piedi ebbe l’impressione che il mondo gli girasse intorno – gli parve di vedere, con la coda dell’occhio, il sorriso di sua zia allungarsi e coprire il suo intero campo visivo. Poggiò una mano sul tavolo e l’ordine tornò a imporsi. Baciò la zia sulla guancia come ogni sera e corse in camera. Il libro era rilegato all’antica, aveva una copertina rigida nera, non riportava titolo. Per prima cosa lo aprì all’ultima pagina, coprì col palmo il corpo del testo e si concentrò sulle cifre. 244. L’accuratezza della sua stima lo rese felice, tuttavia si promise di fare meglio in futuro. Si disse che c’era modo di essere più precisi. La prima frase del libro recitava:
“Il nostro popolo è antico come il mondo”.
Pensò, per la prima volta, la figura dell’origine. Il suo spirito analitico lo spinse in un circolo inestricabile. Si addormentò con un nodo allo stomaco.

La prima frase del libro recitava:
“Il nostro popolo è antico come il mondo”.

All’alba suonarono il campanello. Sua zia, che dormiva al piano terra ed era zoppa al piede destro, impiegò qualche minuto per raggiungere la porta e rimase a lungo a discutere, sull’uscio, con le forze dell’ordine. Diego fu svegliato da un grido della donna nella sua lingua e si affrettò alla porta in pigiama. Aveva il libro tra le mani. Quando la zia lo vide, richiuse l’uscio per un momento e lo fulminò con lo sguardo. Diego corse a nascondere il libro sotto il cuscino.
Era un ordine di sfratto.
«Ma è casa nostra!» obbiettò Diego, sconcertato dall’apparente assenza di logica da parte delle autorità.
«Vogliono costruire un ponte» fece la zia, «scommetto che cacceranno soltanto noi».
Diego si rifugiò nel grembo della vecchia e pianse. Disse: «Se ci fosse ancora il nonno…»
«Ora ci sei tu». Aggiunse: «Non disperare, non è la prima volta. Questa casa è una compensazione da parte della comunità per un delitto che alcuni dei suoi membri hanno compiuto. Ora ritengono il debito estinto, ma tutto ritorna e niente si estingue. Troveremo un altro posto dove stare».
Avevano un mese per andare via. La zia s’industriò perché uno dei vicini – una delle due famiglie che era venuta a dare l’estremo saluto al nonno – li accogliesse per qualche tempo nel loro fienile. Avrebbero avuto un letto, un lavandino e un fornello. Quella mattina, mentre la zia puliva e impacchettava gli averi di famiglia, Diego si rifiutò di andare a scuola. Chiuse le imposte delle finestre, accese la lampada sul comodino e si stese sul letto. Sfilò il libro da sotto il cuscino, lo osservò con curiosità e sospetto – gli sembrava più grosso. Ripeté la stima e la controprova: lo aprì all’ultima pagina, poggiò il palmo sul corpo del testo e lesse la cifra: 252. Fu sconvolto ma non gridò. Si disse che il vino, la sera prima, l’aveva annebbiato. Si promise di ricontrollare a intervalli regolari per esserne certo. Annotò su un quaderno:

252:9=28

Se avesse letto nove pagine al giorno, sarebbe riuscito a finirlo prima di traslocare nel fienile dei vicini. Si immerse nel libro – non si staccò prima di aver terminato il numero di pagine che si era assegnato per quel giorno. Pensò che, leggendo giorno e notte, avrebbe potuto dimezzare la durata della lettura. Le pagine 1-9 (non andò oltre, nonostante l’ultimo capoverso della nona pagina finisse nella decima) raccontavano la prima persecuzione. Si specificava nel libro:
“la prima di cui vi sia notizia”.
2652 anni prima un uomo della sua etnia si recò per la prima volta sulle sponde del fiume in cui Diego e sua zia ora vivevano, come guaritore. La comunità era affetta da pestilenza e il suo avo riuscì a mondarla. Eresse altari senza nome – un altare ogni sette defunti a causa del morbo. Quando si accorse che mancava un defunto per raggiungere il multiplo esatto di sette, risolse di uccidere l’ambasciatore della comunità che lo accoglieva. Una settimana dopo, il morbo era estinto e il suo avo ricevette i più grandi onori, tra cui un vaso di ferro intarsiato d’oro. Quando decise di ripartire, un mese lunare dopo il suo arrivo nei pressi del fiume, le milizie della città gli tesero un’imboscata. Lo attesero all’ingresso del bosco, nascosti tra le siepi; lo sgozzarono; raccolsero il sangue nel vaso, che riconsegnarono, ricolmo del siero, al capo della comunità; diedero fuoco al corpo e lo lanciarono alla deriva nel fiume. Questa, si dice nel libro, fu l’unica pratica che i suoi avi appresero dagli autoctoni, e la ripeterono sempre da allora con ognuno dei propri membri.

Quando Diego scese in salone per pranzo trovò la zia particolarmente energica. Si muoveva tra la cucina e il tavolo con un’agilità e una precisione mai viste prima. Mangiarono un crudo di pesce d’acqua dolce innaffiato di vino bianco, poi la zia si congedò.
Diego tornò in camera. Inebriato dal vino, dimenticò di verificare la taglia del libro. Apprese, nella seconda persecuzione, che l’appartenenza alla sua etnia si trasmette unicamente per parte di madre. Quando i suoi avi tornarono sulla sponda del fiume, la comunità autoctona sterminò tutti i maschi ritenendo, a torto, di aver estirpato il seme del suo popolo dal mondo.
L’urlo inconfondibile della zia interruppe la lettura. Sbirciando dalla finestra Diego si accorse di un assembramento per strada. Posò il libro sotto il cuscino, raccolse un coltello in salone e corse fuori.
Vide un cerchio folto di persone. Si fece spazio a spallate, sgusciò tra le gambe degli adulti e ne raggiunse il centro. L’uomo che gli aveva offerto ospitalità, Jeremias, era legato a una sedia e la zia, nuda, gli stava di fronte, tenuta per le spalle da due uomini. Un autoctono sfilò i pantaloni a Jeremias e la zia si abbassò su di lui per prendergli il pene tra le mani. Diego non comprese la natura dell’umiliazione, la zia gli parve ringiovanita e bella. Brandì il coltello correndo e colpì Jeremias sotto la guancia, poi all’altezza dell’orecchio. Tre autoctoni gli piombarono addosso, lo colpirono in faccia per calmarlo, gettarono via il coltello nel fiume. Decisero di non ucciderli ma di bandirli, di nuovo, per sempre. Gli diedero tempo fino all’alba per andare via.
Rientrati in casa la zia, nuda e imbrattata di sangue, lo abbracciò. Si lavarono insieme. La zia prese tra le mani il pene infantile di Diego, lo agitò leggermente – vide il glande ingrossarsi appena, lo accarezzò e lo lasciò andare. Diede un bacio sulla fronte del bimbo e disse, nella sua lingua, una frase che Diego interpretò come “è troppo presto”.

Partirono all’alba. Diego aiutò la zia a caricare su un carro gli averi di famiglia. Portarono anche un cesto ripieno di conserve e una damigiana di vino. Si accamparono nel bosco dopo dieci ore di marcia. La zia crollò stremata, distesa in un sacco a pelo ai piedi di un albero. Diego estrasse il libro dallo zaino e lo aprì all’ultima pagina. Prima di controllare la cifra disse senza tentennamenti: 256. Sbagliò di poco. Prese a sfogliare il libro a ritroso e fu colpito da un capitolo, il quart’ultimo, il cui titolo era anche il nome di sua madre.
“Iris sposò un autoctono. Il frutto della loro unione è Diego”.
Diego apprese che la casa in cui aveva abitato fino al giorno prima era una donazione della comunità per compensare la viltà con cui il padre, una notte d’estate, soffocò la moglie, sua madre, con un cuscino. I giudici stabilirono che il padre commise il reato spinto dalla promessa di terzi di saldare ogni suo debito di gioco. Il tribunale non riuscì a risalire ai mandanti e archiviò il caso assegnando alla famiglia di Diego, dell’età di quattro anni all’epoca, un appartamento in un lotto di case popolari in zona fiume. Un ordinamento speciale garantiva alla famiglia di Diego gli stessi diritti degli autoctoni fino all’estinzione del debito. Il libro diceva anche che il padre acconsentì e assistette allo stupro della moglie per parte di terzi, prima di toglierle l’aria.
Diego alzò gli occhi sconvolto e vide, al suo fianco, sua zia distesa. Le si avvicinò per sfiorarle la fronte, dove ricordava addensarsi le rughe, e scoprì la sua pelle soffice, liscia. I suoi capelli sembravano colorarsi di rosso rame. Con un gesto la cui preparazione gli sfuggì, le liberò con la destra le gambe dal sacco a pelo e le fu addosso. Sentiva una fitta sconosciuta tirarlo verso il basso. Senza aprire gli occhi, la zia lo indirizzò nella sua vagina con la mano.
Al risveglio trovò la donna intenta a pescare. Si allontanò, si spogliò e si gettò in acqua. Di ritorno all’accampamento, prese di nuovo il libro tra le mani. Ora contava 280 pagine. Tentò di calcolare, intuitivamente, il tempo che avrebbe impiegato a finirlo, considerando il tasso medio di crescita del libro e il suo ritmo di lettura: finì in un paradosso.

Trascorsero tre settimane di grande calma. Pescavano all’alba. Costruirono un riparo per la pioggia con muschio e assi di legno. La sera facevano l’amore distesi accanto al fuoco. La zia, ora appena matura, bellissima, gli spiegò che gli autoctoni li avevano graziati perché pensavano non potessero più riprodursi. Gli disse anche, all’orecchio, che era ancora troppo giovane per fecondarla ma che avrebbe potuto continuare a provarci.
Il penultimo capitolo del libro si chiamava Hubert, come suo nonno. Notò che l’aumento di pagine aveva interessato soltanto l’ultimo capitolo, mentre quello dedicato alla zia Agata, il terz’ultimo, era rimasto intatto. Capì che il tempo è illusorio, che il suo corso è modificabile ma non privo di conseguenze – comprese, senza riuscire a esprimerlo, che inevitabile è solo l’illusione. Al principio della quarta settimana nel bosco, con la scusa dell’approvvigionamento, agì. Raggiunse la comunità di notte. Osservò i movimenti in piazza: identificò un ragazzo di bell’aspetto, alto e forte come il nonno. Lo seguì fin sotto casa, lo stordì con un colpo del manico del coltello alle tempie e lo caricò sul carro. Gli legò i polsi e le caviglie con lo spago, lo imbavagliò con un panno umido. Ricoprì il corpo con un lenzuolo – nel tragitto, lo colpì alla testa a intervalli regolari. Una volta fuori dall’agglomerato urbano, prese a correre con tutte le forze.
Quando lo vide tornare, Agata gli si fece incontro e lo schiaffeggiò. «Come hai osato abbandonarmi?» urlò, «sei figlio di tuo padre o di tua madre?»
Diego le indicò il carro. Le spiegò che doveva essere fecondata prima che la sua regressione lo impedisse. Aggiunse: «Io non sono ancora in grado», e si sfiorò i testicoli. «Lo sarò forse tra tre anni, ma sarà troppo tardi».
Scaricarono insieme il corpo del giovane dal carro, gli gettarono acqua di fiume sul volto. Era biondo, aveva un principio di barba sul mento. Agata sorrise mentre lo spogliava e lo lavava. Diego osservò quel pene adulto indurirsi e sentì, per la prima volta, il peso del corso degli eventi. Il ragazzo era intontito ma non oppose resistenza: Agata gli si sedette sopra e lui si lasciò avviluppare. Fecero l’amore due volte di notte e una volta all’alba, per sicurezza. Tra l’una e l’altra seduta il ragazzo fu ubriacato e colpito ancora alla testa. Dopo l’ultimo spruzzo, Diego dispose il vaso di ferro intarsiato d’oro a fianco del giovane e lo sgozzò.

Non esistono paradossi, pensò, solo illusioni e calcoli imprecisi.

Nel pomeriggio Diego si mise a indugiare tra gli strumenti del nonno. In un sacco di tela intravide il suo mazzo di chiavi: lo prese tra le mani come assaporandolo, poi lo lasciò cadere. Afferrò il libro e si diresse da Agata. Le disse: «Questo libro apparterrà al frutto del tuo ventre dal momento della mia morte. Non gli permetterai di aprirlo finché non avrà imparato a leggere. Tu che sei la madre, prometti».
Agata scoppiò a piangere. Disse: «Non devi. Possiamo vivere insieme. Non lasciarmi sola». Diego pronunciò la parola che associava al riposo e al ritorno guardando la zia negli occhi. Disse: «Il libro ha cessato di crescere, sono arrivato all’ultima pagina». Non esistono paradossi, pensò, solo illusioni e calcoli imprecisi. Aggiunse: «Spero che sia femmina». Agata promise, Diego le accarezzò la guancia e si stese sul tavolo di legno.
Sentì le fiamme impossessarsi del lenzuolo mentre andava alla deriva, si figurò il picco della curva che la temperatura andava disegnando. Si sorprese a cantare, in una lingua che appena riconosceva, le canzoni della madre. Si tastò i genitali con le dita legate intorno alle cosce – gli sembrò di essere cresciuto, invecchiato di colpo.

Immagine di Vittorio Ciccarelli

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