L’ultimo giorno

Alcuni schizzi di caffè bollente mi riportano alla realtà. La pelle brucia, ignoro lo stimolo e guardo a terra.
La tazzina di plastica è raggrinzita come una foglia secca sul linoleum, la pozza di liquido scuro forma disegni ambigui. È evidente che il fisiologico ritardo cerebrale tra attualità e sua percezione si stia dilatando. Il siero fa effetto più velocemente del previsto. I colleghi sono tutti sui loro terminali nei loro cubicoli, non mi prestano attenzione.
Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere il capo che dalla sua scrivania nell’ufficio, protetto da un bozzolo di cristallo, mi osserva con piglio investigativo. Mi chino per pulire, il più velocemente possibile. Mi sforzo di colmare la latenza tra i miei gesti e la loro elaborazione, compito reso più difficile dal fatto che i bordi della mia mano sembrano sfaldarsi. Saranno le luci al neon, dico.
Butto la tazzina e la carta imbrattata nel cestino, mi alzo di scatto e quasi cado. Devo prestare più attenzione. Torno velocemente al mio posto, sperando che il capo non abbia capito tutto. Non so se sono già sulle mie tracce. Conoscendoli, probabilmente, sì. Nessuno sa che oggi è il mio ultimo giorno di lavoro, questo lavoro che odio. Sono la miccia della catastrofe. Il mondo così come lo conosciamo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

Il mondo così come lo conosciamo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

Che le cose stessero cambiando lo capimmo dai segni sul volto del nostro tutor, circa due anni fa. Erano rossi, la dimensione dei pugni. Sulla schiena invece riportava delle lunghe striscie blu: manganelli di gomma. Ci disse che avevano delle liste di nomi, che gli avevano detto che c’erano parole da non usare più, argomenti da lasciare in pace. Da seppellire, come i morti. Ovvio che non ubbidimmo, altrimenti i morti saremmo stati noi.
Il campo della conoscenza diventava di nuovo teatro di propaganda, come sulla Vecchia Terra, come avevamo letto nei nostri manuali di storia. Prendemmo delle precauzioni, ma quando ci rendemmo conto di aver commesso un enorme errore di valutazione, era ormai troppo tardi. La macchina della punizione era già in moto. Furono presi provvedimenti esemplari, ed è strano come l’eccezionalità possa non fare alcun clamore nel silenzio della connivenza.
Trascrivo i miei pensieri con il chip Thinkwriter che mi è stato inserito nel cervello  prodotto proprio da quest’azienda, completamente schermato dalla Sfera Dati grazie alle indicazioni di Trickster. Scrivo di nascosto, mentre compilo documenti contabili sul computer che dorme come uno scarafaggio gigante e lucido sulla scrivania del cubicolo in cui sono seduta. Lo scarafaggio è trasparente. Come un’idea, e comunque il vero colore degli scarafaggi non lo ricordiamo più perché persino loro hanno abbandonato questa città. Dicono sia stata per un’opera di disinfestazione ma io so che non è così. È a causa della radioattività. Ma di queste cose noi non parliamo.
Split Brain: copio meccanicamente i numeri nelle loro caselle. Il linguaggio matematico è qualcosa che ho dovuto imparare per sopravvivere, ma non nascondo di non subire il suo fascino. Penso al sogno della Vecchia Terra: la characteristica universalis, il cui ideale guidò il procedimento di traduzione della natura in leggi matematiche. Navigo nell’alveo di quel progetto se piego la semantica all’algebra e così comunico con i Trickster. Grazie a loro ho imparato a trovare la poesia nella formula, la sempre differente ripetizione del codice binario. Sogno rime di numeri che non vedrò mai, mentre 3,245 va trascritto nel riquadro a fianco alla dicitura “unità nitruro di gallio” e poi 22% accanto a “reparto comunicazione”. Noia e disgusto mi montano dentro. Il nitruro di gallio è trasparente, come questa macchina su cui scrivo, come tutte le macchine che dominano i meccanismi materiali e sociali del mondo in cui vivo. Queste rovine cadranno.
Oggi ho compilato 12 moduli, il 5% in più del solito. Non voglio destare sospetti. Mi agito sulla sedia, che scricchiola. Guardo l’orologio e so che manca poco alla mia uscita. Fuori dalla finestra il sole non entra nel mio cubicolo, perché i vetri sono ricoperti da fotografie del panorama, strambo vezzo di iscrizioni e superfici, ma so che ancora splende perché è primavera e secondo i miei studi dovrebbero esserci i ciliegi in fiore. Ma i ciliegi non esistono più. Schermare il vero, mettere a distanza tutto ciò che esiste. Foto di panorami invece di panorami. Per un secondo penso al microchip conficcato come un chiodo nel mio cranio, spero non mi tradisca. Niente deve tradirmi oggi.

Saluto e guardo un’ultima volta, furtivamente, questa stanza dove ho passato i miei giorni da quando lui è sparito.

Mi alzo dalla sedia, la sedia scricchiola e tiro fuori da una tasca un sorriso tirato con cui congedo i colleghi. Loro non mi parlano perché per quanto la mia maschera sia spessa mostra le sue crepe. Non posso permettermi errori di valutazione. Passo davanti alla macchinetta del caffè e la saluto con lo sguardo, quella brodaglia che mi fa venire la colite. Saluto e guardo un’ultima volta, furtivamente, questa stanza dove ho passato i miei giorni da quando lui è sparito.
Mentre mi avvio ad ampie ma misurate falcate verso la porta, il capo mi chiama con un cenno dalla sua porta a vetri. Quando mi affaccio, temendo il peggio, lui mi fissa negli occhi e mi dice: “Ottimo lavoro, ci vediamo domani”. Colgo un’inflessione interrogativa nella sua frase, quindi cerco di sorridere e mi congedo. Chissà come stanno funzionando i muscoli della mia faccia? Ma no, nemmeno lui sa che oggi è il mio ultimo giorno. Non l’ho detto a nessuno. Non che mi sia riuscito difficile. Sono anni ormai che parlo a vuoto.
La logica non manca, è il contenuto che è lasco. Attraverso le mie conversazioni con i Trickster invece ho scoperto una forma di dialogo eccentrica, in cui alla telegrafica stringatezza del comando, in opacità, è leggibile tutta una profondità che rimane muta, nascosta. Una poesia criptata. È per questo che scrivo, adesso. L’afflato estetico è solo una parte delle motivazioni. Sto scrivendo per emergenza medica: cogito ergo sum, sum dum scribo, e viceversa. Scendo le scale e mi tuffo nel sole fuori.

***

È sparito. Non ho prove, ma dentro le  ossa conosco il preciso istante in cui gli hanno sparato alla nuca, faccia al muro. I suoi resti sicuramente giacciono da qualche parte in mezzo al deserto. Deserto rosso. Rosso di sabbia e sangue asciugato al sole.
Sapevamo che era pericoloso, ma non potevamo smettere. Da quando ci eravamo incontrati al convegno di Storia della Vecchia Terra e avevamo passato un’intera giornata immersi nella ricostruzione 3D dell’Abbazia di San Galgano nei pressi di Siena. Rosso di Siena. Come il tuo sangue e l’amor mio che non muore. Quanto abbiamo riso insieme. Se mi concentro, posso ancora sentire la sua voce nella testa. È stato difficile riuscire a dominare i ricordi, circuire i Thinkwriter, fargli credere che mi avevano convinto, che avessi dimenticato. Ma il momento in cui me l’hanno ammazzato lo ricordo benissimo.
L’ho sentito nelle ossa. È durato un secondo, un secondo di dolore immenso. Quando è cessato, sapevo che era troppo tardi ormai, eppure mi aggrappavo disperatamente a quel desiderio di riavvolgere il tempo sul suo nastro ma emergenza medica. Mi ripeto, non spezzare le frasi così. Concentrati, impegnati a finirle, non lasciare che il processo ti domini, che vada tutto troppo in fretta. Osservo, il sole si riflette sul selciato, sbatte violentemente sulle auto parcheggiate lungo il marciapiede, tutte in fila come un unico lungo pachiderma di ferro stanco. Il sole violento, eppure è sul punto di tramontare. Forse sono io che lo vedo violento, perché il mio cervello sta andando in frantumi. Non così in fretta: concentrati. Soggetto, predicato, verbo. Transitivo o intransitivo? Complemento di specificazione. Un passo dietro l’altro. Verso l’inizio della fine.

Sconnettersi dalla Sfera Dati non è difficile. Ma è impossibile comunicare attraverso di essa, cercando di mettersi in contatto con le altre colonie.

Ci sono molte storie qui che si intrecciano. Lui non fu solo cancellato dal futuro e dal presente, ma anche dal passato. Ogni sua traccia, sparita dalla Sfera Dati. Anche il mio passato fu ritoccato: ora faccio la contabilità amministrativa. Le lacrime le avevo finite già da un pezzo, ma avevo un piano.
Innanzitutto i numeri. Codici, e il mio contatto con Trickster, retaggio della vita precedente. Sconnettersi dalla Sfera Dati non è difficile. Ma è impossibile comunicare attraverso di essa, cercando di mettersi in contatto con le altre colonie.
Su ogni pianeta del Sistema si prepara la rivolta. Le caste finiranno. Ma le distanze siderali tra una comunità e l’altra rendono le comunicazioni estremamente complesse. Divide et impera. Il messaggio sarà inscritto nel DNA del mio corpo, un codice criptato impossibile da decifrare se non avendo la chiave. Nessuna interferenza, nessuna fuga di notizie. La riscrittura del DNA, ovviamente, comporta una progressiva degenerazione delle mie cellule, fino alla morte.
Scrivo per tenere la realtà sotto controllo, per ritardare quel momento, anche se so che non sentirò dolore. Ma questa è solo una parte di verità. In un ultimo guizzo di vanità, vorrei che alla fine del mondo qualcuno si ricordasse di me.

Ricordo ancora. Chissà per quanto. Non devo percorrere molta strada per arrivare al luogo stabilito, ma le mie gambe diventano sempre più pesanti e le distanze si dilatano.

Il siero comincia a fare effetto. Prendo dalla tasca il mio berretto rosso, un ricordo di lui. Non so se la modificazione del mio DNA sta già iniziando a danneggiarmi i neuroni, ma un brivido mi corre lungo la schiena, lento e freddo come una lama di metallo lungo le vertebre.
Era estate e correvamo in un’auto lungo la costa. La mia immagine si rifletteva nello specchietto retrovisore. I presentimenti mi agitavano. Ci fermammo e lui mi regalò il berretto: “Si intona al tuo rossetto”, disse.
Sul lato opposto della strada vedo due tipi che mi fissano, e non è il solito guardare con gli occhi appiccicosi di chi vorrebbe sbattermi al muro e scoparmi. Pupille che mi seguono. Forse è solo paranoia, continuo a camminare decisa fingendo imperturbabilità.
Ci fermammo per una breve sosta al mare, quel giorno. E mentre ci sedevamo sulla sabbia scivolai e caddi e con me cadde la borsa e dalla borsa uscì il mio diario che si aprì lasciando scivolare delle pagine staccate con degli appunti. Era un elenco di nomi: scrittori di regime.
“Che stai facendo?”, chiese. “Un’indagine”. Ridemmo.

***

I due uomini vestiti di scuro mi seguono a una certa distanza. Accelero il passo, le macchine in fila mi proteggono in parte. Entro nel parco sulla destra, mi nascondo sotto i cespugli. Aspetto. Sento una macchina sfrecciare con la sirena spiegata. Saranno loro.
Mi tolgo il berretto dalla testa, stringo la lana nella mano, ne accarezzo le pieghe per calmarmi. Me lo ficco in tasca, amuleto portami fortuna. Non posso morire per niente. Esco, corro e mi infilo velocemente nella fermata metro solo dieci metri più avanti. La testa mi pesa, quasi scivolo su una gomma scendendo di corsa i gradini.
Come quella volta quando ero piccola: stavo per scivolare su quella che credevo essere una gomma, rosa e gonfia, e poi mi sono piegata a guardare e invece era un uccellino caduto dal nido. Ormai morto, lo avevo pure schiacciato. La tristezza fu tale che non riuscii a piangere.
Il treno passa immediatamente. È l’ora di punta, penetro nel vagone incuneandomi tra i corpi pigiati l’uno contro l’altro. Una fermata. Mi ficco nel mezzo di una folla composita, al centro. Da lì vedo gli stessi due tizi. Si guardano intorno. Mi cercano. Parlano ma non tra di loro. Da qualche parte immagino altoparlanti che trascrivono un rapporto. Istruzioni GPS inviate istantaneamente li dirigono sui miei passi. Ma io mi nascondo, li sorpasso, sono fuori.
Cammino. Accelero il passo. Le gambe mi pesano. Non credo manchi molto, ormai. I vecchi palazzi, che sembrano caserme tutti uguali color foglia marcia caduta a terra, troneggiano da un lato e dall’altro della strada. Mi inquietano ma non li vedrò mai più e questo mi rende euforica. Mi concentro sulle file di alberi ai lati della strada, guardo in alto e si piegano sopra di me. Come in preghiera. In realtà sono io che prego, nenie dimenticate, mi lascio cullare dal ritmo. Cerco di non cedere il passo.
Ne scorgo altri di quei bastardi, a pochi passi davanti a me. Li riconosco da quella loro faccia grigia come un muro appena ritinteggiato, una tabula rasa su cui sono stati incisi comandamenti perentori. Loro eseguono gli ordini, ma con freddezza. A loro questa caccia piace. Si divertono, gli brillano gli occhi, di un nero brillante su facce altrimenti di pietra.
Mi getto in una via laterale, vedo un bar, entro dalla porta a vetri che sbatte dietro di me. Il barista mi guarda da dietro il bancone di radica con le rifiniture in oro laccato. Il rivestimento in marmo verde della superficie getta una luce sinistra e malaticcia sul volto dell’uomo.
Credo lui intuisca che sono un animale braccato. Chiedo un succo d’arancia e lui me lo versa sapendo che non lo berrò. Non dice niente, ma lo versa comunque.
Entro nel bagno e l’odore di piscio mi investe. Cerco una finestra. La trovo, sopra la tazza del cesso. Troppo piccola, cazzo. Avanti e indietro, misuro con i miei passi davanti al lavabo cercando un’idea. Mi appoggio e mi guardo allo specchio, che mi rimanda un’istantanea del mio volto. Vedo nuvole, macchie di colore, non ho molto tempo. Non posso fare tardi.
Alzo le mani e le guardo, cercando stabilità nei miei arti che tremano, i bordi si perdono in righe color ciano e magenta. Le dita ricoperte da un velo di cocaina di pessima qualità, le sciacquo freneticamente. Idea. Chiudo la porta a chiave, respiro. Ho paura. Mi tolgo i vestiti e mi cospargo il tronco di sapone. Dai fianchi su fino alle spalle.
Mi porto dietro il cappotto, salgo sulla tazza del cesso cercando di non scivolare sulle gocce di pipì che imperlano il bordo e poi salgo sul vecchio cassone dell’acqua e mi posiziono sopra il cappotto che ho posizionato sul bordo inferiore della finestra. La mia testa esce e ora tocca alle spalle e cazzo il muro mi scortica la pelle. Non passo. Prendo il cappotto che volevo usare come protezione e lo butto fuori. Riprovo. Un centimetro dietro l’altro, non avevo mai considerato quanto lungo fosse questo corpo.
Mi aggrappo all’inferriata e faccio forza e tiro e ora tocca ai miei fianchi, si graffiano, il sangue esce colandomi lungo le gambe. Ruzzolo giù per terra come un sacco di spazzatura senza grazia. Raccatto il cappotto e lo indosso, un braccio poi l’altro, me lo stringo attorno, il tessuto preme contro le ferite bruciando di sollievo. Un tonfo sordo da dentro il bagno. Spallate contro la porta, uno, due. Inizio a correre.
Mi pesano le gambe, ma corro comunque. Un fuoco freddo mi spinge da dentro, come rubini che mi graffiano le vene. Torno sulla strada principale. Vedo Trickster, in fondo. Mancano davvero pochi metri. Mi sforzo. Soggetto. Complemento oggetto. Predicato. No, soggetto, predicato, complemento. Copula. Che poi che differenza fa, ormai, il confine tra me e il negativo di me, esiste davvero? Moneta, vulcano, randagio. Reprimo un fiotto di parole nel cervello.
Mi aggrappo a questa stupida logica, illusione, retorica d’uso. Mi serve ancora un po’ di tempo, un altro po’ di spazio. Poi sarà sogno.
Di nuovo scende la lama lungo la vertebra e non so se sono loro che mi stanno dietro, se è tutto frutto dei miei neuroni impazziti o se è il mio corpo che sta smettendo di funzionare. Mi avvicino, quasi galoppando, quasi sempre sul punto di cadere. A un sospiro dal cadere. Lo so che mi sono dietro. Sento i loro passi, numerosi, battono sul pavimento violenti, più veloci di me. Sento delle sicure scattare. Devono avere i nervi a fior di pelle. Senza guardarmi indietro estraggo dalla tasca il berretto rosso e lo lancio. Lo crivellano di colpi.
Sorrido. Trickster tira fuori una pistola. Non è solo, adesso. Non ho mai capito se lui fosse umano o no, ma non conta. Sicuramente non è di questo mondo, non è di carne. Io sì, sono l’uccellino caduto dal nido. Rosa e gonfio. Mi schianto a terra ma non sento dolore, il cemento si piega sotto il peso della mia schiena o questa è l’illusione della percezione che scivola via.
Guardo in alto, il cielo è azzurro, come il mare quel giorno. Dei proiettili tagliano l’aria sopra di me. Sento odore di ferro e sangue nell’aria, ma so che non è il mio. Dita blu lunghe affusolate che potrebbero suonare i Notturni di Chopin invece di ammazzare mi afferrano da sotto le ascelle e mi trascinano dentro un garage.
Il mio corpo di carne si trasformerà in codice, astrazione ideale dentro un groviglio di fibre e tendine e tessuti in decomposizione. Scagliato nello spazio all’interno di un bozzolo di silicio e oro. Decifrato, avvierà una reazione a catena verso l’alba di un giorno che non posso immaginare. Ritorno al sogno.

Illustrazione di Kin Andersen
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Published by

Giulia Belloni

Ho un milione di invenzioni da inventare.

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