In terza persona 

 

Il campanello suona proprio nel momento migliore del film, il momento preferito dello smembramento magistrale.
Clara cambia posizione, torcendo il collo verso di me. Fingo di concentrarmi sulla tv e di non aver sentito. Quando mi dice vai tu, io sbuffo e cerco di districarmi dall’equilibrio di coperte e gambe intrecciate sul divano. Clara si sposta e mi libera dalla sicurezza del suo peso morbido. Si mette subito a lisciare i cuscini e a piegare le coperte. Intorno a noi, tutto sembra pulito. Ho sempre amato la casa di Clara: due stanze più il bagno. Facile da ordinare. Mentre apro la porta, noto le ombre che, dal soffitto, la lampada disegna sugli oggetti.
Per guardare Patric in volto devo alzare gli occhi di molto rispetto al mio orizzonte abituale. Mi sorride sulla soglia e rimaniamo un attimo in silenzio prima che lui dica piacere, Patric, e io dica piacere, Leonardo. Lo faccio entrare con una pacca sulla spalla, come un amico di vecchia data.
Ci siamo sentiti molto, nei giorni precedenti a questa sera; lo osservo mappare la stanza, timido, e mi chiedo se questo possa valere come scorciatoia per la familiarità.
Bacia Clara sulle guance. Si studiano per una frazione di secondo, ma non si guardano gli occhi, piuttosto un punto imprecisato del viso, un dettaglio, e subito rivolgono lo sguardo altrove, verso di me. Lui sembra leggermente più vecchio rispetto alle foto, ma sorride come un ragazzino.
Dopo cinque minuti stiamo fumando. Patric racconta, ride molto e molto forte, e i capelli biondicci ondeggiano convulsamente. È gentile, come immaginavo.
Spio Clara con la coda dell’occhio, cercando di capire. Lei se ne accorge, mi bacia dolcemente, poi ci indica ridendo una scena del film, esilarante anche senza audio. Ridiamo tutti e tre, insieme. Io guardo quello che lei vuole che guardi.

A. I miei occhi

 

Siamo nell’altra stanza, ora, quella col letto grande. È ancora sfatto, e odora lievemente del puzzo acre che producono i corpi durante il sonno. Levo la chitarra dal mio posto, per liberarlo, e siedo alla scrivania mentre sento il frusciare dei vestiti dietro di me. Un risolino ogni tanto.
Mi giro, vedo i seni bianchi di Clara. È inginocchiata con le natiche sui talloni. Solletica il pene lucido e sempre più duro di Patric, che comincia a passarle le dita tozze sul clitoride nudo. Lei è presa da un riso irrefrenabile. Sposta l’altra mano sotto i testicoli di Patric e preme con forza. Quando lui le mette la lingua dentro, Clara urla. Ha i lineamenti stravolti.

Mi giro, vedo i seni bianchi di Clara. È inginocchiata con le natiche sui talloni.

Mi sono conficcato le unghie nel ginocchio. Abbasso lo sguardo solo per trovare nella mia pelle delle piccole mezzelune bluastre. Sento gemiti e acuti leggeri. Alzo gli occhi e Patric infila la sua punta rosso porpora tra le grandi labbra del mio amore.

 

B. Gli occhi di Clara

 

Rompo la regola ed esco. Forse loro se ne accorgono, forse no. Torno nell’altra stanza. Dietro di me ascolto il suono sordo di Patric che si scaglia contro Clara con movimenti del bacino.
So di sudare solo perché sento svaporare dal mio corpo lo stesso odore del letto sfatto.
Nella piccola sala il film va dritto verso l’epilogo. Passo i minuti a fissare il bagliore elettrostatico della televisione, al buio. Mi domando se sono eccitato o no, felice o no. Ma non funziona così, non è mai così semplice.
Mi volto solo quando sento un corpo sgusciare alle mie spalle. Ne sento il respiro.
Patric è nudo. Assorbo la sensazione di pericolo. Non potrei dire se abbiano finito, o se si siano interrotti.

Patric è nudo. Assorbo la sensazione di pericolo. Non potrei dire se abbiano finito, o se si siano interrotti.

Mi allunga la mano sotto al mento, mi tira a sé e in quel mentre vedo Clara scivolare sulla soglia della camera da letto, appoggiarsi in maniera disinvolta allo stipite. Ci guarda. Lei lo sa fare.
– Perché non ti lasci andare? – mi dice Patric.
Sembrano le prime parole che sento da anni.
Stringe la mia mandibola. La tiene da sotto come si farebbe con un cane per aprirgli la bocca, premendo ai lati con l’indice e il pollice. Mi bacia.
Incrocio gli occhi di Clara. Ci inquadra come una macchina da presa. È indagatrice, epistemologica. È la voglia di sapere come funziona a guidarla. L’indifferenza vagamente malefica di chi vuole solo sapere.
Patric mi cerca la lingua tra i denti. Sento il sapore traslato della gomma da masticare di Clara.
Fuggo da questo bacio e dalla libertà che sembra offrirmi. Patric non ha nessuna colpa. Non lo odio, non lo aggredisco. Siamo pelle da guardare.

 

C. Gli occhi di Patric

 

L’ultima stanza è il bagno. Quelli senza finestre si chiamano bagni ciechi. Mi ci chiudo per non so quanto tempo. Quando Clara mi raggiunge, alla fine, ha addosso una delle mie magliette, pulita. Sa del detersivo che usiamo noi, del bozzolo che potrei chiamare casa. Ha sicuramente parlato con Patric, di là. Di me.
Mi scruta come a chiedere perché, o perché no?, e io non so bene cosa risponderle.
Mi abbraccia dando la schiena alla porta aperta, da cui entra la luce della tv. Mi stringe come una madre. Forse si vergogna per me. Lascio entrare il profumo e, per qualche secondo, mi concedo la libertà di chiudere gli occhi. Abbiamo finito.
Quando li riapro, scruto oltre la sua spalla. Si vede un pezzo del divano della sala, da qui. Patric è seduto a gambe incrociate, nudo e a suo agio, verso di noi. Il suo volto illuminato dallo schermo è un intreccio di ombre. Ci guarda. Guarda quello che c’è da vedere. Sorride con piacere.

 

abc

Illustrazione di Matteo Napolitano
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