Lo zen e l’arte di saper fare fiorire un ricordo

Il 1984 è, grazia a George Orwell, un anno tanto simbolico da essere entrato prepotentemente nel linguaggio comune. Meno comune è invece pensare a questa data come quella in cui venne alla luce il capolavoro degli Husker Du, Zen Arcade.
Un concept album composto da 23 canzoni che “sporcano” l’hardcore con cui si erano fatti conoscere nei precedenti dischi con influenze folk, psichedeliche, a tratti addirittura pop, il tutto per raccontare la storia di una giovane persona nell’America degli anni ’80: spaesata nel vedere come il mondo si stava trasformando sempre di più in un grande centro commerciale, arrabbiata nel sentire sulla propria pelle i soprusi che tante altre persone vivevano mentre altra gente ingrassava, nostalgica verso qualcosa che non sapeva neanche definire (esiste un termine bellissimo in tedesco per questa sensazione, “sensucht”).
Ecco, sarà forse perché si autodefinisce “hardcore zen” e ho fatto una banale associazione di idee, eppure leggendo Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento di Alice Diacono, da ora VDBCUPSIM, ho provato sensazioni simili, una sorta di affinità d’intenti fra una giovane donna residente a Bologna e quei tre ragazzotti di Minneapolis.

Illustrazione di Agnese Ugolini

Alice Diacono ha già pubblicato sul terzo numero di «Neutopia», Dopo la fine, un suo testo sul Centenario della Rivoluzione d’Ottobre ed è autrice di una raccolta di poesie, Il tempo di un bidè, e di un saggio sull’insurrezione comunista a seguito dell’attentato a Togliatti del ‘47, Santa Libera: storia di un’insurrezione armata.
VDBCUPSIM si compone di una serie di piccoli racconti, anzi di “romanzi condensati”, inframezzati dalle belle illustrazioni di Agnese Ugolini, in linea con la poetica dell’autrice. Questi racconti parlano di tantissime cose, ma il trait d’union è proprio l’autrice stessa, dato che sono letteralmente “pensieri” sulla sua vita, i suoi parenti, la politica, i suoi amori, il tutto narrato con una vena ironica che per davvero più di una volta strappa un sorriso.
È difficilissimo poter valutare criticamente un libro del genere, nella sua semplicità: a che pro trovarne i lati positivi o negativi quando si parla della sua vita?
La Diacono pesca a piene mani dal primo David Foster Wallace per la tendenza a rendere epico il realismo isterico e a scrivere lunghi ed estenuanti elenchi, così come da Miller nel creare una sorta di intimità fra lei e i lettori o le lettrici, ma anche dal linguaggio dei social network raccontandosi così nella maniera in cui tutte e tutti abbiamo imparato a parlare e pensare, e in una certa maniera rende finalmente grande il linguaggio piccolo di tutti i giorni, tanto che questo può essere davvero un libro per chiunque, dato che travalica le ormai vetuste distinzioni fra letteratura alta e bassa, fra realismo e fiction, fra prosa e poesia.

La Diacono pesca a piene mani dal primo David Foster Wallace per la tendenza a rendere epico il realismo isterico e a scrivere lunghi ed estenuanti elenchi, così come da Miller nel creare una sorta di intimità fra lei e i lettori o le lettrici.

Lei descrive il suo lavoro come “hardcore zen” e forse è davvero l’etichetta che più le si addice: veloce, graffiante e a prima vista semplice come il punk hardcore, profonda e allo stesso tempo leggera come i proverbi zen.
Malgrado l’ironia e l’aria di spensieratezza che permea tutto il libro, in ogni “racconto” si percepisce una sottile tensione che ci dice tanto del mondo in cui viviamo.
Quel senso di precarietà in una Bologna che si trasforma a suon di tigelle e manganello, quella Bologna che sgombera Xm24 dalla Bolognina per costruirci sopra uno studentato che si vanta di essere nel “cuore della ribellione della città”, la fragilità di tante persone che ci passano accanto, la rabbia per chi ha edificato il mondo che viviamo accompagnano in sottofondo le storie divertenti di Alice.

L’utero è mio e lo gestisco io è un’affermazione un po’ forte. Diciamo che è più lui a gestire me.

Si sorride, leggendo questo libro, ma a denti stretti, e improvvisamente si scorge un collegamento fra la sua vita e il suo saggio sul proletariato che in armi tenta di vendicare Togliatti e viene fermato dal PCI e dai socialisti.
Perché in entrambi i casi sorge spontanea una domanda: “E se fosse andata diversamente?”

Alcuni giorni agisco come se
non avessi paura del futuro.
Decido deliberatamente di far finta di essere tranquilla,
di non avere ansie e incertezze.
Mi aggiro per casa con movimenti dolci e lenti,
contemplando gli alberi fuori dalla finestra,
mentre sorseggio una tazza di tè verde
che faccio finta di farmi piacere perché dicono faccia bene
e aiuti a combattere i radicali liberi.

Alice Diacono, Antropocena

Ad accompagnare i testi c’è una playlist che indovina più di ogni altra cosa l’umore di un libro più complesso di quel che sembra a una prima lettura: c’è la provocatoria vitalità de Le Ragazze di Porta Venezia di Myss Keta, certo, ma anche i ritmi secchi e sferzanti, proprio come alcuni suoi versi, dei DAF e lo scambio dialettico fra il “pieno” e il “vuoto” dei Demdike Stare.

Eppure, continuo a pensare che nell’epopea di VDBCUPSIM ci sia la stessa tensione che animava gli Husker Du (o i Minutemen di Double Nickels On The Dime, altro album che mi è passato spesso per la mente leggendo questo libro): nel caos grigio di questo realismo capitalista, il tentativo di mettere un disordinato ordine partendo da se stessi/e e da ciò che ci sta più vicino.
Del resto, Husker Du in norvegese vuol dire “Ti ricordi?”

Alice Diacono, Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento, Battaglia Edizioni, 2019
Illustrazioni di Agnese Ugolini, Introduzione di Franco “Bifo” Berardi
202 pagine

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