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Subterranean Homesick Human

I

Dieci minuti dopo le sette di sera mi sono seduto su una delle due sedie di ferro che avevo in cortile. Ho appoggiato il bicchiere mezzo pieno sul tavolo e ho notato che nel punto di contatto tra la pelle del mio gomito e la sedia c’era della ruggine. Era una venatura cremisi dentro cui si muovevano dei punti luminosi. Ma il gracchiare di un corvo di passaggio mi ha distratto. Ho alzato gli occhi in ritardo sulla traiettoria del suo volo e mi sono reso conto che la luce del tramonto fluttuava ancora nel cortile. Adesso capivo. Ho chiuso gli occhi e ho sorriso. Immaginare che ci fosse qualcosa di poetico nella ruggine che rifletteva la luce di quel tramonto mi faceva sentire stupido. Poi la ragazza del negozio di fiori ha suonato al citofono. Ho riaperto gli occhi.

II

A marzo di quell’anno ero andato in pensione. Trentanove anni, un incidente sul lavoro e l’invalidità al sessantasei percento. Tutto cambiato per sempre. Avevo costruito per anni le case degli altri, ma nella mia – Milano periferia – ero ancora in affitto. Il mio mestiere era sempre stato troppo discontinuo per potermi permettere un mutuo. Aurora mi aveva lasciato poco prima dell’incidente e aveva portato con sé nostro figlio piccolo a Londra. Quando li chiamavo su WhatsApp, lei diceva che non aveva abbastanza giga per una videochiamata. Rispondeva sillabando dei sì e dei no con un ritardo troppo grande rispetto alla nostra reale distanza telefonica. Milano-Londra non era come chiamare Milano-Sydney.

Eppure, sentivo sempre l’eco della mia voce esaurirsi quasi venti secondi prima che arrivassero le sue risposte.

Ero sicuro stesse scorrendo un’app o chattando con qualcuno mentre era al telefono. Coi miei colleghi di lavoro non avevo mai legato. Sembravano attraversati da un fremito di vita solo quando parlavano di calcio. Altre volte passavano ore davanti a una birra, in un locale di sera, a soppesare la quantità di malta che avevano dato nella posa dei mattoni, quel giorno. Dicevano che io ero molto preciso e che non sbagliare quasi mai niente, nemmeno la tracciatura delle linee di posizione per le pareti, mi rendeva quasi antipatico. Qualcuno sosteneva addirittura che avrei dovuto fare il capocantiere, ma che ormai era tardi. C’era sempre una persona più qualificata di me, almeno sulla carta. Anch’io ho sempre pensato che fosse tardi. Ma non per fare il capocantiere. Mi sembrava fosse tardi per quell’altra cosa. Quella che Aurora mi aveva confessato di non provare più, il giorno in cui mi ha lasciato. E invece mi sbagliavo. C’era ancora spazio per la felicità.

III

La ragazza del negozio di fiori era sordomuta. Avevo ordinato alberi di giada, piccole piantine grasse dalle foglie verde smeraldo. Sono foglie che spuntano a coppie dal gambo. Richiedono solo luce, poca acqua, ancora meno terra e possono durare anni. Una settimana prima ero sceso in strada chiedendo aiuto ai miei vicini, una coppia di immigrati albanesi che gestisce una pizzeria al taglio. Fanno i turni sfasati e io mi regolo sui loro orari per uscire di casa. Quella mattina presto lei era al lavoro ed è stato lui a trasportare carrozzella e zaino fino al portone. Quando mi sono seduto, lui si è assicurato che fossi seduto ben saldo e mi ha abbracciato. Lo faceva sempre prima di salutarmi. Se fosse stata lei al suo posto, mi avrebbe dato un bacio sulla fronte. Sembrava che stessi partendo per chissà dove. Invece andavo in centro a Milano, all’hotel Encore. Mirco, l’unico della scuola con cui ero rimasto in contatto, lavorava lì da un anno, e quando aveva saputo dell’incidente mi aveva detto: – Adesso hai un sacco di tempo libero. Vieni a trovarmi al bar dell’hotel qualche volta che ti offro da bere. E così ne ho approfittato per un po’ di mesi, finché quella mattina sono partito molto presto. Di giorno ho fatto un giro per i negozi del centro mentre Mirco dormiva. Poi, verso le sei e mezza di sera, ci siamo incontrati davanti al bar dell’hotel e abbiamo fatto aperitivo un po’ defilati rispetto agli altri clienti. Alle ventidue Mirco ha preso posizione dietro il banco della reception per iniziare il suo turno. Io stavo per chiamare un taxi, ma lui ha detto che quella notte sarei potuto restare, c’era una camera riservata ai dipendenti e non sarebbe stata occupata da nessuno. Così sono salito nella stanza e ho aperto la finestra. Non avevo sonno. Ho svuotato lo zaino e ho disposto sul letto tutti i colori e le piccole tele che avevo comprato di giorno. Poi ho strappato quasi un intero rotolo di carta igienica per proteggere il tavolo su cui avrei appoggiato la tela e ho iniziato a dipingere. Lo facevo da poco, da quando avevo smesso di lavorare. Non ero particolarmente bravo, ma mi rilassava.

Disegnavo fiori, radici, vedute di campi e dettagli di piante. Solo cose vive che non potevano deludermi col passare del tempo.

La mattina dopo, appena Mirco ha finito il suo turno, abbiamo fatto colazione insieme e gli ho mostrato le tele che avevo dipinto durante la notte. Lui è rimasto un po’ interdetto.
Poi ha detto: – Non sono così male – Si è ricordato che proprio nella strada parallela all’Encore si era aperto da poco un negozio di fiori.
– È minuscolo – ha detto.
– Beh, vado a vedere – ho risposto.
– Ho letto su un cartello fuori dal negozio che quelli che vendono i fiori lì non parlano, forse non ci sentono nemmeno. Non so, si vedeva un logo, sembrava un progetto dell’Unione Europea, una roba di inclusione, cose così. Comunque c’era una commessa dentro. Magari devi usare il linguaggio dei segni o scrivere su dei biglietti.
– La commessa non parla e io non cammino. A posto così, no? – ho risposto.

IV

Il sorriso della ragazza del negozio di fiori era luminoso. S’irradiava ben oltre la notte che scendeva nel mio cortile, si muoveva come una brezza leggera tra le foglie degli alberi di giada che mi stava consegnando. Se ha tempo, le va di sedersi un minuto qui?, avevo scritto su un pòst-it che tenevo in mano. Lei ha fatto un passo verso di me, ma è rimasta in piedi. Allora ho lanciato quel foglietto per terra e ho sfoderato il secondo pòst-it. Nel suo bicchiere c’è del tè alla menta, c’era scritto.

Mi sentivo come Bob Dylan nel videoclip di Subterranean Homesick Blues. Ma la ragazza non ha reagito e così ho tirato fuori il terzo pòst-it.

Avevo scritto che le avrei regalato una tela e la busta appoggiata sopra. Dopo averlo letto, la ragazza ha posato le piante sul tavolo e ha smesso di sorridere. Avevo immaginato una reazione del genere al terzo biglietto e così ne avevo già preparato un quarto: So che in negozio ho già pagato anche la consegna. E poi un quinto di emergenza: Nella busta sulla tela c’è solo un omaggio per lei. E se non vuole la tela, ok. Le parole erano così compatte sul fronte e retro del pòst-it che la ragazza del negozio di fiori si è dovuta avvicinare ancora a me per leggere meglio. Quando ha preso in mano il biglietto, le ho indicato la busta. Lei, a quel punto, ha sorriso e poi ha raccolto uno dei pòst-it che avevo lanciato per terra. Ha preso una biro dalla sua borsetta e ha scritto: Se non ci sono soldi, ok per busta. Ma niente tè e niente tela, grazie del pensiero. Quando ho letto quell’ultima frase ho iniziato a sudare. Ho pensato che ero stato uno stupido a immaginare che la ragazza si sarebbe fermata per un tè o per scambiare anche solo un’opinione sul quadro.
Ho capito che avrei dovuto agire all’istante. Così, ho stretto tra le mani il bicchiere che avevo preparato per me sul tavolo e ho bevuto il liquido che conteneva tutto d’un fiato. Poi ho sorriso, cercando gli occhi della ragazza. Era distratta. Stava raccogliendo gli altri pòst-it che avevo lanciato per terra. Io però sentivo già la testa ritrarsi verso la schiena, come se all’improvviso la gravità avesse triplicato il suo effetto sul mio corpo. Non riuscivo più a parlare. Vampate di bianco mi fulminavano gli occhi mentre tentavo di indicare di nuovo la busta alla ragazza fino a che mi è sembrato di essere un mollusco che si comprime sotto il peso di un piede gigante come l’universo. Non avevo quasi più nessun potere su ciò che stava accadendo. Il mio sguardo è scivolato dalla busta alla ruggine della sedia. Quella macchia, anche se adesso si era fatto buio, era diventata ancora più luminosa. Era una venatura tempestata di piccoli bagliori lattei, stellari. L’ultimo squarcio di luce in un vortice di fenomeni chimici che mi stavano spegnendo gli occhi. Sono riuscito solo a intuire quello che è successo dopo. Mi è sembrato che la ragazza del negozio di fiori stesse aprendo la busta perché ho sentito l’accendino cadere. Lo avevo inserito lì, insieme a sette pòst-it, prima che lei arrivasse. Poi, ho perso conoscenza.

1

Grazie per la consegna
fuori orario di lavoro.

2

Non ho mai comunicato davvero
con nessuno,
prima di quel giorno
nel suo negozio.

3

Con lei ho capito che posso essere
terreno fertile per la bellezza.
La bellezza delle sue piante.

4

Gli alberi di giada non parlano,
come lei.
E in questo sono migliori
degli umani.

5

Sul retro dell’ultimo pòst-it di questa busta
capirà cosa fare col mio corpo*.
Sa, ho perso tante cose,
ma soprattutto il tempo.

6

 Adesso lo ritrovo grazie a lei.
Ho capito che
non c’è prima e non c’è dopo.
Tutto è circolare.

7

Se potrò essere concime
per le sue piante,
per me sarà come nascere ancora
Ma più felice.
* Il kerosene si trova
nel cassetto laterale di questo tavolo.
Se non se la sente di darmi fuoco
stanotte, la prego, chiami Mirco
(cell. 342.9753128)
e si assicuri che
le mie ceneri
riposino nella terra
delle piante di giada
che ho comprato.

Ascolta il podcast letto dall’autore

Illustrazione di Dino Caruso Galvagno

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