La macchina perfetta

È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente.

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Per cominciare un nuovo lavoro, ho bisogno di tutta una serie di documenti. Sono certificati di vario tipo – medico, giudiziario, burocratico – perché questo è un lavoro serio, a tempo pieno, che, anche se solo per pochi mesi, mi darà lo stipendio più alto che abbia mai percepito in tutta la mia vita. Va da sé, è un lavoro che non c’entra nulla con il sapere o insegnare qualcosa, ma non importa.
Quindi una mattina mi alzo alle sei, benché la sera prima sia rimasto sveglio fino alle due, per fare degli esami medici che mi hanno prescritto.
Mi fa un po’ impressione andare a dormire nel cuore della notte e uscire di casa ore prima dell’alba – quasi come se vivessi in una notte artica. È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente.
Invece sulla metropolitana c’è già un sacco di gente – facce tirate, occhiaie. Scendo a Porta Susa – c’è un vecchio che dorme, seduto su una sedia fuori da un bar, sotto i portici – cammino nelle vie vuote e tranquille e dopo poco arrivo.
È ancora chiuso, davanti ci sono diverse persone che aspettano, tutti variamente intabarrati: una giovane coppia che chiacchiera sommessamente, un tizio con una grande bottiglia d’acqua in mano, un ragazzo sui vent’anni, col cappellino da rapper e lo sguardo selvatico, che sale e scende da un’auto parcheggiata malamente, dove lo attende una signora bionda, cioè sua madre.
Quando ci aprono, saliamo in buon ordine un paio di rampe di scale e prendiamo dei numeretti da una macchinetta che li distribuisce. C’è un bancone con un medico sulla quarantina, che abbiamo visto entrare da una porta laterale pochi minuti prima – è pingue, occhialuto, barbuto, e ben disposto a scherzare. Ci fa passare uno alla volta, a ognuno chiede “sei venuto in macchina?”, perché in tal caso è necessario che lui firmi il documento per la macchina – cioè un permesso per entrare nella ZTL al fine di fare gli esami medici – e chiede a tutti se l’auto che hanno usato è diesel, perché in questi giorni, per via dell’inquinamento, c’è un blocco delle auto diesel, e se tu giri con il diesel il medico non può farti il permesso, e rischi di beccarti una doppia multa, quella della ZTL e quella del blocco delle auto diesel. Il tizio della bottiglia d’acqua è venuto con un’auto diesel.
Entra un medico molto vecchio e curvo, il suo collega più giovane lo saluta urlando il suo piemontesissimo cognome, poi si scusa con noi: è costretto a urlare perché il vecchio è sordo. Terminato il siparietto, il vecchio ci informa che il blocco delle auto diesel “non serve a un cazzo”.
Il vecchio comincia a chiamare, in dialetto, i nostri numeri. Si siede accanto a me la giovane coppia – faccio due chiacchiere col ragazzo, parlando del lavoro che devo cominciare, del lavoro che deve cominciare la sua ragazza, che lui ha accompagnato qui per gli esami. La ragazza ha un nome esotico, da mito greco, e un cognome che è il nome di un formaggio piemontese. Lei ha i capelli rasati ai lati e lunghi in mezzo, lui ha gli abiti e il modo di fare dell’alternativo incallito – la schiettezza e la disillusione ostentate al punto da essere tutto meno che schiette e disilluse. Mi chiedo quanti cani posseggano.
La ragazza è la prima ad andare, il medico dell’accoglienza le dà una provetta per raccogliere le urine e le indica il bagno, dice “so che non è carino” e le dà un bicchiere di plastica, “per aiutarsi”.
Dopo poco chiamano anche me.

Un medico grasso e baffuto, che non si è fatto vedere nella sala dove ci hanno accolti, mi preleva il sangue. Inserisce una cannula nella vena del mio braccio sinistro, spessa e ben visibile sotto la pelle.

Un medico grasso e baffuto, piuttosto scazzato, che non si è fatto vedere nella sala dove ci hanno accolti, mi preleva il sangue. Inserisce una cannula nella vena del mio braccio sinistro, spessa e ben visibile sotto la pelle. Riempie alcuni piccoli recipienti col mio sangue quasi nero. Poi mi fa mettere a nudo il torace e le caviglie, mi appiccica degli adesivi e degli elettrodi, e non devo fare altro che stare immobile su di un lettino, sdraiato supino, con gli occhi chiusi. Poi mi fa tornare nella sala di prima, attendo ancora un po’, finché non arriva un nuovo medico, sempre molto anziano ma più alto e un po’ più giovanile di quello che parla in piemontese. Costui chiama me, il rapper selvatico e la ragazza rasata per farci fare la spirometria. Nel frattempo altre persone sono sopraggiunte – altri medici, altri pazienti – la situazione è abbastanza caotica – i dottori chiamano gente che quasi sempre non risponde, perché impegnata in altri esami, allora ci si scavalca a vicenda nella serie dei numeri – ognuno ha un foglio su cui raccoglie le firme dei vari medici accanto ai nomi dei vari esami.
La ragazza è di nuovo la prima a entrare. Il ragazzo rapper pasticcia col suo foglio – è molto maldestro, si è già visto quando è entrato e ha dato i documenti al medico dell’accoglienza, che d’altronde non ha fatto niente per mettere a suo agio il giovane.
La spirometria consiste nel soffiare dentro a una specie di kazoo di plastica traforato, sotto al quale si attacca un tubicino. Il vecchio siede dietro a un ingombrante computer, mi dà una molletta per tapparmi il naso, mi dice di soffiare nel tubo – prima soffi lunghi e lenti, poi soffi forti e diretti.
C’è qualcosa che non va nel modo in cui soffio, perché mi fa soffiare molte volte.
Alla fine, col mio foglio su cui finalmente ho raccolto le firme di tutti i medici, torno da quello dell’accoglienza. Mi prende il foglio e mi dice “buon anno” mentre se ne va per un corridoio con delle sue colleghe arrivate nel frattempo. Gli chiedo cosa devo fare per avere gli esiti, lui risponde che “passerà un addetto”, cioè che il mio datore di lavoro saprà gli esiti ed eventualmente me li comunicherà.

Uscito di lì cerco un posto per fare colazione, dato che ho dovuto presentarmi a stomaco vuoto.
Mi infilo nel primo bar, uno di quelli grossi di via Cernaia, con le slot machine e le strane frequentazioni che li contraddistinguono. Ci trovo il rapper ventenne che fa colazione con la mamma – non gli parlo, non pare desideroso di comunicare, ha lo sguardo ombroso dei ventenni.
Dietro al bancone ci sono due baristi in uniforme, col farfallino e tutto il resto – uno è giovane, l’altro avrà cinquant’anni. Parlano di calcio, gioviali, finché il giovane dice serio “io guardo solo il calcio in sintesi” e questo pare chiudere qualsiasi conversazione. A un certo punto entra un grande cieco col bastone bianco e una lunga barba, e dice, rivolto a tutti gli invisibili presenti, “buongiorno signori”.
Prendo un cappuccino e una brioche con una crema verde che forse è al pistacchio ma non sa di niente se non di dolce. Poi passo in una tabaccheria, compro dei biglietti del tram e delle caramelle per la tosse, e mi incammino verso il palazzo di giustizia.

È sorta un’alba rossastra e fredda, la vedo sopra i tetti dei palazzi. Per le strade ci sono molti ragazzi nigeriani – girano tenendo in mano telefoni e cappellini, si piazzano davanti ai bar e ai negozi del centro, sotto ai portici, per chiedere l’elemosina.

È sorta un’alba rossastra e fredda, la vedo sopra i tetti dei palazzi. Per le strade ci sono molti ragazzi nigeriani – girano tenendo in mano telefoni e cappellini, si piazzano davanti ai bar e ai negozi del centro, sotto ai portici, per chiedere l’elemosina. Ma sono giovani e robusti, hanno smartphone in buone condizioni, continuano a telefonare parlando rumorosamente: non sono per niente credibili come mendicanti, la loro presenza è quasi ridicola – mi chiedo cosa li abbia portati qui, e una volta qui cosa li induca a passare le mattine per la strada col cappello in mano – non certo i pochi centesimi che riescono a raggranellare.
Su corso Vittorio una signora sudamericana mi chiede come si faccia a raggiungere corso Francia; provo a spiegarle che corso Vittorio converge con corso Francia, ma a una bella distanza, e dipende da dove deve andare in corso Francia. A un certo punto mi rendo conto che proprio non capisce l’italiano, e allora cerco di farle capire qualcosa con uno spagnolo rudimentale e improvvisato. È comunque molto contenta quando mi saluta e se ne va.
Entro nel palazzo di giustizia. L’ingresso è sotto un immenso portico di mattoni rossi. Degli operai arrampicati su una scala a pioli stanno trafficando un portone. Sono in uniforme, come gran parte delle persone presenti.
C’è una fila di metal detector come negli aeroporti – una delle guardie mi dice di togliermi tutto quello che ho in tasca, “come all’aeroporto”, e farlo passare in un cesto di plastica insieme allo zaino, mentre attraverso la barriera di metal detector.
Ho sempre pensato che il palazzo di giustizia fosse un edificio bruttissimo, guardandolo da fuori senza mai entrarci. Vedendone il cortile interno ne apprezzo invece la funzionalità; l’esigenza è avere un solo ingresso facilmente controllabile, e una molteplicità di spazi interni a cui si può accedere solo dal cortile, pieno di piccole aiuole di floridissime erbacce.
Raggiungo facilmente il posto dove devo andare, perché gli spazi sono gestiti in maniera intelligente. Anche qui devo prendere un foglietto con un numerino. C’è un tizio anonimo che attende davanti a me e poi sparisce, una giovane e grassa donna nigeriana che compila dei moduli borbottando, uno sui trentacinque accompagnato da una vecchia, forse una parente, che impreca e pare seccatissimo. Appesa al muro c’è la riproduzione di una celebre stampa di Tamara De Lempicka.
Ci sono delle gabbie di vetro davanti agli sportelli, in modo che si possa discutere con le impiegate senza essere ascoltati dalle altre persone in attesa – attendo vari minuti senza che succeda assolutamente niente – ci sono delle impiegate agli sportelli, ma fissano i computer e non chiamano i numeri.
Quando mi chiamano, apprendo che dei due certificati di cui ho bisogno uno non è ancora pronto. Li ho prenotati su internet, ma devo avere frainteso le indicazioni scritte sul sito della procura. Quello che mi danno è un foglio che riporta tutti i procedimenti giudiziari in cui sono imputato. È un foglio con una magnifica intestazione e con scritto, ben grande e in mezzo, nulla, e mi pare comico essere venuto fin qui e aver pagato venti euro di marca da bollo per questo.

(Continua)


Immagine di Joanne Chen

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