Alessandro Maria Flavio | Cancellazione

Non sapevo cosa aspettarmi da quel viaggio. Tutto ciò di cui mi preoccupavo era di trovare una soluzione per non mancare al lavoro. A dodici ore dalla partenza, il mio volo era stato cancellato. Nell’e-mail ricevuta la compagnia aerea sperava che le altre date proposte fossero di mio gradimento, senza offrire alcun rimborso. Il tono in cui era scritta, così falso e impersonale, scatenò in me una rabbia angosciosa e irrefrenabile, tanto che per calmarmi mi misi a bere e fumare fino a tarda notte. Mi trattavano come se quel disagio fosse colpa mia e non il risultato dei giorni di nevicate e glaciazioni che avevano paralizzato l’aeroporto di Schiphol. Volevo tornare alla mia vita, diradare la nebbiolina triste che aleggia sulle vacanze natalizie. Invece, rischiavo di infastidire il mio capo, che mi aveva concesso le ferie in uno dei periodi più critici per il nostro ristorante nel cuore di Amsterdam.

In un modo o nell’altro dovevo attraversare l’Europa, essere all’altezza dei miei propositi per l’anno nuovo. Ero determinato a vagliare tutte le soluzioni possibili. La durata totale del viaggio che misi a punto sarebbe stata di ventidue ore, suddivise tra treno, pullman e il gelo delle sale d’aspetto di Germania e Svizzera. Fissai la sveglia per la mattina presto. Poi mi avvolsi nel piumone, pronto a battermi contro lo sproposito di caffeina che avevo assunto.

Salutai mio padre fuori dalla nostra macchina ammaccata, la statua di Cristoforo Colombo che incombeva su di noi a farci da testimone. Sferzati dal vento, ci abbracciammo impacciati. Le sagome scure delle persone in attesa alla fermata dell’autobus tremavano come stalattiti. Mi feci strada tra le file dei taxi, sotto lo sguardo teso di mio padre, fino a scomparire dietro il colonnato di marmo. 
Malgrado le poche ore di sonno, mi sentivo attraversare da un’eccitazione nervosa, quella dei momenti di crisi, in cui la sopravvivenza conta più dell’integrità fisica. Il viaggio verso Milano trascorse leggero, tra un panino e l’altro lessi moltissime pagine: avevo appena cominciato un libro di sociologia delle emozioni da cui non riuscivo a staccarmi, come se fosse un sistema di respirazione artificiale senza cui non sarei sopravvissuto.

A Milano Centrale mi infilai in metro, cambiai un paio di linee e scesi alla fermata sbagliata. La lettura mi aveva assorbito al punto da rendermi sordo agli annunci della voce robotica. Mi stavo dirigendo verso la stazione dei pullman più triste del Nord Italia, Lampugnano, dove ero destinato a tre ore di attesa in un bar stracarico di musi lunghi.

Non avevo fretta. Una volta arrivato, comprai delle cuffie da un venditore ambulante e mi mescolai alla folla dei transumanti, calandomi nella parte dell’impaziente che non riesce a rilassarsi. Percorsi la stazione in lungo e in largo, passai in rassegna le incrostazioni che ne butteravano il pavimento.
Mi raccomando, fatti valere, aveva detto mio padre, inorgoglito dal suo stesso amore. Come se bastasse volerlo, come se a scombussolarti i piani non bastasse un niente: una chiamata persa, una cancellazione, un passaporto negato. Il mio capo, una signorina benestante, rispose al messaggio che le avevo inviato la sera prima senza scomporsi: voleva solo sapere se sarei riuscito a dirigere il bar il giorno seguente. La vicinanza emotiva era deleteria nella sua posizione.
Sul Flixbus il tenore del viaggio cambiò. I passeggeri non erano più estranei indifferenti, ma vittime della mia stessa sciagura. Intorno a me tutti maledicevano Schiphol. Nelle loro parole non c’era astio, solo rassegnazione. Allo stesso tempo, il compiacimento di trovarsi nella stessa condizione distendeva gli animi, predisponendoci alla leggerezza e al gioco. Dei ragazzini olandesi di origine nordafricana mi offrirono una Fiesta, gli occhi rivolti verso il basso, appesantiti dai sorrisi. Per loro quella era solo un’altra storia da raccontare, e più se ne ha, meglio è. Per loro i viaggi in pullman erano carichi di eccitazione: gli agguati agli amici addormentati, le foto scattate da angolature improbabili, potenziali strumenti di ricatto e prove inequivocabili dell’intimità del loro legame. Addentai la mia Fiesta, osservandoli attraverso le fessure tra i sedili. Poi aprii la mia casella di posta elettronica per verificare se le mie illustrazioni erano state selezionate dal comitato di un concorso: ancora niente. Controllai la data di invio della e-mail d’iscrizione e il contenuto degli allegati. Scorsi le mie tavole con il cursore, soffermandomi sui dettagli che mi convincevano di più o di meno. Un uomo vestito di tutto punto su una sedia da gamer, inquadrato di profilo; la console primi anni Duemila da cui si diparte un intrico di cavi che striscia sotto la porta chiusa della stanza e scompare nel nulla; il corridoio del palazzo in cui la matassa si snoda, insinuandosi sotto i tappetini d’ingresso, aggirando i vasi porta-ombrello infestati dagli insetti; infine, le prese umane a cui i cavi si attaccano: un adolescente che singhiozza nella stanza di un terapeuta, due amanti che litigano sulla soglia di un appartamento, un cane randagio accasciato ai piedi di una chiesa barocca.
Le luci del pullman si affievolirono, creando un’atmosfera che invitava al riposo. Sul tetto, in corrispondenza del mio sedile, premetti un pulsante che attivò una torcia da lettura. Una delle emozioni fondanti della modernità, lessi, era la speranza, intesa come fiducia nella possibilità di modificare la propria condizione in questa vita. Si parlava della speranza come di una qualità di cui l’individuo moderno non poteva fare a meno. Un’emozione in grado di sostenere, ma anche pericolosa. C’era il rischio, abbracciandola, di perdere di vista la propria condizione e di sprecare la propria esistenza inseguendo obiettivi fuori portata.
Ci fermammo in una stazione di servizio dove la temperatura era sotto lo zero. Tremavano tutti. Mi accesi una Marlboro e me la fumai, disturbato dalla mia dipendenza da tabacco, che mi faceva appartenere a una razza maledetta. Un tizio mi rivolse la parola in italiano. Era piuttosto alto, con l’aria mite e sfaccendata di chi non conosce il morso della tensione. Si scusò per l’invadenza, facendomi sapere di aver origliato una delle mie conversazioni con i ragazzini. Anche lui viveva in Olanda, ma a Rotterdam. Voleva sapere se avremmo preso lo stesso treno da Zurigo. Assentii con la testa, risparmiandomi la fatica di sciogliere la mascella, che si stava irrigidendo come il resto del mio corpo. Prima di risalire, cacciammo qualche bestemmia nel gelo di quella landa desolata. Che mi piacesse o no, adesso avevo un compagno di viaggio ufficiale — come aveva detto di chiamarsi? La prospettiva di dormire nella seconda classe di un treno notte, circondato dai miei averi, non mi inquietava più.

La stazione di Zurigo era gelida e nuda. Dopo aver vagliato tutte le opzioni, io e il mio compagno di viaggio decidemmo di cenare a uno stand che vendeva bagel farciti. Entrambi prendemmo quello con la raclette. Ebbi problemi con il pagamento, problemi che non compresi.
I don’t speak German – dissi al venditore.
Quello, che non parlava inglese, si spazientì. Dava per scontato avessi un’altra carta. Da sopra le mie spalle, il braccio del mio compagno di viaggio scivolò sul lettore e appoggiò la sua carta sulla mia.
Me li darai dopo – disse, ma io non mi arresi. Rovistai nel portafoglio finché non trovai una banconota da dieci nascosta in un taschino dimenticato, e gliela porsi. Era solo un anticipo. Di lì a breve avremmo dormito uno di fianco all’altro: serviva costruire fiducia, e in fretta.
– Va bene così, non preoccuparti – disse lui.
Incenerimmo un paio di sigarette vicino al binario. L’uscita laterale della stazione dava su un palazzo maestoso; lo commentammo tra una boccata e l’altra. Il nostro treno era sudicio e datato, in breve: non rifletteva affatto le idee che avevamo della Svizzera. Sulla strada per il binario, convinsi il mio compagno di viaggio a farsi offrire un pasticcino. Il vero obiettivo della sortita era verificare il funzionamento della mia carta di credito. La crema di pistacchio ancora in bocca; venimmo fermati da un uomo che trascinava i suoi averi con un carrellino. Il suo inglese era discreto, non si inceppò mai — e il suo accento, di dov’era?
Quando un mendicante mi ferma, mi concentro sempre sulle sue espressioni facciali. Non ho idea di come decidere se posso fidarmi o meno di chi mi sta di fronte. So solo dove guardare. Quell’uomo, seppur disperato, non cercava di farci pena. Il suo viso non era attraversato da nessuna smorfia drammatica. Nella mano aveva un mazzetto di franchi, lisci come appena stampati. Ci spiegò che stava cercando di raggiungere Vienna, dove avrebbe potuto passare la notte al caldo. Gli mancavano venti franchi. Non gli servivano contanti: –  Solo il biglietto – disse.
– May I ask you where are you from, your accent is familiar – dissi.
Con quella domanda presi tempo. Sbirciai il mio compagno di viaggio: la sua temperatura emotiva era piuttosto bassa.
– Ukraine – disse l’uomo.
Rimasi muto per qualche secondo, la bocca socchiusa. Dieci franchi a testa. Si poteva fare. Presi contatto visivo con il mio compagno di viaggio, trasmettendo le mie intenzioni anche all’uomo.
– Allora, cosa facciamo?
Lo vidi andare in cortocircuito, inebetirsi.
– I am sorry, I can’t – disse con l’accento maccheronico.
– I am sorry – ripetei incredulo.
Un dottorando in ingegneria chimica con uno stipendio d’ingresso di quasi tremila euro aveva appena rifiutato dieci franchi a un rifugiato di guerra. La maniglia del carrellino stretta in pugno, l’uomo si allontanò nella hall enorme e spoglia.
Fumammo un’ultima sigaretta. Il mio compagno di viaggio parlò della mia città natale, Genova, definendola l’unica città del Nord ad aver conservato un barlume di autenticità. Che parola sciocca, autenticità. Ad ogni modo, lui la intendeva come sinonimo di grezzo, non ancora rifinito dalla speculazione finanziaria che si è mangiata città come Milano e Amsterdam. Parlava a ripetizione di calcio, di party, del suo disinteresse verso le lingue che, in ragione del suo mestiere, erano uno strumento conoscitivo da non affinare. Le sue parole mi raggiungevano ovattate e intermittenti, come dal fondo di un acquario. Sfilammo tra la folla, costeggiando il treno. Un impiegato delle ferrovie ci fece sapere che la seconda classe si trovava nei vagoni di coda. Pur non avendo un letto vero e proprio, lo scompartimento in cui ci sistemammo era confortevole: poltrone in similpelle, spazio per allungare le gambe, prese elettriche, tavolini a scomparsa. Il mio compagno di viaggio estrasse un plaid dallo zaino di tela. Distese il corpo imponente su due sedili, i piedi che sporgevano nel corridoio.
– Continuo a pensare a quell’uomo – dissi.
A metà della mia frase, influenzato da una donna anziana che ci sedeva di fianco, lui sbadigliò.
– Noi i franchi non li avevamo – disse.
Mi infilai un chewing gum in bocca. Ne sminuzzai la confettura con uno scatto violento della mascella. 
– Avremmo potuto ritirare – dissi, fingendo di parlare tra me e me.
– Venti franchi sono tanti, – disse – avrebbe potuto chiedere di meno.
Si sistemò il plaid sulle gambe; era così corto che gli arrivava all’inguine. In circostanze normali, quella sproporzione mi avrebbe divertito. Invece, avrei voluto dire: ma se l’ultimo treno per Vienna stava per partire! Oppure, qualcosa come: e allora perché non gli hai dato i miei dieci euro? Nel frattempo, lui si era messo al telefono. Gli centrai lo schermo con un Kinder Maxi.
– Avremmo potuto fare a metà – dissi.
Al che lui si aggiustò il cappuccio della felpa per vedermi meglio. Poi scartò il mio dono, portandoselo alla bocca.
– Se ci tenevi tanto, perché non glieli hai dati di tasca tua? – Mi si spezzò il fiato. Senza pensare a nulla, allungai il tavolino a scomparsa, creando una barriera artificiale tra di noi. Vi posai sopra il libro di sociologia delle emozioni.
– Secondo me qui ci vuole una dormita – aggiunse.
Forse aveva ragione lui. Nelle mie accuse c’era qualcosa di ipocrita. Allo stesso tempo, il suo nascondersi dietro la libera scelta, dietro un’uguaglianza inesistente quella tra un dottorando, un barista e un rifugiato politico mi repelleva. Il mio mutismo parve soddisfarlo. Alle sue spalle, comparve il controllore, un uomo anziano e trasandato. Gli mostrammo i nostri biglietti: prima io, poi il mio compagno di viaggio. Lo schermo dello scanner, ad altezza spalla, si immobilizzò ancora una volta di fianco a me. L’uomo voleva dare un’altra occhiata al mio biglietto.
– This is a second class ticket – disse con la sua voce impassibile.
Poggiai le braccia sul tavolino, come se mi trovassi sulle montagne russe e stessimo per cominciare la discesa.
– And we are in the second class, aren’t we?
Scosse la testa. Non c’era problema, allora. Mi sarei spostato subito. Raccolsi lentamente le mie cose. Il controllore non si mosse di un passo: non voleva accordarmi nessuna fiducia. La signora anziana seduta di fianco a noi scosse la testa.
– But they are together – disse al controllore, le dita convergenti a rappresentarci.
Lui la considerò giusto un momento.
– He has a second class ticket – disse, facendo pendere la testa nella mia direzione.
Il mio compagno di viaggio seguiva lo scambio senza interagire — ma non aveva detto di avere un biglietto di seconda classe anche lui?
– Che brutto modo di ragionare, ‘sti tedeschi – disse l’anziana. Il suo accento era meridionale, forse pugliese.

Non senza un pizzico di infantilismo, rallentavo il mio trasloco, rovistando in tutte le tasche possibili. Da ultimo raccolsi il libro di sociologia delle emozioni, ne sbirciai le pagine come se dovessi memorizzare l’esatto rigo in cui la mia lettura era stata interrotta. Lessi: l’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla.

– Tu resti qua? – chiesi al mio compagno di viaggio.
Mi sono costruito una bella cuccetta, non mi va di disfarla, rispose lui. Poi fece sporgere in fuori il labbro inferiore.
– Più tardi, quando lui si toglie di mezzo, potresti tornare – aggiunse.
Alzai il pollice, il corpo già ruotato di tre quarti. Mi si arrossarono le guance, lo stomaco si strinse. Scortato dall’uomo, ciondolai fino alla fine del vagone. Mi abbandonò nell’intercomunicante. Lì estrassi il telefono e scrissi al mio capo, rassicurandolo. Il treno era partito, con ogni probabilità sarei arrivato in tempo. Da sotto, folate di aria gelida spiravano nella cabina, si infiltravano nelle maniche della mia felpa. Era un’aria corrotta, che odorava di gas. La porta d’ingresso della carrozza di seconda classe, notai, non era automatizzata. La aprii con uno scatto violento del braccio, tanto che sentii una puntura al bicipite. Poi mossi i primi passi in quel frastuono sudato, dove avrei passato il resto della notte.

Illustrazione di David Plunkert

Lascia un commento