Un giorno rovente d’inizio estate dentro di noi giunse la nebbia: non fu un fenomeno comune subito a tutti. Il primo concittadino che vedemmo rallentare il solito passo indaffarato e dirigersi pacioso verso il Parco Grande, fissando le fronde, fu semplicemente considerato pazzo. Poi, con la lentezza di una clessidra pachidermica, sempre più persone iniziarono a comportarsi allo stesso modo e, almeno all’inizio, ne fummo incuriositi. Quando, però, per ognuno di noi un amico, un familiare, un conoscente entrò in quella disposizione d’animo – che perdurava mutandolo come persona – fu panico generale nella Grande Civitas di Táva Ný. Tutti ci rinchiudemmo in casa, con scorte di cibo per settimane, mentre l’aria torrida stagnava da giorni; in strada, attraverso le persiane, si sentivano le voci degli abitanti che trasudavano e bisbigliavano, cantilenavano inni religiosi, inveivano contro quella follia che aveva strappato loro un figlio, un marito, una madre. Nessuno sapeva dare una spiegazione. Si vociferava di un virus nell’aria, allora ci dotammo di mascherine, ma il contagio continuava. Pensammo a un batterio o a un parassita nell’acqua: chiudemmo l’acquedotto, convogliammo ogni tubatura alle cisterne, aviammo cicli di sterilizzazione e distribuimmo acqua in damigiane a tutte le case: il contagio continuava.
«È il cibo!» disse uno. La voce serpeggiò e distruggemmo le scorte, decisi a sconfiggere quel male con un lungo sciopero della fame: il contagio continuava.
Al quarantesimo giorno eravamo stremati e pochi di noi potevano riconoscersi ancora sani. Le persone toccate dalla malattia presero la strada di una nuova quotidianità, compassata, sospesa. Passeggiavano e poi, all’improvviso, restavano immobili a fissare le fronde degli alberi che si spogliavano a fine agosto. Il caldo perdurava potente, nonostante stesse terminando l’estate. Il terrore si era annidato tra noi, risibili sani rintanati nelle nostre case: attraverso le persiane vedevamo le espressioni vuote di tutti gli altri in strada che all’improvviso, guardando alle nostre finestre, si mutavano in ghigni serafici che deformavano loro i tratti in modo demoniaco.
Quando anche la Grande Quercia al centro del Parco Grande perse l’ultima foglia, tutta Táva Ný si ritrovò ammantata da un tappeto marrone, consunto dal sole implacabile.
Si sentiva in quel periodo un continuo scricchiolare di foglie attraverso le finestre, i muri, le porte, un tarlo inarrestabile che s’intrufolava tra i nostri pensieri. I passi dei nostri concittadini là fuori. Qualcuno ancora integro si suicidò in solitudine, altri portarono con loro i propri cari. In ogni palazzo, il fetore dei corpi gonfi era una miccia per la nostra paura, che esplodeva in panico sordo a ogni buona parola. Le foglie si silenziarono in polvere di miliardi di calpestii, sempre più fina, s’infilava tra gli stipiti, sotto le porte, nelle stanze, un odore penetrante e dolciastro, piante che parlavano di morte.
«Arriverà la pioggia, porterà via tutto, state tranquilli, arriverà…» ci aggrappammo a quella speranza, ma eravamo rimasti sani in così pochi che la nostra preghiera restava inudita. Quando s’interruppe anche la consegna dell’acqua, eravamo pronti a morire. Quel giorno preparai un gancio sul soffitto e delle mie cravatte feci una corda. La notte la passai a scrivere, per lasciare almeno un segno del mio passaggio sulla terra: siamo ossessionati dalle nostre orme.
Mentre, piegato, mi affannavo a lasciare scorrere quel rivolo d’inchiostro, sentivo le urla e gli schiamazzi della nuova umanità che si formava: i ghigni che di giorno si volgevano alle finestre, di notte prendevano vita e controllo dei corpi, generando una tremenda ordalia di furore e violenza, una cattedrale di sangue senza rimorso.
Tutti contro tutti, in grandi gruppi, i nuovi esseri umani si incrociavano e si assalivano e si martoriavano vicendevolmente le carni, le ossa, molti fino a morirne.
Che la malattia mi cogliesse o che quelle orde irrompessero in casa torturandomi di agonia per ore, non l’avrei permesso. L’unico padrone della mia vita ero io stesso. All’alba, finii di scrivere tutto ciò che mi interessava lasciare; salii su una sedia, annodai la corda, la passai attorno al collo e guardai la luce insinuarsi tra le persiane. Quei raggi – l’oro che penetrava il silenzio, che mi colpiva lo sguardo, la solennità che percepivo, solo io in quella stanza relitta – tutto mi parlava di pace. Fu in quel momento estremo, un secondo prima di calciare la sedia, che pensai che era davvero un peccato non poter più ammirare le fronde della Grande Quercia. Quel calcio si sospese da sé e la corda cadde in terra.
Il caldo si annidava nelle nostra ossa. Vagavamo a ogni ora per le strade di Táva Ný, dimenticandone il motivo: non era raro sorprenderci con lo sguardo fisso per aria su un pensiero sublimato e continuare ad andare. Tutti noi eravamo ridotti a scheletri rivestiti di cuoio e panni, a un passo dal profilo nudo degli alberi. Sul lastricato, sull’asfalto, sulla terra, solo polvere di foglie finissima, diluita nell’aria: tutto ciò che un tempo ci spingeva a incamminarci non esisteva più, perso tra le chiome svestite al centro dei nostri pensieri.
«Torneranno le foglie sui rami?»
«Ci sono state, riappariranno.»
«Ma come? Un giorno, così, o magari una notte, proprio quando non guardiamo… puff, di nuovo sarà tutto verde?»
«Le piante amano il caldo, vedrai: sarà tutto di nuovo tenero come erba marzolina.»
«E se non fosse?»
«I bambini nascono, la gente cresce, i vecchi si siedono e lasciano questo mondo, continuamente. E la vita: niente può sottrarsi.»
Pajevic mi diceva così, mentre fissavamo la Grande Quercia millenaria al centro del Parco Grande. Non ricordavamo nemmeno più l’ultima volta che una giovane foglia si era lasciata rosolare al solleone. Il caldo accompagnava le nostre vite, ma quel dilemma non ci faceva più vivere.
«Come mai sono tutte secche, le piante?»
«Non lo so, Alejandrov. A saperle, certe cose, si pone rimedio.»
«Nessuno lo sa.»
«Qualcuno lo saprà.»
«Non è possibile.»
«Ne sei convinto, Alejandrov?»
«Perché allora stiamo ancora così?»
«Abbiamo da attendere.»
«Quanto ancora?»
«Il giusto.»
«Pajevic, non ricordo più quando ho camminato sull’erba fresca, sotto le fronde ombrose, tra i profumi del rosmarino e della lavanda, dell’aneto e del cumino, addentando un mango sugoso, sbrodolandomi i vestiti di arancione vivo.»
«Ci saranno nuovi ricordi.»
«Ti fidi così tanto del futuro?»
«Mi fido dell’uomo.»
«Io credo nelle piante, Pajevic; ma non parlano più.»
Dicevamo cose sempre uguali, usando parole diverse in una stessa direzione. Poco lontano da noi una persona cadde riversa nella polvere, non un fiato.
«Ti ricordi com’era bello dormire sotto le chiome?»
«Non dormo più nemmeno nel mio letto.»
«Ma ti ricordi?»
«Un giorno ricorderò di nuovo che l’avrò fatto.»
«Mi sembra assurdo.»
«Cosa hai fatto ieri?»
«Ma che c’entra?»
«Dimmi, che hai fatto?»
«Ho camminato per…»
«Guardare gli alberi.»
«Forse…»
«Fissavamo gli alberi insieme, sotto il sole. Non è bellissimo?»
«Vorrei fossero loro così splendenti.»
Un avvoltoio volava sopra il corpo dell’uomo immobile.
«Mi hanno detto che forse fa troppo caldo.»
«Non lo so.»
«Magari è vero.»
«Non penso.»
«Perché?»
«Siamo fermi sotto al sole, senti che fa troppo caldo?»
«Tu no?»
«Io no.»
«Forse nemmeno io… ma se avessero ragione?»
«Dai, Alejandrov, non resisteremmo molto se fosse davvero rovente! Il caldo c’è sempre stato, che differenza può fare più caldo o meno caldo?»
«Beh, molta…»
«Forza, Alejandrov, ragiona! Táva Ný è sempre stata la Civitas del Caldo, non è una notizia, non c’è da stupirsi, siamo nati nel tepore e moriremo al calduccio. Le nostre ossa ci ringraziano ogni giorno, non patiamo il gelo, la freddezza, l’indifferenza. Siamo uomini, amanti della nostra casa, di chi ci è intorno: basta ascoltare chi vuole seminare dubbi e zizzania!»
«Possiamo almeno provare a innaffiare un pochettino? Per vedere come va, tutto qui, magari le piante si riprendono…»
«Non abbiamo abbastanza acqua, quella che rimane è per servire le nostre case.»
«E le piante?»
«Le piante non hanno bisogno di noi, Alejandrov, le piante sanno cavarsela da sole, vedrai.»
«Mi dispiace.»
«Sei perdonato.»
«No. Mi duole, ma non sono d’accordo con te.»
L’avvoltoio era venuto giù a spirale. Saltellava pigramente, come volesse gongolarsi e godersi fino in fondo il momento di bucare la pelle scura dell’uomo in terra.
«Tu vuoi distruggere la nostra società.»
«Ma no, Pajevic, io voglio solo aiutare.»
«Dando sempre contro ai tuoi compagni? Così dai una mano?»
«Voglio solo capire. Ho paura.»
«Non devi sentirti impaurito. Le cose andranno per il meglio. Fidati, Alejandrov, tutto si aggiusterà da sé.»
«L’ultima volta che abbiamo lasciato fare è rimasta acqua solo per le case.»
«E ti pare poco?»
«Vorrei solo che fosse tutto… più come prima.»
«Come prima… com’era prima?»
«Non so… forse, diverso.»
«Come un sogno?»
«Tu sogni ancora, Pajevic?»
«Qualcosa… ogni tanto.»
«Sei sfortunato. Io ho il domani.»
Il becco cominciò a punzecchiare i vestiti rigidi di sudore e terra, ombre a coriandoli dardeggiavano sull’avvoltoio, sul corpo, sulla terra dai fili d’erba come aghi.
«Sei sicuro che avremo un domani? Che ci alzeremo nuovamente, mangeremo, passeggeremo sotto al sole per conversare ancora una volta, sperando in una foglia, in un petalo di rosa, in tralci e viticci?»
«Ieri dicevi lo stesso, Alejandrov.»
Pajevic cadde in terra tra la polvere delle foglie e l’aria tremolante, non un sibilo. Il corpo rigido riposava tra le sferzate degli avvoltoi.
«Chissà se scopriremo di che malattia soffrono le piante.»
Mi mancava Pajevic. Me ne accorsi d’un tratto, conversavamo come sempre e puff, svanito. Solo degli avvoltoi litigiosi sulla terra arida. Quando era successo? Indossavo dei vestiti neri, ma poteva essere stato settimane prima. In un barlume di lucidità avrò voluto ricordarlo. Ci succedeva; chi ci faceva più caso? La memoria era divenuta un mistero. Orde di attaccapanni presi da lunghe file di arzigogoli mentali, e poi a fissare le chiome nude degli alberi. La polvere s’insinuava in noi. Cosa avrei potuto dire di lui? La nostra intera esistenza si riassumeva in una ruota di criceto: totalmente inconsapevoli e legati agli alberi spogli. Cosa era successo? Perché ce ne andavamo così? Le piante si sarebbero riprese? Tutto era nebuloso, pieno di chiarore, ma ogni cosa indistinguibile, senza stupore, vissuti nella nebbia perpetua. Sentivo che qualcosa sarebbe dovuto accadere; ogni volta che il pensiero finiva sopra a quell’idea, mi ritrovavo al punto di partenza, in infinite conversazioni, a nastro. Pajevic, avresti potuto dire qualcosa di diverso? Quelli come te, agli ultimi scampoli della progressione verso l’alienazione, rigettavano anche un barlume di lucidità e non c’era più una speranza. Non volevo precipitare nella nebbia, giù, verso un pozzo impercettibile spalancato sui becchi e sulle piume degli avvoltoi. Dovevo tornare a casa, barricarmi senza rimedio: assi alle finestre, mobili davanti a porte stuccate.
Non volevo più guardare quegli alberi scheletrici con il cuore pieno di speranza. Avevo bisogno di disperazione, di follia, di autolesionismo. Per sentirmi vivo dovevo sentire la morte.
In casa avevo cibo, acqua, vestiti puliti; libri, fogli, musica; terrore di fallire. La mia umanità era sopravvissuta? Me lo domandavo fissando il soffitto. Se Pajevic era scomparso in quel modo, quanti di noi stramazzavano al suolo nell’indifferenza beona di tutti? Piansi con tutto il corpo. Resistere. Se mi fossi ritrovato nel Parco Grande nel solito stato, che strada avrei percorso? Mi guardavo le mani spaccate, impronte primitive sui muri, pezzi di legno in terra: guerriglia in una stanza.
«Non puoi ribellarti così.»
«Pajevic, tu sei morto.»
«E vuoi morire anche tu?»
«Voglio fuggire da questa follia.»
«Non è folle vivere.»
«Vivere così? Pajevic, amico mio, questa non è vita.»
«Lo è in questo luogo dove io sono?»
«Dove sei?»
«Qui con te, ma oltre ciò che puoi vedere.»
«E cosa c’è, lì, che io non vedo? Come arriva la tua voce fino a qui?»
«Oh, Alejandrov, tu vuoi sapere sempre troppo.»
«Io voglio capire, col poco di lucidità che mi resta.»
«È il tuo problema. Non sarai mai felice se non accetti molte cose del mondo.»
«Tu eri felice?»
«Io non mi sono mai fatto troppe domande, Alejandrov.»
«Non è questo il punto.»
«Lo è davvero.»
«Voglio solo che tutto torni come prima.»
«Me lo hai detto molte volte.»
«Ci riuscirò?»
La voce di Pajevic tacque ed ero più sanguinante di prima. A quale mio assalto avevo resistito? Le ombre erano oltre gli angoli. Io non volevo morire così. Mi ritrovavo in punti diversi di casa, sempre più oggetti in terra tra l’intonaco e le chiazze rosse. Lo stomaco rodeva, un filo incandescente fino alla fronte segnata. Mangiavo, poi metà abbondante del mio pasto era sparso sul pavimento, conquistato dalle formiche. Leggevo e le pagine svolazzanti per casa componevano storie inedite. Dormivo, suppongo, perché una notte ricordai distintamente un sogno. Mi bagnavo in un cenote d’acqua freschissima, circondato da piante verdi e animali sbigottiti in ogni anfratto. Ero completamente fradicio di sudore, la stanza ricolma di un corpo appena palpabile, odoroso di pelle stantia e sangue. Se non avessi agito io, che pretesa potevo avere nella speranza?
La notte era ferma tra i suoi miasmi. I corpi dei caduti riposavano nell’ombra calda. Gli avvoltoi sui rami erano incubi latenti. Forzavo tutto me stesso a fissare le punte dei miei piedi nel buio, appena oltre. Le persone si trasformavano di notte, condensavano il loro fare angelico e incantato del giorno in contenitori di violenza punitiva e prodiga. Bastava meno di uno sguardo. Potevo mantenere il controllo ed evitare la furia cieca degli altri? Il cenote del sogno mi aveva costretto a evadere contro ogni giuramento: una mano tesa per riportare tutti a vivere normalmente a Táva Ný, il caldo a mitigarsi, le piante a germogliare, la morte a essere celebrata. Non ci credevo davvero; andavo. Che un angolo nascosto custodisse una chiave – una speranza almeno! – per rendere la normalità: una follia. Cosa volesse dire una vera speranza lo avevo dimenticato. Ne avevamo una unica per tutti, inconfutabile. Come si arrabbiava Pajevic se la si metteva in dubbio! Si sarebbe rizzato sulle gambe se l’avesse sentita: dovevamo solo attendere e tutto si sarebbe risolto da sé, per pura clemenza del fato. C’eravamo tutti dentro.
Il parco custodiva sapiente i suoi pericoli. Le persone non facevano quasi più rumore, il peso che rimaneva loro era di un pensiero fisso, mutevole con la luce e con le ombre. Mi muovevo quatto tra la macchia stremata, la polvere tra le mie falcate, e osservavo il terreno, le radici, i tronchi in cerca di un segno, di un presentimento, almeno. Un ramo spezzato mi rimbombò nel petto. Un gruppetto di persone camminava verso la mia direzione, i volti indistinguibili dietro i cappucci. Il fiato si affannava, l’aria calda ardeva di più, giù nella gola, i passi volavano sul terreno silenzioso. Non sarebbe finita così, sotto i loro colpi, una poltiglia massacrata per inumidire la polvere. Il pensiero dei loro ghigni ombrosi sul mio corpo esanime mi faceva correre più veloce. Sentivo che da ogni parte figure ingrossavano la coda dei miei inseguitori, camminavano dietro alla mia scia, senza perdere la loro preda, tracciavano la mia paura, l’affanno, la mia speranza diversa. Avrei potuto correre per tutta la notte? La luna era alta nel cielo, coperta dalle nuvole, sarebbe tramontata al levar del sole e io non avrei visto l’ennesimo cambio di scena. Il gruppo che mi braccava sembrava moltiplicarsi: erano due, tre, poi quattro orde da ogni parte che mi spingevano verso una direzione sempre meno libera. Superai la Grande Quercia. Mi avrebbero preso. Avrei accettato di diventare il loro agnello? Non avevo davvero scelta? Il Parco Grande si faceva sempre più fitto, rallentava le fila di quelle masse senza volto, infilate in cappucci scuri senz’anima. Era sempre stato così ricco di piante? Sembrava quasi che quei fusti spogli avessero preso nuovo respiro e si fossero stretti tra loro, per regalarmi una speranza, salvezza. Io correvo, senza fiato, trovando nuova aria nella voglia di sfuggire. Mi voltai, avevo guadagnato terreno, ma i fusti alle mie spalle sembravano così vicini tra loro, così intricati e impenetrabili; e davanti a me tra ogni pianta si srotolava una pista liberissima. Forse davvero la vita scorreva ancora sotto le cortecce grigiastre. Vidi in lontananza un ginepraio: se fosse rimasto tale, mi sarei salvato. Le spine mi assillavano la pelle, i vestiti si strappavano, il mio passo era sempre più incerto. Sentii le orde come un temporale che migra. Mi addentravo e la tranquillità si appaiava a una timida gioia.
«Sono salvo!»
Non vidi più la macchia secca e impenetrabile tutt’attorno, cadevo. Il mio corpo maltrattato urtava contro pareti durissime, senza un cielo che non fosse ora sopra, ora sotto, alle spalle, di lato. Boccheggiai all’impatto. Sopra di me un buco nero immobile osservava la sua preda. Lì dove ero caduto brillavano debolmente azzurri e gialli acidi che rimbalzavano su pareti bagnate e lattiginose. Tutto trasudava luci soffuse e penombre. Il petto si quietò; fissai il soffitto brillante attorno all’apertura. Mi doleva ogni centimetro, le gambe mi reggevano appena sul cuscino muschiato che foderava la grotta. Il terrore si era dissolto. Camminai incerto e lo spirito cominciò a rinvigorirsi, clessidra nell’anima: una macchia di chiome e frasche verdeggianti spuntavano dal suolo. Un laghetto di acqua fosforescente come apatite mi attraeva a sé, canto ancestrale di sirene. Era fresco, inebriante; non rispondevo più di me. Montava in un punto dimenticato del petto un’euforia reclusa da lungo tempo, proibita. Il muschio mi carezzava la testa, il corpo si beava nell’acqua; ripensavo a Pajevic. Sarebbe imploso, avrebbe negato, la quiete che incatenava tutti noi si sarebbe tramutata in ira, tra lacrime e improperi. Era una persona scherzosa, prima della malattia. Amico mio, le nostre chiacchierate, la tua falsa speranza, il mio timido dubbio, tutto sarebbe stato qualcosa di diverso, che non avremmo comunque conosciuto. Tutto era stato diverso. Mi riaffioravano sprazzi di una vita dimenticata. Táva Ný era bella, lontana da ogni altra città, inarrivabile. Vivevamo come superuomini indaffarati a contribuire al benessere comune, vivi perché parte di una comunità, spalla l’uno dell’altro: esistevamo perché ci specchiavamo nell’altro. Poi la nebbia, il caldo, l’arsura intervennero e ci sgretolammo, foglie sotto un passo. Che ne era stato della mia vita? Piansi, le lacrime nell’acqua purissima. Avevo trovato il cenote, il mio sogno, le mie speranze, tutto era vivo e tangibile, ma mai come in quel momento mi resi conto che in realtà non c’era speranza. Táva Ný era destinata lentamente a essere dimenticata. Le memorie, le foglie degli alberi, la pioggia, la vita stessa erano state arse senza un grido. Anche le mura sarebbero state sgretolate. Questione di tempo. Le città sopravvivono agli uomini, poi spariscono sotto i capricci delle ere.
Io stavo bene nel cenote, la nebbia era sparita. Non esisteva un modo per guarire Táva Ný là sopra. Nella quiete che quel piccolo mondo sotterraneo m’infondeva, ho sperato di trovare una soluzione. Portare tutti lì sotto? Enormi pompe che irrorassero di nuova linfa le piante scheletriche? Da solo avrei potuto fare tutto questo? Ci pensavo davvero, con tutto me stesso; ma restavano pensieri, pellegrini. Nella mia nuova chiesa avevo tutto per sentirmi protetto, per vivere la certezza di un’esistenza quieta e riparata. Sola. La voce di Pajevic mi ritornava ancora, un’eco di memoria. Tutti gli altri? Ci sono stati davvero? Forse erano ancora lì sopra, in attesa sotto gli alberi, fissavano le fronde secche e spinose con la testa e le ossa piene di una sola speranza: tornerà il verde. Avevano perso l’immagine di una foresta viva, di una sola foglia morbida al sole primaverile. Immaginavo il prato sterile attorno alla Grande Quercia, adornato di scheletri coperti di cenci rigidi, gli avvoltoi dondolanti tra le ossa, inesorabili nelle loro spirali, famelici a ogni beccata. Siamo caduti come pietre nella polvere, senza sforzo, senza proteste. Senza ragione. Ci è successo e null’altro interessa.
«Non salverò mai nessuno», lo sentivo. Ma la mia unica paura – il timore e la viltà di lasciare quell’angolo di paradiso, le piante ritrovate, l’acqua purissima, la mente limpida – mi tratteneva. Non potevo rischiare. Nemmeno per la salvezza di tutto il mondo. I vecchi raccontavano dei loro vecchi e ci dicevano: «La vita ti cambia, ma tu continui a pensare come fossi lo stesso ragazzo».
Io lì sentivo il mio corpo vigoroso e incrollabile, ma la mente logorata dal pensiero antico di voler aver cura dei miei concittadini e non poterlo fare. Il corpo di un ragazzo in una mente vecchia. Quanto tempo era passato da quando quelle piante crescevano nascoste dal mondo? Nel cenote bastava la luce che scendeva dal buco, sulle pareti bianche di quarzo, un paradiso lattiginoso il mio mondo. Eva fu plasmata da Adamo, tutto sarebbe andato per il meglio in solitudine. Una singola vita umana e poi il solo ritmo naturale.
Nessuno avrebbe scoperto quel posto, chi avrebbe pensato, lì sopra, di corrermi di nuovo dietro all’impazzata? Chi avrebbe ricordato? Alla notte si affrontavano come giustizieri muti, senz’affanno, senz’anima, il braccio più implacabile aveva la meglio e si riprendeva a camminare. Preferivo vivere la mia esistenza in pace, avevo cibo, avevo acqua, avevo ristoro. Avevo ritrovato me stesso.
«Hai finalmente il tuo posto.
«Pajevic!»
«Quel che ne rimane.»
«Pensavo fossi stato solo un sogno.»
«Sei felice, ora?»
«Sì, amico, adesso lo sono.»
«Sei sicuro?»
«Perché me lo chiedi?»
«I tuoi pensieri li sentiamo da qui.»
«Li sentite?»
«Oh, Alejandrov, certo. Sei come una cascata.»
«Non mi manca nulla qui, perché dovrei rimuginare come dici?»
«Sei così felice da pensare cinque volte la quinta potenza di quanto facevi con me in vita?»
«Non ti seguo.»
«Amico mio, puoi ingannarti se vuoi, ma vedo dentro di te.»
«Pajevic, io sono felice ora.»
«Allora perché ti tormenti con quello che ti sei lasciato alle spalle?»
«Non lo so.»
«Devi deciderti.»
«Decidere cosa?»
«Chi sei.»
«Tu lo sai?»
«Alejandrov, solo tu puoi saperlo. Conosci già le risposte alle tue domande; e la felicità non è nella fuga, in un angolo remoto di mondo.»
«Pajevic, non so che fare.»
«Guarda dentro di te.»
«Ho paura.»
«Tutti hanno paura. Ma abbracciarla, questo ti rende completo, in pace.»
«E se fosse insormontabile?»
«La mia condizione è insormontabile. Tu sei vivo. Solo questo conta.»
Rimasi solo come mai sentii prima. Il terrore di avere una speranza e rischiare di perderla mi aveva ricordato di esistere; il fantasma della morte era tornato, le mie lacrime imbevevano il muschio morbido. Mi addormentai.
«Cos’è stato?»
La luna piena entrava nel cenote. Un rumore esplose in tonfo. Nel chiarore mi sembrò tutto tranquillo e incurante.
Sarà caduta una pietra nell’acqua, pensai, ma le pareti erano di solido quarzo. Il muschio era silenzioso sotto i miei passi. Una figura giaceva sotto l’apertura della volta. La tranquillità rassegnata del sonno, il ricordo di Pajevic di qualche ora prima, il senso di colpa per tutto quello che avevo lasciato incompiuto, la mia fuga da Táva Ný: tutto si incrinava su quel profilo scuro atterrato all’improvviso nel mio mondo. Sì rialzò con lentezza. Mi dava le spalle; forse non mi aveva notato. Avrei potuto nascondermi, ma si voltò in quell’istante come se i miei pensieri vivi gli avesero sfiorato le sue orecchie. Aveva il viso nascosto dentro a un cappuccio, ma i suoi occhi puntavano verso di me, sentivo il suo sguardo scavarmi. Le orde di persone che mi avevano braccato tempo prima fecero capolino da angoli nascosti delle mie ossa. Si affronta il mondo per non morire da topi. Io avevo sistemato tutta la mia speranza lì sotto, accomodandola al meglio che avevo potuto, ma la speranza prima o dopo urla e chiunque può sentirla. Il cappuccio si accasciò sulle spalle e il suo ghigno si spalancò tra le luci fosforescenti del cenote. Sarebbe finita così. Avrei potuto difendermi, prendere un bastone e rassomigliare alle persone di lassù, un passo verso il mondo esterno, irreversibile, di nuovo parte, finalmente omogenea. La mia carne avrebbe nutrito le piante, il mio sangue avrebbe tinto il laghetto e tutto qui sotto sarebbe finito. La malattia era giunta e io non avevo risolto proprio nulla. Ma il ghigno di lei, tra quelle luci, sul riverbero delle pareti di quarzo lattiginoso, mi sembrava più dolce. L’acqua era ancora fresca, le piante vive e io paralizzato di fronte a quella ragazza.
«Siamo in due. Forse allora possiamo davvero guarire Táva Ný», disse.
«Non avevo mai avuto il cuore di dirlo.»
«È il primo passo.»
«È tutto quello che serve, è la vita stessa.»
Táva Ný era una città sospesa da molto, lontana da tutto, un corpo dimenticato e rinsecchito nella sabbia: per farla germogliare, un Adamo è nulla senza un’Eva. Forse, per la prima volta, di nuovo incredibilmente vicina.
