A bang in the void | Claudia Grande

Le persone con gli occhi silenziosi mi mettono i brividi.
Carl ha conosciuto questa sensazione quand’era priva di significato. L’ha scovata nella pancia del Tresor, prigioniera dell’atrofia muscolare. Annaspava per una sorsata di calore, qualcosa che gli restituisse il battito cardiaco. All’improvviso, la pressione si abbassa.
Carl assaggia un odore di gesso nell’aria; di gesso e di muffa. Luci spente, cassa tesa, fragore di torce nel buio. Molto chiasso, troppe facce. Facce a intermittenza, facce bagnate di musica techno. Facce inzuppate di occhiaie, vene rigonfie che battono al ritmo dei synth. Sudore. Sudore in pista, sotto le suole di gomma; schizzi di piscio tra gli amplificatori, piscio sui muri scavati di fresco.
Il Tresor ha la faccia scavata dagli anni che passano. Il Tresor ha la faccia escoriata di droghe. In questo locale c’è birra a sufficienza per ogni vescica della città, calcola Carl, grattandosi le nocche consumate. Sono l’unico sfigato col bicchiere vuoto: è il momento di rimediare.
Il bar si scatena un paio di spintoni oltre il cesso che lo tiene in gabbia. Carl ha una pasticca in tasca: un regalo di Beda, pronto da scartare. Sente la gola secca, respira catrame bollente. Ha schiumato una canna di troppo. Una striscia di carta vetrata gli raschia l’esofago. Beda, maledetto figlio di puttana: quest’erba non è forte, aveva giurato, sputando dai denti il tedesco marcio che si ritrova; puoi gustarla con calma e andartene a spasso dove ti pare. Volerai in paradiso, te l’assicuro. Paradiso un corno, razza d’imbecille. La canna di quel bastardo mi sta trapanando le tempie; ma d’altra parte, lo diceva mio padre: mai fidarsi dei bavaresi. Sono una razza pericolosa. Ho lo stomaco ribaltato, Dio mio. Sto per svenire. Se scartassi il mio regalo, se ingoiassi la mia ecstasy allora sì che filerebbe tutto liscio; e filerebbe tutto liscio lo stesso, cazzo, se non mi fossi fidato di un dannatissimo bavarese senza denti. Anche quest’ecstasy è roba sua, ma riconosco il disegno: ne ho viste a bizzeffe, di pillole così. Fila tutto liscio, e per davvero; è tutto nella norma. Anzi, questa roba è proprio buona.
Fanculo, la prendo.

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Mucchio | Davide Galipò

La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia. Una Prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno di fuggire. Un sistema di schiavitù  dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù.
— Aldous Huxley

Gli occhi di Irina si aprono alle prime luci del giorno. L’aria del mattino è tersa, e sotto di lei una montagnetta di piccoli aculei e cicche di sigaretta addolcisce la rudezza del suolo. Tutto attorno, gli alberi e il pallore dei volti dei ragazzi che le stanno a fianco, provati dal caldo e dalla stanchezza, i gazebo in lontananza ancora chiusi.
Fra poco l’arena sarà piena di persone, rimaste in coda dalla sera prima. Tutte cercheranno di guadagnarsi l’ambita prima fila.
Irina viene controllata da capo a piedi. «Per la sua sicurezza e per quella degli altri», dicono, le viene sequestrato un fondotinta e le ordinano di aprire la bottiglietta d’acqua con gli integratori. Potrà riacquistarla all’interno, una volta finita, alla modica cifra di due euro e cinquanta.
A perquisirla sono due donne: una più esile, l’altra più corpulenta, la fronte sudata e le guance cariche di tessuto adiposo. «Cerchi di collaborare», dicono, mentre le palpano le cosce e le natiche. Le aprono lo zaino e la fanno piegare in avanti.  Se avesse nascosto anche un piccolo coltello su per il suo ano, a quest’ora le avrebbe squarciato l’addome. Se avesse fabbricato un minuscolo detonatore all’interno del suo fondotinta, la bomba non sarebbe esplosa. Almeno per oggi, siamo salvi.
«Può andare». La procedura è durata più o meno sessanta secondi.
Subito Irina viene spinta da una forza motrice incontrollabile e non può fare a meno di correre. Prima di farla entrare, le mettono al polso un braccialetto elettronico, esercitando sulla pelle una piccola pressione.

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Gli amanti | Giovanni Schiavone

«Tutto questo delirio per qualche goccia», pensò Federico studiando il preservativo che si era appena sfilato. Il serbatoio era pieno. Pieno in modo ridicolo, ché lui non ne produceva molta.
Lara gli era sdraiata accanto, un neo sulla pancia, a sinistra dell’ombelico, e tre sul fianco destro. Era bella. Aveva i capelli lunghi, castani, il viso magro e gli occhi come uno strazio che si pianti nel cuore.
Federico cercava d’intuire le conseguenze che sarebbero scaturite da quelle quattro lacrime di seme. Il suo pube era intriso delle secrezioni vaginali di Lara.
L’atto sessuale era durato nove minuti.

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In terza persona | Federico Armani

 

Il campanello suona proprio nel momento migliore del film, il momento preferito dello smembramento magistrale.
Clara cambia posizione, torcendo il collo verso di me. Fingo di concentrarmi sulla tv e di non aver sentito. Quando mi dice vai tu, io sbuffo e cerco di districarmi dall’equilibrio di coperte e gambe intrecciate sul divano. Clara si sposta e mi libera dalla sicurezza del suo peso morbido. Si mette subito a lisciare i cuscini e a piegare le coperte. Intorno a noi, tutto sembra pulito. Ho sempre amato la casa di Clara: due stanze più il bagno. Facile da ordinare. Mentre apro la porta, noto le ombre che, dal soffitto, la lampada disegna sugli oggetti.
Per guardare Patric in volto devo alzare gli occhi di molto rispetto al mio orizzonte abituale. Mi sorride sulla soglia e rimaniamo un attimo in silenzio prima che lui dica piacere, Patric, e io dica piacere, Leonardo. Lo faccio entrare con una pacca sulla spalla, come un amico di vecchia data.
Ci siamo sentiti molto, nei giorni precedenti a questa sera; lo osservo mappare la stanza, timido, e mi chiedo se questo possa valere come scorciatoia per la familiarità.
Bacia Clara sulle guance. Si studiano per una frazione di secondo, ma non si guardano gli occhi, piuttosto un punto imprecisato del viso, un dettaglio, e subito rivolgono lo sguardo altrove, verso di me. Lui sembra leggermente più vecchio rispetto alle foto, ma sorride come un ragazzino.
Dopo cinque minuti stiamo fumando. Patric racconta, ride molto e molto forte, e i capelli biondicci ondeggiano convulsamente. È gentile, come immaginavo.
Spio Clara con la coda dell’occhio, cercando di capire. Lei se ne accorge, mi bacia dolcemente, poi ci indica ridendo una scena del film, esilarante anche senza audio. Ridiamo tutti e tre, insieme. Io guardo quello che lei vuole che guardi.

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L’odore | Luca Gringeri

Di che può parlare un uomo perbene con il maggior piacere?
Risposta: di sé.
F.  Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

Avete mai provato ad annusare l’aria mentre il sole sorge dopo una notte intera di veglia? Si sente qualcosa per cui sono sicuro esistano le parole, ma non so se riuscirò mai a trovarle. La bocca secca, le iridi offuscate dalla stanchezza, i muscoli dolenti vi chiamano al sonno, eppure c’è qualcosa nell’aria che vi tiene svegli.
Potrebbe essere il tanfo del vostro divertimento tequila-tabacco-cocaina che vi risale su dalle viscere come un senso di colpa oppure il profumo nervoso di chi conta gli ultimi minuti di riposo prima della sveglia, quello melanconico di chi dorme solo da troppe notti o quello aspro ma avvolgente di chi riposa in coppia oppure l’olezzo che fuoriesce dalle bocche digrignanti di chi torna da una festa, i cui pensieri combattono fra loro per farlo uscire da quel fremito che li ha tenuti in movimento per tutta la notte.
Forse avete avuto la mia stessa fortuna e su quel divano dove adesso siete rannicchiati una persona vi sta cingendo il braccio con entrambe le mani, aspettando che il sole sia alto. Io non so proprio descrivere quella sensazione, ma sono sicuro esistano le parole, perché le ho vissute.
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