Il museo dell’inosservanza

Alle 5.00 Torino ancora dorme. Attraversando il centro, i pochi a farti compagnia sono i clochard addormentati fuori dei negozi e i primi tram che nel godersi la strada sgombra bruciano qualche semaforo rosso. In Borgo Dora, Vicolo Canale dei Molassi e Via San Pietro in Vincoli si dilungano in uno stiracchiamento mattutino: i primi tavoli – ancora vuoti – vengono sistemati sulle piazzole, poi alcuni mercanti, con tutta calma, svuotano il bagagliaio dell’auto parcheggiata poco lontana, qualcun altro sistema a terra i teli su cui verrà posata la merce e gli uni e gli altri si salutano, magari solo con un cenno, per non disturbare troppo. È sabato mattina e nell’area dello storico mercato delle pulci, il Balôn, si prepara il Barattolo.

Foto di Alessio Alonne

Da diciotto anni, in questa parte della città i raccoglitori di merci usate integrano il loro reddito con poche decine di euro guadagnati scambiando gli oggetti più insoliti, recuperati dalle cantine o dai box da svuotare, regalati da chi non li voleva più o abbandonati nei cassonetti. Ci sono italiani e stranieri, uomini e donne, da soli o in coppia, per vendere e guadagnare, chi per passione, chi per sbarcare il lunario. A quest’ora si incontrano solo i più mattinieri, ma a breve la zona si riempirà e si scopriranno almeno quattrocento persone. Per ogni venditore ci saranno altrettanti ospiti, se non di più, clienti abituali o nuovi curiosi, e fa quasi impressione pensare a come delle strade tanto piccole possano ospitare una folla simile. Poco lontano, due bar hanno scaldato le brioche e acceso le macchine per il caffè. Ai tavoli c’è chi si rintana dal freddo e scambia due chiacchiere con i colleghi di mercato prima di iniziare, al bancone c’è chi aspetta il proprio turno e il caffè da portare via, per consegnarlo a chi, invece, è rimasto di guardia allo stallo o al presidio accanto al fuoco, quello vicino al lenzuolo bianco con la scritta “Il Balon resiste”. L’obiettivo dell’amministrazione comunale – pienamente guidata da uno spirito riqualificatore e manageriale – è quello di spostare al più presto l’area di Libero Scambio – o Suk, come viene chiamato da qualche anno – in Via Carcano, una remota zona di Torino sulla quale non sono presenti manifeste mire imprenditoriali di attori privati. Da tempo gli abitanti del quartiere e i commercianti della parte legalista del mercato sono contrari all’esistenza del Suk perché lo considerano come il luogo in cui si concentra il malaffare, dove gli scambi che avvengono riguardano merce illegale o rubata, e che il tutto sia privo di gestione e controllo. Così, prima di Natale, la giunta ha deliberato di trasferire l’area di Libero Scambio nel quartiere Vanchiglietta, per andare incontro alle lamentele e garantire una riqualificazione della zona che – entro il 21 Marzo di quest’anno – vuole trasformare il quartiere di Porta Palazzo in un’isola di montaggio per l’industria del «cibo di qualità».

Foto di Alessio Alonne

Ma “Il Balon resiste”. La promessa di vernice nera resta appesa tra i lampioni alle nostre spalle, mentre noi ci scaldiamo accanto al fuoco. Le persone intorno al falò si fanno largo per trovarci un posto: ci sono ragazzi italiani della nostra età, venuti a sostenere gli attori del Barattolo, a cui chiediamo biscotti e sigarette, uomini e donne nigeriane presenti per lo stesso motivo o in attesa dell’alba per iniziare a lavorare, e una signora sulla sessantina, torinese dall’accento, a cui non abbiamo staccato gli occhi di dosso perché affascinati dalla tempra che le ha permesso di scaricare l’auto senza l’aiuto di nessuno. I presenti dicono che gli habitué del Balôn non ci vogliono andare in Via Carcano, ci vanno già la domenica e questo comporta solo svantaggi. Quella in Vanchiglietta non è una zona agevole: i bar o i locali al chiuso dove scaldarsi, prendere un caffè o un panino, o andare in bagno, sono pochi e distanti, le fermate degli autobus sono lontane e non ci sono parcheggi per le auto, così che i venditori devono raggiungere lo spazio adibito al mercato con difficoltà. Ma non è tanto una questione di mancanza di agio: la differente posizione geografica grava sui guadagni di tutto il Suk perché questo, perdendo l’abitudine del fine settimana, vede diramarsi poco a poco l’assidua cerchia di clienti che non sempre accetta di percorrere quella distanza per raggiungere i commercianti-amici.

Prima di Natale, la giunta ha deliberato di trasferire l’area di Libero Scambio nel quartiere Vanchiglietta, per andare incontro alle lamentele e garantire una riqualificazione della zona che – entro il 21 Marzo di quest’anno – vuole trasformare il quartiere di Porta Palazzo in un’isola di montaggio per l’industria del «cibo di qualità».

“L’intento – riconosciuto o meno – è quello di un’omologazione culturale”, ci ha detto Thomas Lussi, un collaboratore dell’Associazione Commercianti del Balon, quando lo abbiamo chiamato qualche giorno fa. “Si sposta una parte della città considerata disagiante pensando di fare il suo bene. Ma così si crea una copertina di Torino sterile e noiosa, a discapito di una complessità – culturale, sociale ed economica – che invece garantisce un colore unico e una sua anima.”
Quello della frammentazione sembra sia un strategia perpetuatosi da trent’anni a questa parte che, con occulta lentezza, ha trasformato, e trasforma tuttora, una particolare identità di Torino.

Foto di Alessio Alonne

“Prima si viveva e lavorava mescolati”, ci ha ricordato Thomas. “C’era un artigiano, poi di fianco un antiquario e subito vicino chi vendeva i tessili. Adesso il Balôn è diverso, è diviso ad aree: vestiti, mobili, artigiani sono organizzati in zone specifiche e la mescolanza è minima. Si è diviso il mercato in settori interni, poi si è diviso per giornate – lasciando il sabato, ma spostando la domenica in Via Carcano – e ora si cerca di impedire la prima giornata del week-end.”
Ai primi accenni di luce, facciamo due passi lungo il mercato per vedere se, come è stato stabilito già per sabato scorso, ci sono stati sequestri o multe, ma tutto sembra svolgersi regolarmente: c’era qualche agente in borghese, ma niente di più. Il mercato procede.

“Prima si viveva e lavorava mescolati”, ci ha ricordato Thomas. “C’era un artigiano, poi di fianco un antiquario e subito vicino chi vendeva i tessili. Adesso il Balôn è diverso, è diviso ad aree: vestiti, mobili, artigiani sono organizzati in zone specifiche e la mescolanza è minima.”


La quantità di materiale recuperato è immensa: vecchie bambole e peluche, tappeti, libri, suppellettili per la cucina, vecchi televisori – funzionanti, assicurano i proprietari – con i rispettivi telecomandi, specchi, borse, sedie, passeggini, cucce per i cani, scarpe – miliardi di scarpe –, ogni cosa riparata e tirata a lucido per essere riutilizzata. C’è di tutto, ma potrebbe esserci molto di più: ogni venditore ha lasciato a casa quasi metà dei propri averi, perché così, se e quando la polizia decidesse di intervenire, porterebbe via solo parte dei mezzi di sostentamento. Ciò potrebbe nuocere al riciclo che è il cuore e il prodotto di questa attività mercantile. Gli operatori che partecipano sono migliaia perché la crisi di questi anni ha enormemente allargato la forbice sociale: c’è una – sempre più – ampia fascia di persone (italiani, romeni, migranti da tutto il mondo richiedenti asilo) che vive sotto la soglia di povertà o che ha bisogno di integrare il proprio reddito con gli introiti dell’attività mercatale. Così i prodotti del mercato si differenziano e l’associazione “Vivi Balon”, insieme ai protagonisti del Suk – collaborando con Humana, Cartesio, e con il progetto Vivi Librun – recupera ogni anno 60/70 tonnellate di tessile annue, 30/40 tonnellate di carta e oltre 700 libri ogni anno, andando ad agire su quelli che, di solito, sono oltre 32.000.000 milioni di rifiuti in Italia. Ridare valore economico e sociale a merci che il consumismo e l’obsolescenza programmata tolgono, è un lavoro legittimo per chi non ne ha uno, per chi ha necessità di stare meglio dal punto di vista economico o per chi, semplicemente, lo fa per piacere. 
È una realtà difficile da capire se non la si vive.

Foto di Alessio Alonne

“Quello dell’ignoranza è un problema”, dice Thomas, “che il Balôn vive da trent’anni. Parlare di riqualificazione e approvare un cambiamento simile è facile per chi non conosce l’essenza quotidiana del posto. Bisognerebbe assaporare l’integrazione che sopravvive, anche solo scambiando due parole prima di comprare una paio di pantaloni usati o di regalare una vecchia lampada. Il più grande omaggio che offre il Barattolo è l’opportunità a conoscersi.”
Sembra che l’intenzione dei commercianti sia quella di continuare il mercato lì dove è sempre stato. Vicolo Canale dei Molassi e Via San Pietro in Vincoli manterranno la loro singolarità anche il prossimo sabato e quello dopo ancora, almeno fino a quando l’intenzione della giunta non si concretizzerà. L’epilogo della lotta allo sgombero resta incerto.

Foto tratte da Il museo dell’Inosservanza, di Alessio Alonne

 

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