Gli amanti

 «Tutto questo delirio per qualche goccia», pensò Federico studiando il preservativo che si era appena sfilato. Il serbatoio era pieno. Pieno in modo ridicolo, ché lui non ne produceva molta.
Lara gli era sdraiata accanto, un neo sulla pancia, a sinistra dell’ombelico, e tre sul fianco destro. Era bella. Aveva i capelli lunghi, castani, il viso magro e gli occhi come uno strazio che si pianti nel cuore. Ogni uomo che guardasse diventava una bestia da macello.
Federico cercava d’intuire le conseguenze che sarebbero scaturite da quelle quattro lacrime di seme. Il suo pube era intriso delle secrezioni vaginali di Lara.
L’atto era durato nove minuti.
Federico e Lara si erano reciprocamente desiderati per otto mesi, respingendosi sempre, devastandosi a vicenda. Infine, inevitabili, quei nove minuti di gemiti e odori e saliva. Lei era venuta quasi subito. Lui aveva cercato di prolungare la cosa, poi si era reso conto che non occorreva. Lara non avrebbe raggiunto un altro orgasmo e a quel punto era meglio farla finita.


Le era esploso dentro chiudendo gli occhi e digrignando i denti. Le aveva detto che era una troia. Aveva sbavato sul cuscino. Gli ultimi colpi erano stati violenti. Tutto il suo peso era finito sul torace e sulla faccia di Lara, che aveva sopportato senza proteste. Poi era andato a lavarsi.
– Tutto bene? – aveva chiesto lei.
– Sì.
In bagno, aveva riempito il preservativo d’acqua per verificare meglio che non avesse fori. Era ossessionato. Non voleva figli; a volte sperava di essere sterile. Fece defluire l’acqua e lo sperma giù per le tubature. Si lavò il pene e i testicoli e si guardò allo specchio.
«Poteva almeno prendermelo in bocca», pensò. Lara aveva evitato. I preliminari erano stati frettolosi. Lui l’aveva penetrata dopo averle appena sfiorato la fica. Lei nemmeno glielo aveva toccato. «Non vuoi sapere cosa stai per metterti in corpo?», era stato sul punto di domandarle. Ma l’ironia sarebbe stata inopportuna.
Lei voleva scopare da otto mesi. Anche lui lo voleva, ma aveva sempre resistito. Perché Lara era la futura moglie di Paolo, e Paolo era amico di Federico. Erano come fratelli. Si vedevano un paio di volte alla settimana, si sentivano tutti i giorni, avevano progetti insieme: un romanzo a quattro mani, un gruppo musicale, un nulla culturale. Erano compagni di destino, condividevano la medesima visione della vita. Fra loro c’era un legame denso. Affanculo il legame denso.

Erano compagni di destino, condividevano la medesima visione della vita. Fra loro c’era un legame denso.

Otto mesi. In otto mesi, Federico e Lara si erano baciati, accarezzati, abbracciati. Si erano detti l’amore. Se l’erano confessato. Federico era stato sotto casa di lei decine di volte, a ogni ora, a cercare il coraggio di portarsela via. Lara aveva respirato sul collo di lui tutti i respiri esausti che avesse nell’anima. Gli aveva toccato le labbra e stretto le mani, quando poi avevano deciso che il bacio doveva essere bandito. Per rispetto di Paolo e dell’imminente matrimonio. Del sacro vincolo del matrimonio e di quello profano del patrimonio, ché mica si potevano scompigliare le famiglie e gli anni di fidanzamento e gli accordi col ristorante.
Erano stati otto mesi di continui e logoranti addii. Vani addii. Le viscere si erano torte. L’amore è una puttana e io la scoperò fino a straziarla. Quante volte?
Ora Federico guardava se stesso allo specchio e vedeva la colpa.
Fra due settimane, il matrimonio di Lara e Paolo: fidanzati da due anni e mezzo. Federico conosceva Lara da allora, ma se ne era innamorato in seguito, senza sapere come.
– So che esisti da due anni ma ti ho riconosciuto solo adesso – gli aveva detto lei dopo aver compreso di amarlo.
Per lui era stato lo stesso. Si erano distrutti di desiderio insoddisfatto. E ora che lui aveva eiaculato dentro il corpo di lei – nel preservativo dentro il corpo di lei – il desiderio di lui era diventato senso di colpa. Un nauseante e irremovibile senso di colpa. Non riusciva a pensare a un futuro libero dal pentimento.

Lara era sdraiata sul letto con gli occhi chiusi. Sapeva che avrebbe fatto l’amore con Federico altre volte e che avrebbe sposato Paolo. E che il tempo dell’angoscia poteva essere momentaneamente sospeso. Pretendeva la gioia prima di dover scontare la pena.
Lui la chiamò. Lei rispose e lui restò in silenzio. Lei capì che doveva raggiungerlo ma lui non la guardava. La sua volontà di odiarla era più forte dell’amore che sarebbe mai stato capace di provare.
Lei s’accorse che lui stava precipitando e si chiese perché. Nessuno parlò per un attimo lungo. Lei domandò:
– Che c’è?
Lui s’accorse che lei non capiva la caduta e si chiese perché. Disse, con voce strappata:
– Che facciamo?
– Niente.
– Perché lo abbiamo fatto?
– Perché sì.
– Sto male, Lara. Sto soffocando.
– Calma.
Lei era nuda. Era bella. Era esile.
– Facciamo l’amore – disse – Vuoi fare l’amore?
– Fra due settimane ti sposi, lo sai?
Lara si avvicinò e gli accarezzò le mani. Lui pianse. Lei non se lo aspettava.
– Dobbiamo dirlo a Paolo? – domandò lui.
– No. Non avrebbe senso.
– Lo sposerai?
– Sì.
– Diventerai la donna di un altro.
– Lo sposerò, ma non sarò la sua donna.
– Perché?
Lei tacque.
– Non dovevi venire – disse lui.
– Non dovevi innamorarti di me – rispose lei.
– Come faccio a partecipare al vostro matrimonio?
– Facciamo l’amore.
Squillò il cellulare di Lara, in camera. Lei andò a prenderlo. Lesse il nome.
– È Paolo – disse ad alta voce.
– Non rispondere.
Il cellulare suonava.

Illustrazione di Elisa Talentino
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Giovanni Schiavone

Autore italiano nato a Torino il 29 gennaio 1983. Il romanzo "il dio osceno" (novembre 2013, Pequod) è la sua prima opera. Nitrisce.

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