Poema pornografico d’amore (2 di 2)

A Torino non si respira. Le mani non respirano. Io non respiro e li ho seguiti

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Capitolo numero due

 

“Non ho alcuna voglia di andare domani al negozio. Il lavoro è una merda”.
“E cosa vorresti fare, se no? C’è qualcos’altro che vorresti fare?”.
“No, lo sai che non è questo… Non so”.
“Sei stanca? Vuoi che ti faccia un massaggio quando torniamo a casa?”.
“Forse. Perché no? Non mi dispiacerebbe. Sono sempre stanca, sai, amore?”.
“Lo so, amore, sei sempre stanca. Cosa dovrei fare con mio fratello? Ci tengo molto alla tua opinione e sono molto confuso”.
“Non so che dirti. Ma tu riesci sempre a cavartela e lui ha letteralmente un’adorazione nei tuoi confronti. Farebbe tutto ciò che gli dici”.
“Forse prima, ma adesso non ci sta più con la testa. E frequenta brutta gente. Temo che si sia messo a spacciare. Devo trovargli un lavoro”.
“Ma se a malapena ce l’hai tu. Magari Giacomo ti può dare una mano…”
“Sì, hai ragione. Lui ha molti contatti”.
“Ire?”.
“Sì”.
“Ti amo”.

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Poema pornografico d’amore (1 di 2)

Storia avvincente ed emozionante a più voci

A Roberto Bolaño

In quel risto-kebab di Torino, nel barocco pulito e decisamente piemontese di via Milano, è raro che l´omone olivastro molto simile a una coscia di pollo rivolga la parola a chicchessia: pare sempre immerso in un intenso dialogo con se stesso e il suo silenzio prende facilmente le sembianze di una profondità senza fondo. Le sue mani cicciotte – perfette per un gastronomo o un gastrologo –  e anche affusolate. Particolare combinazione di caratteri digitali che solo i kebabbari possono permettersi. Tutte queste osservazioni (tra cui, in ordine di probabilità: la musica pop orientale, alcune copie del Corano mal tradotte in libera consultazione, l’assenza triste per noi cattolici di alcolici) e molte altre ancora che gli acuti osservatori cui mi rivolgo probabilmente non mancheranno di notare.
Dopo aver di certo osservato – come noi tutti d’altronde – si sedettero e ordinarono.
I soggetti sono una ragazza e un ragazzo. Una commessa e l’altro articolista di un giornale locale. Non scrive male e ha simpatie di sinistra. Vengono spesso a mangiare qui, soprattutto il martedì sera, e vivono in un monolocale in Borgo Dora. Alcune di queste sere, ho avuto modo di incontrarli e di penetrare, grazie alle mie mirabili doti di narratore, il contenuto psichico e mnestico che le loro espressioni facciali mi rivelavano. C’è da aggiungere che ho talvolta origliato le loro discussioni, per lo più patinate e mai accalorate.
Io invece sono un uomo solo. Origlio le coppie nei risto-kebab e ci scrivo, essendo un giornalista a mia volta.

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Memorie in spostamento

Uno sguardo sui mezzi di trasporto nella fotografia di Naomi Morello

Un piano di fuga dalla rete è uno spazio virtuale che viene, ma soprattutto vuole essere attraversato da molteplici contributi letterari e visuali provenienti dal profondo mondo della rete. La sezione Aleph, non per nulla intitolata Reportage & Visioni, vuole concentrare appunto la sua attenzione su quelli che sono i metodi narrativi ed espressivi visuali toccati dalla poesia visiva e dalla fotografia. Infatti, ogni immagine, come la parola, possiede di per sé un potere narrativo che è capace di insinuare nella mente di chi le osserva il desiderio di ricavarne una storia.

Ciò che vorrei presentarvi oggi in questa sezione di Neutopia è una serie di lavori di una fotografa di nome Naomi Morello. Molto attiva all’interno del web, colpisce per fotografie caratterizzate da uno sguardo che ha raggiunto una elevata maturità ponendosi in maniera sensibile nei confronti della figura umana e della vita che la circonda.

I suoi scatti sono caratterizzati da uno sguardo che ha raggiunto una elevata maturità, ponendosi in maniera sensibile nei confronti della figura umana e della vita che la circonda.

Esplorando le pagine web, mi sono imbattuto in una serie di fotografie che hanno attirato la mia attenzione: si tratta di un cospicuo numero di foto che immortalano uno degli aspetti più quotidiani della vita metropolitana, lo spostamento. Raggiungere un punto preciso o attraversare la città da parte a parte è qualcosa che accomuna orizzontalmente le vite delle persone che vivono in città. Questo incessante spostarsi viene però spesso vissuto dall’uomo in maniera individualizzata e soggettiva, come chiuso nel proprio guscio corporeo-sensoriale. Il mezzo pubblico, luogo dello spostamento, è infatti frequentemente concepito come un non-luogo nell’immaginario sociale di oggi; si trasforma così in uno spazio e in un tempo che viene vissuto con quell’atteggiamento blasé, indifferente e scettico, che già G. Simmel descriveva nei suoi scritti sul rapporto tra uomo e metropoli.

Le linee della metropolitana, i tram e gli autobus di qualsiasi città sono dimensioni con cui molti individui entrano in contatto nella loro quotidianità; con le sue ore di punta, il trasporto pubblico offre ad un attento osservatore un meraviglioso panorama di umanità: sguardi, volti e gestualità tutta in movimento. In sostanza riflette come uno specchio la brulicante vita metropolitana. Credo sia stato proprio questo affascinante intrecciarsi tra uomo e metropoli che ha fatto scaturire in Naomi Morello la scintilla per far scattare l’otturatore della sua macchina fotografica, anche se in questo caso si tratta di una fotocamera del telefono e non di una reflex. L’uso dello smartphone, in questo caso, è dovuto non solo ad una questione di praticità, ma anche al fatto che si tratta di istantanee della realtà che documentano il vissuto personale della fotografa durante i suoi spostamenti quotidiani con i mezzi pubblici.

Con le sue ore di punta, il trasporto pubblico offre ad un attento osservatore un meraviglioso panorama di umanità.

Dalla fotografia di Naomi Morello emerge con evidenza uno sguardo allenato, scaltro e spontaneo nella ricerca di quell’attimo significativo, di quelle fuggevoli espressioni dei volti che la circondano o di un particolare dettaglio. La spontaneità nei suoi scatti non è esclusivamente unidirezionale, in quanto si può ben notare come l’espressività dei soggetti ripresi non sia minimamente condizionata dalla presenza del suo obiettivo.

L’osservatore viene così condotto a intuire il rapporto che la fotografa ricerca con i soggetti: attraverso la ricerca di sguardi e di gestualità semplici viene messa in luce la relazione di sensibilità che può emergere nella banalità di uno spostamento quotidiano, imprimendolo nella propria memoria e nel vissuto personale con una fotografia.

In copertina, scatto dell’autrice

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La matematica dei corpi

Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero.

– Accendi quella sigaretta.
– A che ti serve?
– Devo fare un buco qui… – disse lei, appoggiando la punta dell’indice sulla bottiglia in plastica.
– E poi ci serve la cenere.
– Mi fai ridere, sai? – le mormorò in un orecchio.
– Perché? – sorrise lei.
– Perché non sai nemmeno girarti una sigaretta in modo decente, ma sembri un maestro di cerimonia con questa merda. E ti trovo un poco triste anche, perché ti immagino la notte qui, mentre non prendi sonno e corri verso la dispensa a prendere il bicarbonato.
– C’è l’ho qui in stanza il bicarbonato. Ognuno prende sonno come vuole, tu non sei meglio di me e lo sai.
Attraverso le tapparelle socchiuse filtrava, pigro, il primo raggio di un sole troppo stanco per dare il via alla giornata che i due tentavano di scampare. Lui, seduto sulle lenzuola, si accese la sigaretta fissando il vuoto che le note del Duetto dei fiori di Delibès tentavano di fugare tramite le voci di Mallika e Lakmè. Il vuoto in loro: due brocche prosciugate che si sarebbero di nuovo unite nel coito, riempiendosi a vicenda con l’horror vacui dell’altra. Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero. Le due brocche erano divise da un fazzoletto di cotone sul quale lei aveva buttato un barattolo di bicarbonato di sodio e una busta.
– Sono due lesbiche… – languì eccitato, passandole la sigaretta, posando lo sguardo sulle sue cosce tornite, l’estremità decorata dall’invitante pizzo.
– Dici le due tizie che cantano?
– Sì, intendo i due personaggi dell’opera, non le cantanti.
– Immaginavo…
–  Cioè, ovviamente è tutto abbastanza sottile. Anzi, mi correggo, solo una pare sia lesbica, la schiava Mallika. E’ innamorata della padrona Lakmè, una principessa indiana. L’altra vorrebbe sforbiciarla di brutto ma la principessa è innamorata invece di un’ufficiale inglese, eppure la stronza gliela fa annusare alla grande. “Duomo di gelsomino, avviluppato alla rosa”, immagino si riferisca alla sua fica bagnata. “Entrambi fioriti, un fresco mattino, ci chiamano insieme. Ah! Scivoliamo seguendo la corrente fuggitiva: sull’onde frementi, con mano noncurante, guadagniamo la riva, dove l’uccello canta, duomo di gelsomino, bianco gelsomino, ci chiamano assieme”.
– Anche noi scivoleremo adesso, noncuranti, fuma – sussurrò lei, sfiorandogli il braccio, interrompendo quella maldestra recita.
Lui prese la bottiglia osservando il corpo in plastica deflorato dal cilindro di una bic.
– Sì, ma accendi tu.
Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere. Lui aspirò dalla cannuccia, i polmoni gli si riempirono di un saporaccio di plastica. L’ondata di calore cominciò ad attraversarlo, montando dalle spalle, scendendogli nel basso ventre che dolcemente si mise in moto. Appoggiò una mano sulla sua gamba, sentendone la carne, bramando l’assaggio di una felicità che si sarebbe consumata in fretta, svelata in un lampo nell’essenza della propria futilità. Il cuore cominciò a battere il tempo del sangue come un tamburo impazzito, mutando in una cassa da cento kilowatt.

Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere.

– Sì, scivoliamo l’uno nell’altra, scivoliamo… – la baciò, le morse le labbra e le strinse i fianchi con forza.
– Prima di scivolare, dimmi…
– Cosa, tesoro?
– Chi di noi due è la schiava innamorata?
– Nessuno. Siamo entrambi due bellissime principesse indiane, il cui cuore è stato drenato dalla voce marziale di un capitano inglese. Ma senti come batte adesso, sentilo, questo è reale, reale, non vale un cazzo ma è l’unica cosa vera, qui ed ora. Hic et nunc.
E le due voci esplosero, il canto della principessa e della schiava si fusero in un unico suono, mentre lui cominciava ad arrampicarsi sul suo corpo. Le scostò una ciocca dal volto, la guardò diritto negli occhi ambrati.
– È stupido, ma è reale ed è l’unica cosa che abbiamo.
Le strinse i fianchi e con un colpo di reni le fu dentro.

Viens, Mallika, les lianes en fleurs
Jettent déjà leur ombre
Sur le ruisseau sacré qui coule, calme et sombre,
Eveillé par le chant des oiseaux tapageurs! 

Ed era piacevole, ed era la cosa più bella che potessero pretendere di avere. E lui le scriveva dentro. In catalessi, ogni colpo tra le sue cosce era una lettera su un foglio da riempire; la punta di quella bic sventrata dal cilindro che toccava il bianco pallore della carta; il polpastrello che frenetico pigiava i tasti.

Oh! Maîtresse,
C’est l’heure ou je te vois sourire,
L’heure bénie où je puis lire dans le coeur toujours fermé de Lakmé!            

E la lettera mutava in frase e si abbracciavano e godevano, si mangiavano, e la frase diventava paragrafo, ansimavano, si sputavano in bocca e il paragrafo era già un’intera pagina, si graffiavano, cambiavano posizione sulle lenzuola fradice, passavano i minuti, le ore, si riposavano, ricominciavano e avevano scritto un libro. Come lei avvertì salire l’orgasmo dalle proprie viscere,  lui percepì l’arrivo dell’esplosione e il libro divenne il primo di una serie, e mentre venivano in sincro erano l’opera omnia di uno scrittore che abitava in completa solitudine un attico sulla rive Gauche. Come si staccarono e di nuovo si abbracciarono furono la solitudine con cui lo scrittore aveva scambiato la propria vita, riducendola in carta.
Erano gli amanti di Schiele che si abbracciavano isterici scrutando con la coda degli occhi chiusi l’abisso in cui annegava la riva del letto.
Si addormentarono.

Dôme épais le jasmin,
A la rose s’assemble, Rive en fleurs, frais matin,
Nous appellent ensemble.
Ah! glissons en suivant
Le courant fuyant:
Dans l’onde frémissante,
D’une main nonchalante,
Gagnons le bord
Où l’oiseau chante, l’oiseau, l’oiseau chante.
Dôme épais, blanc jasmin,
Nous appellent ensemble!

 

– Ehi…
– Dimmi – grugnì lui, grattandosi le palle sotto al lenzuolo.
– È come se fossimo in una sala d’attesa, io e te.
– Ha un bell’aspetto, però. Non sembra noioso, qui.
– Sì ma guarda là… – mormorò lei, indicando con un dito una crepa che si stava facendo lentamente strada lungo la parete della stanza.
– Ah guarda, ce n’è una anche qua – disse toccandole il volto.
– E anche qui… – rispose accarezzandogli una guancia.
– Comunque è come se fossimo in una sala d’attesa e stessimo solo aspettando che qualcuno venga a prenderci.
– Chi, i nostri ufficiali inglesi?
– Credo di sì…
– E perché aspettiamo, usciamo checcazzo?
– Immagino che nessuno dei due voglia andarsene per ora.
– Già, si sta bene qui, ma le crepe… – disse lui, stropicciando un foglietto.
– E quello cos’è?
– Il mio numero, guarda, ne hai uno anche tu.
– Ci sarà un bagno qui? –  sbadigliò la ragazza, cercando una posizione comoda per il proprio culo sulla sedia in plastica.
– Non ne ho idea, non c’è nessuno a cui chiederlo. Nemmeno un’indicazione. In ogni caso voglio dirti una cosa.  La pianta, sai quella pianta che raccogliemmo randagia all’angolo di un bar e io ti chiesi: di chi sarà? E tu rispondesti, sorridendo, sorridevi un sacco, sembravi felice, rispondesti: è tua tesoro, è tua! Ecco, la pianta sta fiorendo.  Eri così bella il giorno in cui la trovammo, con quel tuo vestito blu, ti stava bene, perché non te l’ho più visto addosso, eh? Sì, sembravi felice, era la prima volta che ti vedevo felice da quando… Beh, da quando ci fu l’esplosione, quando successe quel maledetto casino, quando tutto andò in pezzi e i pezzi si mescolarono, quando ci incontrammo tra le macerie e ci  abbracciammo, piangendo. Quel giorno eri felice, te lo potevo leggere negli occhi e pure io lo ero. Lo ero perché… Perché mi sembrava che il motivo, la fonte fossi io, quella mia camminata goffa per le vie del centro con la pianta in mano ti faceva sorridere, sorridevi e stavo bene nel vederti così viva; eri reale, davanti ai miei occhi con il vestito blu. E camminavamo, facendoci ombra sotto i portici, perché faceva caldo, c’era un caldo terribile e con una mano tenevo la pianta, con l’altra ti stringevo le dita. E vedemmo una ragazza seduta su di un drappo orientale, stupenda, con i capelli rossi. Ci voleva leggere i tarocchi, ma noi rifiutammo, avevamo maledettamente paura del futuro perché forse avremmo scorto questa sala orrenda. Io però sbirciai una carta e scoprii il diavolo, la testa di Baphomet, e mi sentii una merda, pensai che tutto era sbagliato, che i pezzi si erano mescolati male, che non avremmo dovuto essere lì, assieme. Ma non te lo dissi, eri così bella, felice, sembravi mia. E la ragazza ci chiese che pianta fosse e non sapemmo cosa risponderle, ma adesso ce l’ho forse una risposta, non ne conosco il nome, ma gliela posso descrivere. La pianta sta fiorendo, mi sembra di guardarla in questo preciso istante. Pensavo fosse una piantina del cazzo, ma devi vederla ora. I petali sembrano tizzoni infernali, e mi scotto le dita ogni volta che la tocco.  E continua a crescere e ne ignoro la geometria definitiva, in che punto si bloccherà per cominciare ad appassire? La guardo fiorire, adesso, e al contempo mi sembra che il mio desiderio, il mio desiderio cresca, il mio desiderio di averti ancora accanto per guardarla insieme. Capito, tesoro? Insieme, io e te, tesoro?
La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo, da sola. Si era semplicemente alzata dicendo a bassa voce:
– Cazzate, lo sai meglio di me… Tesoro.
Si era aggiustata il vestito blu e si era avviata alla porta, e il sorriso che gli fece – lui non lo colse – perché, impegnato nel suo monologo, continuava a guardare nel vuoto.  Lei sapeva fin dal principio come sarebbe andata a finire la cosa, ma non aveva voluto pensarci fino a quel preciso istante, perché non voleva mai riflettere su ciò che la riguardava; preferiva puntare gli occhi da un’altra parte e bastava chiuderli, aspettare che qualcuno la prendesse per mano. Si era chiusa in quella stanza con lui tappandosi le orecchie, evitando il sibilare dei proiettili delle truppe inglesi, aspettando, stretta tra le sue braccia, la grande esplosione, la seconda, che avrebbe distrutto quelle quattro mura sulle quali distinguevano le prime crepe. Ma adesso si era stancata.

La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo.

Uscì. Lui si accese una sigaretta e continuò ad aspettare, come aveva sempre fatto. Fumava e stringeva il foglietto, mentre guardava quello della ragazza, abbandonato a terra.  Mentre aspettava, la pianta appassiva. Lui le diede acqua, forse troppa, chissà, ma non la riparò mai dal sole, né dal vento, così i petali giorno dopo giorno se li prese la brezza e il corpo della pianta lentamente bruciò sotto al calore dei raggi solari. Non volle spostarla all’ombra, perché per un ingenuo vezzo estetico preferiva osservarla mentre faceva colazione, la porta del balcone aperta, per mostrare al mondo intero quanto fosse bello quel fiore. Aspettava, fumava, accartocciava il foglietto.

Un giorno alzò un piede, poi un altro, spense la brace sulla carta e la gettò in un angolo.
Uscì dalla sala sbattendo la porta. Né lui, né lei videro quella stanza esplodere, il letto, la bottiglia, le tracce del loro piacere dimenticate sulle lenzuola, deflagrare, inabissarsi e tornare da dove erano venute.
Zero più zero, uguale – nell’eterno pulsare dei secondi che abbiamo inciso sul tessuto del tempo – a zero.

In copertina: Egon Schiele, Gli amanti

Triplice fischio

“I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali”. Gesualdo Bufalino


Nacqui terzo di nove fratelli, dopo la guerra. Mio padre raccontava la vastità del deserto libico, una vittoria degli inglesi, la cattura e la prigionia durata sei anni. Mamma l’aveva aspettato. La prima volta che ho conosciuto un inglese volevo tirargli un pugno, da parte di mio padre. Poi ho pensato che la colpa non è genetica e ho lasciato stare. Però non mangio fish and chips e disprezzo profondamente la regina Elisabetta e i Beatles.
Con i miei fratelli e i picciotti della vanella giocavamo a pallone in un campo pieno di pietre. Prima di ogni partita ne toglievamo sempre un po’ ma sembravano essere infinite. La terra era grossa e dura, la palla di stracci si sfaldava, le porte di legno cadevano a ogni tiro, era quasi impossibile giocare. A me non fregava niente, tanto arbitravo. Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare. Non è un’attitudine da sbirro mancato, come pensano tutti. L’arbitro non prende ordini da nessuno. È semplicemente Dio, per novanta minuti più recupero, decide chi e quanto punire, chi perdonare. Decide l’inizio e la fine.

Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare.

D’estate lavoravo la terra e vendemmiavo, pagato a giornata. A dieci anni lasciai la scuola per aiutare mio padre in cantiere. Arrivai a Milano a dodici primavere, insieme al mio compare Marcello, un uomo alto e scemo. Lavorai come fattorino e panettiere fino ai diciotto, dormendo in una cantina subaffittata a siciliani e calabresi.
Al militare imparai a tagliare i capelli. Il primo giorno chiesero chi sapeva fare il parrucchiere. Mentii spudoratamente ma riuscii a cavarmela piuttosto bene. Dopo la leva incominciai a lavorare da un coiffeur in centro, come li chiamano i milanesi danarosi. Un paio d’anni dopo aprii la mia bottega al Casoretto. Fu lì che conobbi Anita, l’unica donna che abbia mai amato. Passava in bicicletta ogni giorno per andare al lavoro, alla Lambretta. All’ora del suo passaggio facevo in modo di farmi trovare a fumare sull’uscio del salone. Non mi guardava mai. Un giorno passò a piedi per colpa della catena caduta. Gliela sistemai. Ci fidanzammo un mese dopo.
Erano gli anni settanta, io pensavo a lavorare duro per fare famiglia con lei e me ne fregavo della politica; Anita no, per lei era la cosa più importante. Fu quella crepa a dividerci. S’innamorò di un leaderino della contestazione e mi lasciò dopo tre anni senza troppi giri di parole. Non l’ho mai più vista. Non sto a raccontarvi la disperazione, è poco interessante e sempre uguale. Fu in quegli anni, ne avevo venti e rotti, che iniziai a bere, stringendo i pugni nelle tasche dalla rabbia. Persi parecchi clienti, lavoravo svogliato e con l’alito avvinazzato. Pensai di vendere la baracca e tornare in Sicilia. Poi pensai al paese, ai miei fratelli, alla vergogna di rincasare sconfitto. Mi ripresi in qualche mese, soprattutto grazie alla passione che ripescai dalla mia infanzia: arbitrare. Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Quando dai il fischio d’inizio, dopo aver controllato le reti, vedi ventidue corpi muoversi attorno a un pallone, e tutti dipendono da te. Tocca a te ordinare quel caos. Eppure non ne sei immune. Corri e ti sposti con loro, finisci per tifare qualcuno – vi svelo un segreto: non esistono arbitri imparziali – partecipi muto all’orgasmo collettivo del goal, dopo la penetrazione del pallone nella rete. Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere. Perché ho perso, alla fine. Se a sessant’anni passati la mia unica soddisfazione è arbitrare chi mi insulta per un’ora e mezza, qualcosa dev’essere andato storto. Se sto preparando una cena della vigilia ad personam devo aver sbagliato, da qualche parte. Ci penso ogni volta che guido, solo, sentendomi finto e immobile come gli uccelli sulle barriere di vetro della tangenziale.
Qualche sfizio me lo son tolto. La Giulietta Sprint rossa che guido, ad esempio. Certe bottiglie millesimate, tipo quella che sto bevendo. Una sterminata biblioteca, casomai fosse tornata – Anita leggeva tanto, poi ho iniziato a prenderci gusto anch’io; una tv da trentadue pollici, un trapianto di capelli, che ormai me ne rimangono pochi e sottili come vetri di Murano. Ma non ha senso ammobiliare il nulla. Qualche signorina la conquisto ancora, non so se per la macchina, la tinta scura o per il fatto che abbia un’attività, anche se in fallimento. Ormai tutti si tagliano i capelli dai cinesi; ma è normale, adesso sono loro i siciliani di mezzo secolo fa ed è giusto che lavorino. L’ultima compagna, per dirne una, l’ho lasciata io. Era una zitella idiota, guardava Uomini & Donne tutti i giorni ma soprattutto ha mollato un libro di Bufalino che le prestai dopo poche pagine, dicendo che non le piaceva il suo modo di scrivere. Avevo voglia di tirarle il libro in testa ma mi trattenni – si sarebbe potuto rovinare. Compresi all’istante che non saremmo invecchiati insieme. Come si può disprezzare Bufalino, la penna più elegante partorita dall’isola, e nutrirsi della spazzatura di Canale 5?

Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere.

Non fidarsi mai. Anita mi ha insegnato questo, in fondo. È una brutta convinzione ma è necessaria. Ad ogni modo mi sta bene così, morirò scapolo. Chi viene da un’isola sa stare bene solo. L’unico problema di questa vita è la mancanza d’amore. Non vale la pena di viverla senza. E dopo Anita nessuna mi ha conquistato davvero. Non ho mai deciso nulla nella mia vita. L’unica decisione, fondamentale e feroce, l’ha presa lei. Forse è per questo che arbitro, per compensazione, per accumulare miliardi di piccole decisioni ma d’importanza epica in quel frangente; anche se sei in un campo di terra ghiacciata nel nulla brianzolo e arbitri una partita tra trogloditi e analfabeti, che ti salutano graffiandoti la portiera della Giulietta. Che provano a corromperti, per tre punti. Che ti minacciano di morte, per un gioco. Vista da qui, dalla fine, la mia esistenza somiglia ad un lancio di un difensore dai piedi quadrati, un lancio balordo e sghembo, che esce dalla recinzione del campo. Una traiettoria forte ma sbagliata, inutile e inconcludente. Non vale la pena di viverla, ormai. Vedo solo il male. Sono stanco, e bisogna saper finire dopo i tempi supplementari e questi giorni che sembrano calci di rigore a oltranza.
Perdonatemi, è vostra la vita che ho perso, scrisse una poetessa. Ho scritto questa lettera per testimoniare il mio passaggio a questo mondo. Non so chi la leggerà, probabilmente un giornalista o la portinaia quando mi troverà qui, appeso, il fischietto al collo e il cronometro con l’orologio fermo alle ore ventitré del ventiquattro dicembre duemilasedici. Dopo l’ultimo, triplice fischio finale.
Buon Natale.

Illustrazione di Gipi

Perché non abbiamo più bisogno di eroi

Sempre più spesso sembra che la letteratura del pensiero dominante sia l’unica in grado di finire sui nostri scaffali. Ma forse non tutto è perduto.

Oggi vi racconteremo una storia, una storia ambientata in periferia, nel grande raccordo anulare dimenticato di Parigi. Il suo protagonista è un uomo che viene investito da una volante in pieno giorno e rimane fermo immobile, a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, assiste alla consueta proiezione della sua vita, e vede scorrere davanti agli occhi momenti belli ed entusiasmanti, momenti di gioia e di felicità. Non c’è spazio per momenti bui, anche se non sono mancati, certo; ciononostante tutto è avvincente e straordinario. L’uomo rimane con gli occhi a fissare il cielo, come un grande animale ferito che stia aspettando di essere ingoiato dalla terra, e quel che sogna non somiglia ad un rivale da abbattere, non somiglia ad una mancanza di idee, non somiglia ad un’installazione messa lì apposta per farsi guardare: ciò che sogna somiglia ad un grande risveglio collettivo. Si respira aria nuova, e per questo motivo egli sente di non essere morto invano. Ciò di cui si rammarica è di non avere vissuto abbastanza per poterlo raccontare. Così, con le ultime forze rimaste, alza il braccio per sussurrare la sua storia ad un passante, che ancora non sa di essere l’uomo più fortunato del mondo, perché quel moribondo gli sta per suggerire la visione che cambierà la sua vita per sempre.

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