Pupazzen

Mi addentro nella Palermo delle sette di sera al n. 121 di via Lincoln, nella semi-oscurità della portineria dove due rampe di scale conducono all’ingresso della “Casa Mediterranea delle Donne”. Sul pianerottolo, la porta dell’appartamento è aperta. Lungo il corridoio a L guardo le foto in bianco e nero e i manifesti storici della lotta femminista, tra cui quello celebre della donna col foulard rosso in testa: il braccio piegato, il pugno stretto e chiuso e la scritta “We Can Do It”. Mi ritrovo in un’ampia sala dalle pareti bianche, un paio di ventilatori agli angoli e, l’una vicinissima all’altra, una cinquantina di sedie ancora vuote. Gli spettatori, riversati sul terrazzo vicino, approfittano della brezza serale.

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Sono invitati a entrare da una delle organizzatrici dello spettacolo, che annuncia che purtroppo la pupazzen di Frida Kahlo è rimasta chiusa in una vetrina di cui non si trovano le chiavi.
“Pupazzen”, bambole di pezza, dà il nome allo spettacolo realizzato da Lara Salomone, Vivian Celestino e Anna Costantino, operatrici dell’associazione Handala per “FARO”, un progetto a favore dell’autodeterminazione femminile.
Mi assicuro il posto più vicino al ventilatore mentre gli spettatori riempiono la stanza e i ritardatari sono costretti a stare in piedi vicino alla porta. È il sette luglio e si sente.

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Tre signore, in prima fila, sfoderano dalla borsa ventagli floreali ma gli sguardi di tutti sono rivolti verso l’ombra di una sedia proiettata su un lenzuolo bianco fissato al vano della porta. Preceduta da voci registrate su una base musicale, appare il profilo di un’ombra. Cammina a piccoli passi, controlla di essere perfettamente in linea con la sedia dietro di lei e si siede. Si chiama Angela; ma la presenteranno solo alla fine.

Preceduta da voci registrate su una base musicale, appare il profilo di un’ombra. Cammina a piccoli passi, controlla di essere perfettamente in linea con la sedia dietro di lei e si siede.

Con una mano tiene un libro, con l’altra il microfono all’altezza della bocca; la musica s’interrompe, la donna fa un respiro profondo e comincia: “Io sono una sedia. Una sedia su cui non si siede mai nessuno. Non so se ci sono delle piastrelle o del linoleum o della vernice fresca. Chi mi ha verniciato le mani? Un secondino immagino, ma ieri è venuta una visita. Una parola, pa-ro-la, parola, parola, mi bacia le labbra, pronuncio la parola”.

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Dal bordo del lenzuolo si affaccia una bambola di pezza con i capelli corti, una collana di perle, una spilla verde smeraldo e una sigaretta cucita sulla mano. È Alda Merini, la poetessa.
L’ombra scandisce le parole sillaba per sillaba, come se Alda Merini in persona le stesse insegnando a leggere per la prima volta. S’inumidisce il dito, gira un’altra pagina. La bambola scompare dietro il lenzuolo, la donna chiude il libro e tra gli applausi esce di scena.
Ecco che la musica riprende e una voce squillante racconta le proprie impressioni sulla pittrice messicana Frida Kahlo.

 

Le tre operatrici usufruiscono tre volte a settimana dello “Spazio Donna”, un appartamento messo a disposizione dall’Onlus “WeWorld”, all’interno di uno dei padiglioni dello Z.E.N. 2, oggi quartiere di San Filippo Neri. Lo Z.E.N. 2, insieme al vicino Z.E.N. 1 con circa 30.000 abitanti, è considerato la più grande periferia in rovina d’Italia.
La seconda ombra occupa posto sulla sedia. “La mia notte è senza luna”.

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“La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre…”. Le trema la voce ma va avanti fino alla fine della lettera che Frida scrive a suo marito, il pittore Diego Rivera.
S’interrompe per qualche secondo, si schiarisce la voce e legge alcuni versi della poesia: “L’amore non basta”. Infine si alza e va via. Mi guardo intorno per vedere la reazione degli altri spettatori; una donna alla mia destra, tre posti più in là, si asciuga le lacrime. Non è l’unica.

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In una situazione di microcriminalità attiva 24 ore su 24 e di totale assenza d’infrastrutture, la maggioranza delle donne, dette “le Pigiamate”, sono segregate in casa, costrette a rinunciare a ogni diritto per sottostare al ruolo di moglie e di madre.

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Da dietro il lenzuolo si sentono le operatrici bisbigliare. La terza ombra si siede, si rialza e torna indietro. Ritorna e ripete al microfono quello che un’operatrice sottovoce le suggerisce: “Vi canterò una canzone, la canzone che mi piace di più. Mori Mori”. Parte la base musicale e dal lenzuolo emerge la bambola della cantante Rosa Balistreri. L’ombra inizia a cantare le strofe in dialetto siciliano e la vediamo dondolare sulla sedia. I’istinto è di girarmi e riguardare il volto della donna commossa ma resto immobile ad ascoltare. La bambola di Rosa Balistreri ha la bocca aperta, ricamata col filo rosso e una chitarra cucita sul petto.
Al termine della canzone, tra gli applausi, le donne oltrepassano il lenzuolo e vengono presentate al pubblico: Angela, Sonia e Ignazia.

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A causa di mancanza di fondi, dal 20 novembre 2017 il progetto “FARO” è stato interrotto e le donne, che come dice la coordinatrice del progetto Lara Salomone “trovavano allo spazio donna un luogo d’incontro in cui non esiste il giudizio in cui ognuna di loro può aprirsi e socializzare con rispetto e libertà”, per il momento sono rientrate nella solitudine delle loro case-prigioni. Tuttavia Lara, Vivian e Anna stanno facendo il possibile per trovare bandi per presentare progetti e con “Facciamo Spazio”, la raccolta fondi per lo spazio riservato alle donne dello Zen, sperano di poter tornare a offrire sostegno e amicizia a tutte le donne cui non è concesso di vivere dignitosamente.

Fotografie di Naomi Morello

 

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