I Vertumni in topless

«Non si dovrebbe mai scopare per gratitudine.»
Stava assumendo la forma di chi ti prende per il culo. Quell’uomo di settant’anni, nudo e fiero come le statue delle piazze e altre cose vecchie, bloccato nel flash del momento, stregato da qualcosa che non era lì. Però era nudo e non era il caso. Anche il suo sbattersene era sincero. Per noi diventò irresistibile. Gli davamo più o meno il fantomatico “lei”, in formule discutibilmente ibride, del tipo:
«Scusi signore, ma che cazzo sta facendo?».
Non lo turbava. Ci snobbava cancellando i passi giù per una breve discesa. Gli stavamo talmente dietro da renderci conto che si andava verso un delirio di sagome.
«Lampedusa, tu ti trastulli altrove; fossi qui, ti sentiresti a una festa da McDonald’s.»
Volevo fare il simpatico. La ressa se ne stava lì, e si sporgeva a forza di zoom nella nostra direzione. Smantellavano le strade con bozzetti argentati. Un lamento cigolava fra gli angoli bianchi di quei capelli. A colpi di treppiede, buffetti sulle ruote e frustate di dentiera, orde di anziani ansimanti incedevano contro il sole. Ordinati tipo una legione di Immortali persiani, lenti come l’esercito di terra cotta di quel famoso mausoleo cinese. Un cronista avrebbe detto che «infuriavano, infuriavano dipinti fuori da sé stessi, desnudi e particolarmente affaticati». Non ci spostammo finché tra loro e noi si creò una distanza di circa duecento metri. A quel punto, divenuto evidente che ci avrebbero arati nel giro di un’ora se non ci fossimo mossi, prendemmo una rincorsa eroica, con quella sincera disperazione di quando c’è in gioco la vita. In fondo potevamo essere in pericolo, no?

Quando era iniziato? Più facile dire dove. Facebook e Twitter. Per i vecchietti più in gamba, Medium; e per gli SSS, i senili social seri, Instagram.

Quando era iniziato? Più facile dire dove. Facebook e Twitter. Per i vecchietti più in gamba, Medium; e per gli SSS, i Senili Social Seri, Instagram. Non chiedete a un opinionista. Vi intrappolerebbe in un fronzolo da audience, un nodo nell’aria che non porta a niente, se non al proprio conto. La verità non c’è. Ma a un imprecisato momento della storia umana, loro non hanno retto. Semplice. Senza fargliene una colpa. Fino a un secolo prima c’era stata una chiarezza più autentica in questo caos. C’era un destino, dei round di stagione, qualche sparuta cerimonia, la ciliegina, dulcis in fundo. Irreparabili frontiere del tempo, laccate con il granito dei nomi giusti. Ovvio, qualche vecchio caparbio ci provava a barare qua e là, ma era un rumore inconscio, spento subito dalle etichette di miracolati e chimere spelacchiate. Insomma, la suggestione popolare queste cose le arrangiava alla Andreotti. E allora? Allora i primi decenni del 2000 presero a fottere gradualmente l’ingranaggio, di scalino in scalino, foglia per foglia, senza nessun riguardo del grado zero. Del loro spezzarsi. Quarta e quinta età. Talvolta pure di sesta si parlava. Dall’«Huffington Post» al «Corriere». Gli opinionisti smazzavano furiosamente articoletti fra le 500 e le 800 parole, ché di più la gente non regge. Continuavano a sforchettare senza alcun sentore anche se in quello spazio orchestrato sul nulla andavano smontando un tassellino nella mappa del mondo.
Una zona ingrovigliata nei primi strati della rovina. Quarta, quinta, e, perché no, sesta età. Concetti, cose che salvano o annientano l’umanità a mandrie. Così, non potendo chiamarsene fuori – più o meno tutti, credetemi –, si sono come infranti. Parte dei cocci a qualche stella da fanale, e parte in faccia a noi, lì, nel pieno della vecchia ora di punta, incantati da questo miracolo al contrario.

Il bar aveva vetrate su ogni lato e stava per tre quarti a ridosso di uno scoglio. Le onde del mare si infrangevano ai suoi piedi. Focaccette malconce facevano a spallate con due brioche alla ricotta scongelate male.
Un donnino unto cristava cose da bar. Grassa, un bubbone affusolato nel sottomento, e dei capelli anneriti che contenevano olio di palma o qualcosa di cancerogeno.
Dario, un ex camallo del porto, militante nei primi sindacati, sfogliava un giornale stanco di essere preso a manate da tutti. Aveva il volto butterato dagli anni sopravvissuti a ogni suo amico. Ogni tanto guardava la foto sopra al tugurio, che qualcuno aveva avuto l’audacia di chiamare “Toeletta”, e poteva constatare che solo lui e altri quattro avevano avuto il privilegio di prolungare la vita.  Era un bell’ottantunenne con occhi grigi e verdi, i capelli bianco accesso, folti, pettinati, le mani e le unghie ben ordinate, e del giornale non stava ancora leggendo nulla.
«Alla mia età non si ha mai un’età».
Ci dovette pensare un po’ a cosa si era appena detto. Il senso, disturbato dal suono delle onde, gli sfuggiva. Il donnino barbuto ancheggiava e veniva a servigli la focaccina strizzando l’occhio in segno di complicità. Aveva forse quarant’anni, ma era la cosa più brutta che lui avesse mai visto. Probabilmente anche la focaccina.
Dario appannava il vetro sorridendo a un amico in barca: Il Bruma. Una leggenda. Ottantasette anni e non solo pescava, non solo guidava quasi lo avessero cacato fuori da una versione over settanta di Taxi Driver, ma ci dava come un disperato con l’afgana che gli faceva da badante. Si amavano davvero. Spesso si imboscavano nel tugurio del baretto e tutti erano costretti a contare i loro rantoli, i vagiti e gli insulti della circostanza.
Il Bruma svettava bello dritto con il suo cappello alla pescatora e il suo pelo incerto svolazzante negli impetuosi soffi del Mediterraneo. Un giorno un demonio insolito e inspiegabile se lo prese. Non gli rimase che appena il tempo di risentirsi e poi zac, Bruma già farfugliava stronzate che neanche un poppante in vena di menarla a una madre poco generosa di sberle.
«Passarla, passarla un’altra volta di più, ma non due, due no. Che… Già tre. Io non posso rifare da capo, né mai, né ora. No.»
Il pensiero delle età superiori alla terza era giunto fra noi. In alcuni prima che in altri, il primo a essere arato era stato il Bruma. Un raro caso di equità divina. E noi, spettatori straniti a contemplare sotto i baffi di Dio questo nuovo scherzo.
«La rabbia balbuziente dei vecchi ci investirà tutti, vado a scongelare il resto» – diceva quella barista mostruosa con i movimenti oracolari che restituiscono un caffè al tavolino.
Dario lo sorseggiava disgustato e lo cacciava giù a dosi omeopatiche. Come quando fumava. In un modo nuovo e non convenzionale, a noi non sarebbero rimasti che dei pazzi incanutiti, bianchi, febbricitanti, risollevati da una vecchiezza folle che li assimilava agli zombie e agli alberi.
Dario si inflisse fino al fondo il caffè. Zigrinature imprevedibili gli si scomponevano negli occhi. Col suo fare signorile, senza tradire la posa, mai. Con eleganza si toglieva la camicia marroncina a mezze maniche, poi i pantaloni beige e le scarpe a mocassino, per ultime le calze. Così i suoi abiti gli si sfilavano di dosso, srotolandosi, raggomitolati sul pavimento. Facevano tanta pietà che anche allucinato prese a piegarli.

Con eleganza, quindi, si toglieva la camicia marroncina a mezze maniche, poi i pantaloni beige e le scarpe a mocassino, per ultime le calze.

«Non la scavalco più questa sporca soglia, no» – e non lo diceva a nessuno, se non al ricordo dei suoi compleanni: quelli da bambino, quelli della moglie, quelli della sua bambina, quelli da solo. E armato di canotta 15-18 e mutandone a slippino del cotone vecchio, quello buono e vero, sfumò fuori dalla porta del bar, a rovesciarsi nelle strade, dove ai suoi coetanei era accaduto qualcosa di simile.
Culotti rugosi sfilavano fieri e trasognati. A loro difesa dirò che non erano per nulla pericolosi, se non per il fatto che lasciavano la Rai senza il 93% dell’audience di riferimento. La bollavano come isteria collettiva, ma sarebbe troppo poco, noi non ne siamo convinti. Era una crisi esistenziale di massa, come quelle che avevano portato alle due Grandi Guerre. Qualcosa sarebbe potuto benissimo accadere anche quando hanno introdotto il calendario gregoriano, e se non si è verificato è forse per un buffo mix di culo e di bassa aspettativa di vita.

Nonostante le nostre fughe iniziali, finimmo nell’occhio di quel ciclone di carne strascicante. Si stava io, Lara, Micca e Oppio. Tre maschi, una ragazza. Ventinove anni ciascuno. Io e Lara biondi e occhi chiari, Micca e Oppio castani con gli occhi marroni e giallini. Ognuno con la propria carriera universitaria e con un’inesauribile voglia di farsi Lara. Dario era suo nonno. Lo vedemmo ancheggiare come un imperfetto sonnambulo su una striscia di miele d’acacia, e lo seguimmo.
«Ragazzi, quello non ha la stessa vecchiaia di mio nonno?»
Annuimmo, inglobandoci nel suo nucleo famigliare.
«Vi prego, venite con me?»
I nostri moschetti immaginari curvarono le punte all’unisono. «Tutti per uno, e scopi nessuno». La nostra era un’intesa mesta. Ma ci avventurammo alle calcagna del vecchio.
Lo stuolo di vecchi desnudi cresceva a migliaia, centinaia di decine di milioni. Perennemente mossi, agitati e con questi lunghi sguardi strabuzzati. Parlarci era impossibile, non erano ricettivi ad alcuno stimolo. Così la fantasia ci fece fare cose di cui poi ci vergognammo per il resto della nostra vita.
Per un po’ li sbeffeggiammo con calma, poi la cosa sfuggì di mano e ci ritrovammo a prenderli proprio per il culo. Dita nel naso, corna, parrucconi, palloncini. Allora il cosplay politico. Un tristo Fini, qualche Alfano, un vago Silvio, un pessimo Grillo e un imbarazzatissimo Renzi. Qualche raro Pertini e due Cossiga. Li agghindavamo come i nostri orridi beniamini e li molestavamo. Ma il loro silenzio, così impensabile in una folla, ci turbava.
I senili non vagivano né fanfoleggiavano, non sfioravano nulla al di fuori dell’immateriale. La ressa più silenziosa della storia del mondo. Lara raccoglieva col lato dei palmi il suo coraggio, e ora si affiancava a Dario provando a dirgli qualcosa, a farsi rispondere. Gli soppesava la nuca da dietro, con la mano aperta, e parlava delicata. Nulla.
Noi distoglievamo lo sguardo, ma non potevamo non guardare. Non so quanto se ne stette lì a provare a recuperare quel contenitore svuotato di tempo che fino a qualche ora prima era stato suo nonno. Stremata, prendeva a urlare, a picchiarlo. A piangere. E mentre ancora innaffiava le mattonelle rosse di Corso Italia con le proprie preziose gocce, si mise a lato e lo prese per mano.
«Andiamo quando vai tu. Va bene. Stai tranquillo.»
Fra un vecchio implatinettato, uno irrenziniato e il mefitico grillinato noi ci spaccavamo in un pianto così poco virile che, se le volantinatrici del centro ci avessero visto, sicuro ci avrebbero rifilato un carnet di foglietti per trucchi e make-up. Ci abbracciammo tutti e tre. E stabilimmo di piangere meno, e che il primo che si fosse fatto Lara sarebbe stato martirizzato dagli altri.
«Stupida lex, sed lex» intonò Oppio. E noi in controcanto:
«Lelellèt», il latino non lo sapevamo benissimo.

Si alzava il vento, e non bisognava provare a vivere, ma coprirsi e bene. All’angolo Micca si ritirò dietro un vecchietto, cui avevamo arrotolato delle banconote da cinque nelle orecchie, una da dieci nella narice sinistra e messo degli occhialetti anonimi presi a un altro senilotto molto distinto. Gli avevamo rimediato anche una giacchetta elegante da sovrapporre al mutandone e alla canotta. Il Draghi, lo ribattezzammo con orgoglio. Raggiunsi Micca.
«Che c’è?»
Il marroncino delle sue iridi sobbalzava sospeso.
«Il vento freddo mi ha ricordato di quando mio nonno mi diceva di coprirmi, e pensavo quanti di questi vecchiarelli lo abbiano imposto ai loro nipoti. Allora mi è venuta tristezza a pensare che loro, gli altri, quelli che lasciano, non siano qui a coprirli. Sarebbe una cosa da libro Cuore, ma sarebbe anche una cosa con la sua bellezza, e quasi giusta.»
‘Sto stronzo stava violando gli accordi e io mi stavo ricommuovendo, così lo presi a spallate con il supporto di Oppio che non aveva capito ma non aspettava altro. Urtammo qualcuna delle statue di sale, ma nessuno si fece male. Riabbracciai Micca e i suoi lividi da dietro. Facevo per scusarmi. Non era di buon umore.
«Tuo nonno è qui.»
Si accigliò.
«Almeno che non si riveli l’epidemia di The Walking Dead
Ridacchiai. Lui no.
All’improvviso ci fu una smodata impennata nella crescita di quell’insolita legione, l’atmosfera si fece ottusa e compressa. Modena 2017, concerto di Vasco Rossi, 240.000 persone. Mi immagino che il sottofondo atmosferico fosse qualcosa di simile. In coro, quasi seguissero i lyrics di una stessa melodia, e un post telepatico li avesse accordati su quando iniziare, scrollarono secchi una litania uniforme, accigliata, stralunata, mentre i loro polpacci bianchi si incarnavano nell’asfalto: «Non sono età, ma il nome e gli anni della nostra ombra», faceva il ritornello.
Riacciuffammo il vecchietto dell’inizio, il Bruma, mentre Lara scontornava con suo nonno. Mai la terra, nella storia, aveva sentito la pressione simultanea di tanti piedi incanutiti. Era finalmente libera di sentirsi vecchia.
«Se siamo in paradiso, il paradiso è una roba da mummie» disse Oppio. Cercava di non sentirsi più grande di quanto non fosse.
A un tratto, quelle macchie senili si incantarono in direzione del mare o forse era il mare a farsi incantare da loro. Due figure indicibili, mastodontiche, presero a sformare le onde, salendo alte. La loro ombra mangiava il giorno e i granelli sudaticci delle spiagge. Avevamo una paura fottuta. E loro crescevano, crescevano allungandosi. Grossi, sereni, con due spropositati seni, barbe ispide, strani capelli fruttati e due cuspidi dorate negli occhi.
L’accordo con il mondo era stato spezzato, e i vecchi sorridevano risalendo gli scalini degli anni.

Illustrazione di Michele Giusto

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