La questione

Tra gli invitati al congresso sull’arte africana, c’è un santone che si muove lentamente tra sculture di capelli e crini di cavallo. Quell’incedere è in grado di attirare la mia attenzione. Vorrei trascorrere il resto del tempo a scrutarlo ma vengo continuamente interrotto da un bambino che attraversa la sala a bordo di un triciclo, libero di scorrazzare tra i convenuti come se non sentisse rimprovero.
Questo contesto è una finzione in cui è piacevole, persino doveroso, essere belli. Non mi occupo di cultura, faccio tutt’altro, eppure ho l’impressione di conoscere fin troppa gente. Se sono stato invitato, mi dico, qualcuno crederà che io abbia gusto. Per questa ragione, a volte, penso che potrei dedicarmi al commercio di mobili di antiquariato. Purché, si intende, io lo faccia in una città come Parigi. Significherebbe dedicarmi ad un’attività interessante con un elevato, naturale, accettabile margine di fallimento. Ormai da molto tempo, non me ne curo. Non me ne curo a causa della questione.
Lavoro alla “Perrotti&associati”, la catena di montaggio del più rinomato studio di commercialisti della città. Il mio ruolo è quello di compilare moduli che costituiranno parte di altri moduli, che andranno firmati, impilati e destinati ad un fine che mi è assolutamente estraneo. I miei colleghi sono sempre pronti quando si tratta di propinarmi la storia di quanto io sia indispensabile, prima che possa avere un cedimento che si ripercuota sul lavoro. Dalla mia scrivania e da quella stanza, però, io non andrò via. Non andrò via a causa della questione.
Qualche mese fa, invece, Carla mi ha detto che se ne sarebbe andata venerdì. Me lo ha detto guardando a terra, mentre le stavo a fianco con le braccia sui fianchi a reggere la schiena. Ancora mi chiedo se questa scelta fosse ponderata o se, invece, dipendesse dalla questione. Eppure non gliene avevo mai parlato, perché il suo corpo così intatto e risolto non avrebbe potuto comprenderla. Quanto avrei voluto prendere l’argomento, tirarlo fuori da me e appoggiarlo sul tavolo della nostra cucina. Ma la questione non ha spazio e non ha tempo per tener conto dell’esigenza. Carla se ne sarebbe andata venerdì. Era ancora domenica e la serranda si chiudeva appena. L’indomani sarebbe stato lunedì. Straordinario, pensavo, come un giorno possa continuare a seguire l’altro.

Carla se ne sarebbe andata venerdì. Era ancora domenica e la serranda si chiudeva appena. L’indomani sarebbe stato lunedì. Straordinario, pensavo, come un giorno possa continuare a seguire l’altro.

In passato, i termini della questione mi apparivano assolutamente gestibili. Ultimamente, però, è diventata un prurito invadente, una macchia in pieno viso, una presenza che mi comprime il diaframma al pari di una gestazione senza termine.
La questione è dirompente. Arginarla significa attivare una procedura precisa, che ho affinato nel corso degli anni: innanzitutto, devo prendere un bel respiro, di quelli che non si bloccano sullo stomaco. Subito dopo, devo isolarmi e concentrarmi, stringere le tempie, arginare le conseguenze. Durante il convegno, a un certo punto, è arrivata. Mi sono isolato in cortile, tra le foglie azzurro apocalisse. È utile concentrarsi sul colore delle cose, aiuta a non perdere il contatto. All’improvviso, ho sentito le gambe molli e il formicolio che saliva dalla punta delle dita. Ripeto, è solo immaginazione, ma non lo è affatto. Quando si annebbia la vista, bisogna guardare a terra, fisso sull’asfalto. Potrei andare verso il muro e tirare una testata contro questo calcinaccio solo per ricostruire un rapporto tra me e le cose.
Ma è evidente come questo training non porti ad alcun risultato. È inutile insistere sulle potenzialità del cervello, sulla necessità di diventare padroni di un corpo che non risponde al comando. C’è un demone che striscia, muove le sinapsi, comprime i nervi, mentre il resto di me non è altro che uno spettatore di una tragica deflagrazione.
Ricordo di essermi ritrovato nel pieno della questione persino al Jackie’s o durante la festa di pensionamento del titolare della Perroti&associati. Tutto è iniziato con la vista ad acquario. Mi colpì come, in poco meno di sei secondi, arrivò la bolla. La bolla è il segnale. Il cervello inizia a separarsi, a dividersi in due parti uguali. Mi pare persino di sentire qualcosa che somiglia ad un coltello che affonda nella gelatina. Una parte rimane intatta, a mantenere i sensi in superficie. L’altra, invece, si scompone a mo’ di carta da imballaggio, minuscoli frammenti che si sovrappongono e scoppiano. Il tempo si relativizza, procede a un ritmo nuovo, mentre fuori rimane così lento da risultarmi insopportabile. C’è un passo, fuori da me, che è quello dell’incedere lento di un santone ad un convegno, mentre io sono il bambino e il mio triciclo sfreccia, perde una ruota, perdo l’equilibrio. Nessuno è in grado di immaginare come si viva con una bolla d’aria infilata nella testa, col formicolio alle mani e la sensazione di perdere i sensi senza svenire. L’effetto iniziale è sulle appendici del corpo, su un dito del piede. Quando arriva la bolla, quando sento il formicolio, quando sono preda dello svenimento, quel dito del piede sparisce. Sparisce completamente.

Il cervello inizia a separarsi, a dividersi in due parti uguali. Mi pare persino di sentire qualcosa che somiglia ad un coltello che affonda nella gelatina. Una parte rimane intatta, a mantenere i sensi in superficie. L’altra, invece, si scompone a mo’ di carta da imballaggio, minuscoli frammenti che si sovrappongono e scoppiano.

La questione, appunto, è che io sparisco. Fino a quando parte dal piede, riesco a fare andare tutto liscio. Si possono fare milioni di cose senza dita dei piedi, soprattutto dove c’è perenne aria di neve. Qualche giorno fa, però, mi è sparita la mano. E senza la mano neanche i guanti aiutano: stanno lì, a dita mosce.
Ho fatto un paio di ricerche ma non ho trovato casi analoghi. È una vita di escamotage, tergiverso sul piano corporale. Sparisce una mano e infilo il polso in tasca. Sparisce il naso e tiro su la sciarpa. E così via, da circa vent’anni.
Quando Carla mi disse che sarebbe andata via venerdì, mi è sparita una parte del naso. Poi, un occhio. In ogni caso, con le donne è sempre un problema. Non posso fare a meno di pensare a cosa accadrebbe se mi sparisse l’uccello. Com’è accaduto al liceo, per esempio. Roba da uscire pazzi. Con la vescica piena nel bagno della scuola. Minuti interminabili nell’attesa che tornasse tutto a posto. Un uccello nuovo, anche piccolo, minuscolo. L’avrei usato per pisciare da qui all’eternità.
Da un paio d’anni, ho preso ad appassionarmi all’attrezzatura da neve. Passamontagna, guantoni, tute spaziali. Grazie a questo abbigliamento, se sparisco, l’impalcatura rimane intatta anche se dentro non c’è niente. Mi fa sentire decisamente a mio agio, per quanto sia spesso fuori luogo.
Ne ho parlato con uno specialista. Dopo avermi ascoltato, mi ha detto che anche lui ha un problema simile. Mi ha detto che quando sua moglie cucina le ali di pollo, lui si infila un dito nell’ombelico e spicca il volo. Gli ho risposto che si trattava di una questione ben diversa, perché io non posso volare ma sono in grado di sparire. Il suo sorriso incredulo frantumava ogni speranza di comprensione.
Quella di sparire è una condanna, una pena da espiare che si tramanda di generazione in generazione e che ha origine nelle colpe di mia nonna. Mi raccontava che il diavolo le riempiva i sacchi di farina in modo che questa non finisse mai. Potrebbe aver dato me in cambio di questa fortuna, le mie parti del corpo da utilizzare per compiere le peggiori atrocità.

La questione non è di facile soluzione. Immagino, spesso, che accada il contrario, ossia che spariscano tutti. Ma questa alternativa mi appare devastante più della questione di sparire io stesso. Questo posto rimarrebbe vuoto, il bicchiere di vino si rovescerebbe disegnando ghirigori sul tavolo, il triciclo continuerebbe ad andare per inerzia, sino a schiantarsi fragorosamente sulla saracinesca.
La bolla si è sgonfiata. Torno al congresso strisciando come un paziente in sala di rianimazione che chiede, con gli occhi, che gli si bagnino le labbra. Dalla sala, percepisco nettamente il movimento dei fianchi delle donne. Assecondarmi è l’unico strumento che conosco, l’accettazione dell’inverosimile per poi sminuire l’entità della questione sino a ridicolizzarla.
Io sparisco. Avevo già immaginato che fosse solo questione di tempo prima di sparire tutto intero, prima di immergermi in un luogo in cui non ci sarebbe stato spazio neanche per la voce.

Carla, sono nella nostra casa e scrivo, per te, della questione. In poco meno di sei secondi, è arrivata la bolla. Il cervello si è diviso in due parti uguali. Una parte è rimasta intatta, a mantenere i sensi in superficie, a percepire il fruscio del televisore del vicino, dall’altra parte del muro. Mi sembra persino di vedere un trenino umano di soubrette muovere i fianchi su Charlie Brown. L’altra parte del cervello si è scomposta a mo’ di carta da imballaggio, in minuscoli pezzi che si sono sovrapposti, in una distesa. Nessuno è in grado di immaginare come si viva dentro questa testa o come una bolla d’aria possa risucchiarti tutto intero. È un campo di fiori che mi scoppia nella testa per farmi dire basta.
È domenica, è l’una di notte.  Dall’altro lato della città si cucinano ali di pollo e qualcuno se la fa volando in salotto. Fuori nevica, questo lo vedo. Quando nevica si perdono i contorni delle cose eppure è rimasta così netta la mia presenza su questo divano. Queste dita scorrono sui tasti mentre il cervello si svuota lentamente. Le mie unghie ticchettano sul selciato del giorno. Ho perso la poesia, le parole pulsano come gigantesche insegne fluorescenti. Ancora, il sentire. C’è un giovane che regge l’ombrello con mano salda, un giovane che non ha mai tradito.
Perdonami, Carla, se sparisco. Passerà. E si andrà al parco, a leggere libri di filosofia a voce alta mentre tu guarderai a terra dicendomi che resterai. È così bello vedere una donna che ha coraggio. Dal canto mio, continuerò a ritrovarti, muta come neve, giovane e bella come quella sera lungo il Tevere illuminato, quando non potevo raccontarti della morte. Ferma nell’istante in cui mi mancherai. Sono sparito tutto. E nonostante io non senta nulla, tu puoi tornare sempre e ancora mille volte. Inizierò a battere la testa contro il muro. A ripetere che è solo immaginazione.
Carla, non è altro che una gigantesca bolla d’aria. Se solo potessi stringerla, scomparirebbe.

Illustrazione di Alessandro Baronciani
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