Il dito del re

Sângele apă nu se face  [1]
(Proverbio rumeno)

Portarono al re le carte dei suoi possedimenti. C’erano tutti i boschi, i campi e le fortezze, annotate una per una dalla perizia dei suoi scrupolosissimi geografi. E in ogni punto della carta egli aveva un emissario, legato col sangue; e tutti questi puntolini di sangue facevano tra loro una rete saldissima, e ogni regione era una pietra da custodire, una pietra salda su cui edificare.
Aveva spinto i cartografi ovunque, in ogni recesso di quel mondo sconosciuto, a migliaia e migliaia di pertiche lontano; nel gelo delle montagne, in paesi minuscoli, inaccessibili, circondati da foreste e radure, paesi che quando cade la neve scompaiono, rimangono bianchi, bianchissimi: li aveva mandati in mezzo ai deserti, nelle profondità dei mari, quello di sopra e quello di sotto, fino alla terra del Signore, l’incredibile Gerusalemme, a vedere il grande cerchio del Santo Sepolcro. Come aveva fatto Alexandros, il grande re di tutti i tempi, che prima di mettersi in viaggio faceva correre esploratori per tutta l’Asia: e la conquistò, la sottomise tutta, senza tralasciarne un palmo.
Quanto si sa su di lui, il re l’aveva letto. Si era fatto copiare dal vescovo due libroni, e li custodiva insieme al sacro tesoro; li mandava a memoria in modo che entrassero nelle sue fibre, scendessero nel suo corpo, e lo spirito del condottiero lo guidasse.
Con l’indice scorse le sacre mappe. Il piacere di sentire sotto di sé la carta pergamena, il segno del suo possesso, gli fece brillare gli occhi; e ancor più perché era volere del Signore. Ogni bene era per Dio; tanto più si conquistava, tanto più questo piacere era grande, ed era ben grato a Dio, era l’intimo piacere di chi svolge il suo compito con dedizione e amore, del sacrestano diligente, del buon vassallo.

Il piacere di sentire sotto di sé la carta pergamena, il segno del suo possesso, gli fece brillare gli occhi; e ancor più perché era volere del Signore.

Gli brillarono gli occhi. Ma subito si chetarono, a vedere quanto grande e quanto complicata era la scacchiera dei suoi possessi. Quella terra era del tale, l’altra dell’altro; quella, del suocero; questa qui, in mezzo a due fortezze, di quelle migliori, di quelle che quando ci entravi ti sentivi subito a casa, quella terra era del cognato: sa Dio quanto avrebbe voluto levargliela, che insidiava le donne, lì, in casa sua, sotto gli occhi suoi…. quanto avrebbe voluto mettere le mani su quelle corone, dare un taglio a quelle alleanze di comodo, senza fiducia, senza sangue… Il suo regno sembrava fatto a macchie rade, come le prime gocce di pioggia sulla sabbia, che fanno dei cerchiolini piccini, l’uno lontano dall’altro, e solo quando piove davvero nessun granello di sabbia si può distinguere da quello a fianco. E c’erano le terre dei vescovi e quelle dei signori, e c’erano le città degli arricchiti, con le torri alte a sfidare Babilonia, ed erano le porte dell’inferno.

Il suo regno sembrava fatto a macchie rade, come le prime gocce di pioggia sulla sabbia che fanno piccoli cerchi, l’uno lontano dall’altro.

Egli le assediava, le città. E come le assediava. Quando ne prendeva una, la radeva al suolo e non faceva prigionieri, come non ne fece il Signore su Gomorra. Il maglio cadeva pesante per tutti. Quell’esempio sarebbe rimasto nella storia per secoli e secoli, qui come tra le genti dalla pelle bruciata o dagli occhi a mandorla. Perché eterna è la vendetta di Dio.
Guardava quelle terre disgregate e si sentiva avvampare, come si sentì avvampare non il buon Salomone che non ne sarebbe stato capace, ma Davide sì, Davide di fronte al gigante.

Sarebbe arrivata la pioggia. Arriverà il temporale e tutti i granelli di sabbia saranno uguali. Quel mondo empio e traditore sarebbe soffocato, doveva soffocare, non vi sarebbe stato scampo. Allora le squadre si sarebbero misurate, i cavalieri in porpora rossa avrebbero eruttato lava e sangue, la linea dei cavalli si sarebbe increspata, in un tripudio gioioso come le feste dei contadini. E, una volta sgozzato il maiale, grande e goffo, ci si sarebbe sdraiati per terra, come mazzi di fiori, senza più contare i morti e i vivi, che tutti avevano vinto, e Dio avrebbe trionfato un’altra volta. Sarebbe stato uno scintillare di lame e di elmi, un gioire di spade, e Le schiere come le onde che si ammassano sulle onde; il re, irrigidendosi in un lampo rivelatore, guardò gli astanti, l’unghia toccò un punto della carta. Arriverà il temporale.

Illustrazione di Gipi

[1]   Letteralmente: “il sangue non si fa acqua”, riferito alle relazioni familiari.

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