Miss Italia | Francesco Tacconi

 

– Siamo qui con Elena Rampi, la nuova miss Italia. Elena, ci vuoi dire qualcosa di te?
– Vuoi qualcosa di particolare, vero?
– Sì certo. Qualcosa che ritieni interessante e che possibilmente non sia già comparsa sui giornali.
– Ho avuto una adolescenza piuttosto turbolenta. Sono stata tossica dai tredici ai diciannove anni. A tredici anni ero bellissima.
– Tossica? Fantastico! Ma pure adesso sei molto bella, hai vinto il titolo superando tutte le altre partecipanti.
– Lo so, ma è diverso. Ora io mi sento bella. Indipendentemente da quello che pensano gli altri. Allora invece ero oggettivamente bella. Era una cosa innegabile e niente affatto una questione di gusti.Continua a leggere…

L’orchestrina | Nicola Dardano

Un abile direttore d’orchestra sa sempre come distinguere le voci dei singoli strumenti. Se una sola corda stride, se un tasto suona sghembo o un colpo arriva tardi, lui subito se ne accorge e riesce a intercettare, nel prodotto melodico della buca intera, l’esatta parte in errore. Ogni musicista lo sa e quando sbaglia, sbaglia sapendo di esser visto, perché sempre sente addosso l’attenzione del Maestro: l’infallibile giudizio del suo orecchio, che mai gli perdonerà una svista.
Così, non appena si accorse di aver cannato l’attacco, il Terzo si fermò e fece silenzio. Forse il fiato gli si era spento in gola, o forse la bocca aveva disegnato con le labbra un cerchio troppo stretto; fatto sta che la voce ne era uscita rotta, stonata e pure un po’ stridula, simile al gridolino di un bimbo più che all’ululato richiesto. Il Primo e il Secondo non si lasciarono scoraggiare e continuarono per un po’; ma le loro voci, da sole, non riuscivano a rendere tonda la gravità del suono, e per quanto i due si impegnassero, per quanto si guastassero la gola cercando di riempire il vuoto lasciato dal compagno, nient’altro ottenevano che un canto falso e fiacco, le cui note tradivano l’ideale profondità dell’ululato, ne snaturavano la terribilità e la risonanza. Il compito si era fatto insostenibile, e il Primo pensò che era inutile continuare così, se solo in tre potevano riuscire. Si fermò, e pochi secondi dopo anche il Secondo ammutolì. Tutti e tre rimasero zitti, fermi dov’erano nella radura, mentre attorno a loro la boscaglia ridonata al silenzio iniziava a riempiersi di nuove voci, intonate dal coro diverso e più ricco delle bestie: si riusciva a distinguere, sopra il cinguettio costante e eguale degli uccelli, l’improvviso ruggito di un lontano predatore, il bramito terrorizzato della preda in fuga, il grido folle e solo della scimmia; ma l’orchestrina, che sedeva per terra in mezzo all’erba, non ascoltava queste note, e attendeva impaurita un solo suono: quello sordo e secco dei passi di Pietro, che a breve avrebbero percorso la boscaglia, e l’avrebbero percorsa per punire.

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Vocabolario della fine | Caterina Migale

Tutto quello che riuscivo a vedere era una V maiuscola. Sapevo che si trattava della prima lettera della parola Vocabolario, inscritta sulla copertina del manoscritto, ma preferivo credere fosse l’inizio di Vittoria, la nostra vittoria.
Continuavo a scavare, tirando via cumuli di terra e frammenti rocciosi mentre Alice, Leo e Tata ridevano come pazzi; le loro voci echeggiavano nella grotta caricando l’aria di una vibrante isteria, quasi a voler riempire la somma dei nostri vuoti, in attesa che l’esistenza si riappropriasse del senso perduto. Duecento anni prima, l’animo umano era stato squarciato e il suo contenuto gettato tra le gigantesche fiamme di un fuoco ingordo; la realtà aveva perso i propri colori e il Grigio era diventato il nuovo ed unico sentimento, la nuova ed unica emozione; le imperfezioni dello spirito erano state proibite da una Legge che noi, esplorando quella grotta e riesumando quel vecchio dizionario, avevamo violato.

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I Vertumni in topless | Rodcinque

«Non si dovrebbe mai scopare per gratitudine.»
Stava assumendo la forma di chi ti prende per il culo. Quell’uomo di settant’anni, nudo e fiero come le statue delle piazze e altre cose vecchie, bloccato nel flash del momento, stregato da qualcosa che non era lì. Però era nudo e non era il caso. Anche il suo sbattersene era sincero. Per noi diventò irresistibile. Gli davamo più o meno il fantomatico “lei”, in formule discutibilmente ibride, del tipo:
«Scusi signore, ma che cazzo sta facendo?».
Non lo turbava. Ci snobbava cancellando i passi giù per una breve discesa. Gli stavamo talmente dietro da renderci conto che si andava verso un delirio di sagome.
«Lampedusa, tu ti trastulli altrove; fossi qui, ti sentiresti a una festa da McDonald’s.»
Volevo fare il simpatico. La ressa se ne stava lì, e si sporgeva a forza di zoom nella nostra direzione. Smantellavano le strade con bozzetti argentati. Un lamento cigolava fra gli angoli bianchi di quei capelli. A colpi di treppiede, buffetti sulle ruote e frustate di dentiera, orde di anziani ansimanti incedevano contro il sole. Ordinati tipo una legione di Immortali persiani, lenti come l’esercito di terra cotta di quel famoso mausoleo cinese. Un cronista avrebbe detto che «infuriavano, infuriavano dipinti fuori da sé stessi, desnudi e particolarmente affaticati». Non ci spostammo finché tra loro e noi si creò una distanza di circa duecento metri. A quel punto, divenuto evidente che ci avrebbero arati nel giro di un’ora se non ci fossimo mossi, prendemmo una rincorsa eroica, con quella sincera disperazione di quando c’è in gioco la vita. In fondo potevamo essere in pericolo, no?

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L’ultimo giorno | Giulia Belloni

Schizzi di caffè bollente mi riportano alla realtà. La pelle brucia, ignoro lo stimolo e guardo per terra.
La tazzina di plastica è raggrinzita come una foglia secca sul linoleum, la pozza di liquido scuro forma disegni ambigui. I colleghi sono sui loro terminali nei loro cubicoli, non mi prestano attenzione. Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere il capo che dalla sua scrivania nell’ufficio, protetto da un bozzolo di cristallo, mi osserva con piglio investigativo.
Mi chino per pulire il più velocemente possibile. Mi sforzo di colmare la latenza tra i miei gesti e la loro elaborazione, compito reso più difficile dal fatto che i bordi della mia mano sembrano sfaldarsi nell’ambiente circostante. Saranno le luci al neon, forse.
Butto la tazzina e la carta imbrattata nel cestino, mi alzo di scatto e quasi cado. Devo prestare più attenzione. Torno velocemente al mio posto, sperando che il capo non abbia capito tutto. Non so se sono già sulle mie tracce. Conoscendoli, probabilmente. Nessuno sa che è il mio ultimo giorno di lavoro, questo lavoro che odio. Il mondo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

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